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sabato 23 agosto 2014

Rodolfo e Valentino

Rodolfo Guglielmi, in arte e nella leggenda  Rudy Valentino, morì di peritonite il 23 agosto del 1926, al  Polyclinic Hospital di New York, dopo otto giorni di dolorosa agonia. Tutto: dalle sue origini, alle inclinazioni sessuali, fino alle circostanze della morte, tutto ciò che lo riguardò risulta in qualche modo sfuggente, alterato inevitabilmente dalla leggenda o proditoriamente da chi aveva interesse ad alimentare la leggenda. Trentuno anni, solo sei anni di carriera cinematografica, un pugno di film mediocri, due mogli, due divorzi, un'amante famosa e nessuno prima di lui, nessuno dopo di lui, è mai stato oggetto di un amore virtuale più fanatico, talmente banale nella sua essenza da rasentare il Sublime. 
"Mentre il cadavere di Valentino era esposto solennemente alla Campbell Funeral Home, le strade di New York diventarono la scena di un delirio collettivo mai verificatosi prima: una folla di centomila persone faceva furiosamente a pugni per arrivare a dare l’ultimo sguardo al Grande Amante.
Quando le sue spoglie mortali furono trasferite per essere sepolte nella Corte degli Apostoli del Memorial Park Cemetery di Hollywood, Rudy Vallee*, un cantante dell’epoca, sussurrava una canzone commemorativa da tutte le radio degli Stati Uniti: "C'è una nuova stella in cielo questa sera, Rudy Valentino". Valentino l'attore, una leggenda vivente, era morto. Ed ecco che cominciarono a proliferare le leggende post-mortem. I pellegrini fecero della sua tomba una seconda Mecca; una tomba che è tuttora sempre adorna di omaggi floreali.
In occasione dell'anniversario della sua morte compariva una processione di donne in lutto e la famosa Dama in nero. Nel De Longre Park fu innalzata in suo onore una statua (unica eretta ad Hollywood ad un divo del cinema) chiamata "Aspirazione".
Da:
http://www.fondazionevalentino.it



"Fu con la sua morte che nacque l’inedito fenomeno di necrofilia divistica che esplose nel corso delle onoranze funebri più sensazionali mai viste a New York. Il passaggio dell’immensa folla nella camera ardente, allestita alla Campbell Funeral Home, provocò lo sfondamento delle vetrate con cento feriti e attimi di terrore. Proprio per evitare che il cadavere fosse vittima di atti di fanatismo, sembra che nella bara scoperchiata, in cui il divo giaceva perfettamente truccato e vestito e coi capelli impomatati, ci fosse solo una copia in cera del suo corpo. Fu, invece, una trovata pubblicitaria di un press-agent dell’impresa di pompe funebri il piantonamento del feretro da parte di un uomo in camicia nera sull’attenti, vicino a una corona di fiori fasulla con la scritta 'Da Benito (Mussolini)'. 



 Occorsero, poi, innumerevoli carri per sgombrare la zona da quintali di fiori spediti da ogni angolo del pianeta (4000 rose rosse le aveva fatte portare Pola Negri, la sua ultima fidanzata), mentre un aereo sparse petali di rosa lungo il tragitto funebre. Per la morte di Rudy, si disse, trentacinque donne si tolsero la vita, quaranta si dichiararono incinte e un fattorino dell’ascensore del Ritz di Parigi fu trovato morto su un letto coperto d’immagini dell’attore. E anche quando la salma fu trasportata in treno a Los Angeles ad ogni sosta esplosero manifestazioni d’isteria collettiva. Durante il servizio funebre solenne, prima della tumulazione all’Hollywood Memorial Park Cemetery, il lavoro in ogni studio cinematografico della California fu interrotto per due minuti di raccoglimento. L’omaggio che, forse, Rodolfo avrebbe gradito maggiormente, visto che era stato proprio grazie al cinema che, oltre al successo ed alla ricchezza, era riuscito a rendere universale la sua voglia di piacere a tutti".
Da:
http://gaetanolopresti.wordpress.com

Il confine tra come amava rappresentarsi, o come gli conveniva rappresentarsi, e come la Leggenda lo plasmò e tramandò fino ai nostri giorni è esilissimo. Tenebroso e languido amante latino dalle improbabili origini aristocratiche o contadino pugliese analfabeta ed emigrante per fame atavica. In realtà, nasceva da una famiglia borghese, ebbe una buona educazione, di cui non approfittò, e la sua condizione, all'epoca piuttosto privilegiata, precipitò in seguito alla morte prematura del padre. Era sicuramente ambizioso e sicuramente insofferente degli orizzonti limitati che la Puglia prima, l'Italia poi, avevano da offrirgli.
"Rodolfo Pier Filiberto Raffaello Guglielmi, in arte Rudolph Valentino, nacque a Castellaneta in via Commercio 34, (oggi via Roma 116) il 6 maggio 1895 da Giovanni Guglielmi, dottore in veterinaria ed ex capitano di cavalleria, e dalla gentil donna Maria Berta Gabriella Barbin, figlia di un medico francese e dama di compagnia della marchesa Giovinazzi.
I tanti nomi rivelano alcuni ingredienti di pretesa nobiltà che si mescolarono poi nel suo personaggio: derivò il cognome Valentino da un asserito casato "di Valentina d’Antonguolla" che fondeva un vecchio titolo papale con diritti di proprietà rivendicati dai Guglielmi sui terreni confiscati vicino a Martina Franca, luogo d’origine della famiglia.
Rodolfo Guglielmi visse fino a nove anni a Castellaneta, qui frequentò le prime tre classi elementari avendo come maestri Nicola D’Alagni, Francesco Miraglia - Quero; completò le scuole elementari, con mediocri risultati, a Taranto dove il padre dovette trasferirsi per esercitare la sua professione.
Aveva undici anni quando morì il padre, perciò, in seguito, ebbe la possibilità di frequentare il Collegio - convitto per gli orfani sanitari italiani a Perugia.
A Perugia non fu un allievo modello, anzi venne radiato per indisciplina. Tentò allora di entrare nell’Accademia di Marina a Venezia, ma fu dichiarato inabile al servizio della Regia Marina per insufficienza toracica e scarsità visiva; decise, infine, di studiare tecnica agraria e ottenne a diciassette anni il diploma di agente rurale a S. Ilario di Nervi, in provincia di Genova.
Però Valentino, spirito ribelle e cittadino del mondo, non aveva alcuna intenzione di tornare in Puglia per dedicarsi all'agricoltura (ritornerà a Castellaneta ormai attore famoso, una sola volta nel 1923).
Nel 1913 volle allora andare a Parigi dove apprese l'arte del tango. Non volendo tornare indietro, "l’Italia è troppo piccola per me" disse ad Alberto, suo fratello, s’imbarcò nel dicembre 1913 sul piroscafo tedesco "Cleveland", diretto in America per la sua grande avventura."




La condanna di nascere borghese e continuare ad esserlo malgrado tutto, di vivere, lui  ordinario, una situazione  straordinaria deve aver avuto un effetto straniante e, per molti versi, frustrante. Era attratto da chi riteneva  fuori dall'ordinario, forse sperando di diventare - per contagio - il protagonista ideale della propria incredibile vita.
"Great lover", grande amante sullo schermo, amante fedele, non proprio irresistibile, invece, nella vita privata, per alcuni addirittura omosessuale. La verità è che in Valentino era ben sviluppato il desiderio mediterraneo di un andamento domestico ordinato e comodo. Con gran dispiacere dei cronisti mondani, Valentino non frequentava molto le feste; non era un ubriacone, non era un effeminato, nonostante l'accusa di essere "un piumino da cipria rosa". La sua vita fu priva di quegli scandali sensazionali di cui furono protagonisti, altri divi. Scoppiò solo uno scandalo: dopo un breve matrimonio, con l'attrice Jean Acker, si innamorò di Natacha Rambova, (pseudonimo di Winnifred Shaughnessy, figliastra di un magnate dell’industria dei cosmetici, ballerina e scenografa di raro talento) e la sposò nel maggio 1922, prima di aver concluso formalmente il divorzio con la sua ex moglie, perciò fu accusato infondatamente di bigamia. La Rambova ebbe un’influenza notevole su Valentino: disprezzando il mondo finto di Hollywood e il cinema popolare americano, lo spinse a litigare con diversi studi cinematografici; lo obbligò a vivere nel modo stravagante che per lei sembrava appropriato ad una stella del cinema; incoraggiò il suo interesse per lo spiritismo, tanto che Valentino pubblicò un libro di poesie dettate dall’aldilà dal suo spirito guida, il pellerossa Penna Nera.
Da
http://www.fondazionevalentino.it

 Valentino e la Rambova


venerdì 22 agosto 2014

Frances Farmer: La Vera "Storia Vera" - Quinta e Ultima Parte

"Sono stata violentata da inservienti, morsa da topi e avvelenata con cibo guasto. Sono stata incatenata in celle imbottite, immobilizzata con camicie di forza e semiannegata in bagni ghiacciati".

"Le condizioni di vita erano intollerabili: criminali e ritardati mentali erano stipati nelle stesse celle, il cibo veniva gettato sul pavimento lurido e i reclusi dovevano lottare tra loro per entrarne in possesso. La Farmer fu nuovamente sottoposta a elettroshock continui e regolari. Inoltre fu prostituita ai soldati della base militare locale, violentata e maltrattata dagli inservienti. 'Uno dei ricordi più vividi di alcuni veterani della clinica era la vista di Frances Farmer immobilizzata dagli inservienti e violentata da bande di militari ubriachi.' Infine veniva usata come cavia per la sperimentazione di farmaci quali torazina, stelazina, mellaril e prolixin."

Negli anni '40, nel Western State Hospital erano ricoverati 2500 pazienti, 500 in più delle capacità massime di accoglienza. La manutenzione degli edifici dell'ospedale, fatiscenti costruzioni risalenti all'inizio del secolo, era nulla. 
Nel '47, un incendio ne aveva devastato un'ala e due pazienti erano morti. 
Le precarie strutture tirate su alla bell'e meglio nel momento della massima emergenza divennero permanenti: due anni più tardi erano ancora in funzione.
Il personale era costituito in tutto da 15 infermieri, assistiti da 23 allieve-infermiere: 107 era il numero di operatori considerato appena sufficiente dall'Istituto Superiore di Sanità .
Sulla base di questi presupposti, non stupisce che gli amministratori del Western State Hospital fossero aperti alla sperimentazione di qualsiasi innovativa tecnica chirurgica che permettesse di svuotare rapidamente le corsie, promettendo un tranquillo ritorno dei pazienti in seno alle rispettive famiglie. 
Come non accogliere a braccia aperte il buon Dr. G. Freeman, neurologo e psichiatra di Washington D.C., inventore della lobotomia transorbitale, il cui motto era: "La lobotomia li manda a casa" ? 
Il 19 agosto del '47, operò 13 pazienti del Western State Hospital. Evidentemente euforici per il buon risultato delle sue pratiche, i vertici della struttura manicomiale lo invitarono nuovamente nel '49. Questa volta, il Dr. Freeman si occupò di un nutrito numero di pazienti. Non solo. Convinse della bontà del suo metodo diversi medici ai quali insegnò la sua tecnica. 
In che cosa consisteva? In fondo, era molto semplice: si introduceva sotto la palpebra del fortunato paziente uno strumento sottilissimo, simile ad un rompighiaccio, fino a raggiungere il lobo frontale del cervello, dove, secondo la sua teoria, era sufficiente troncare il collegamento a quei nervi il cui malfunzionamento si riteneva fosse responsabile di gravi disturbi psicologici. 
Un reporter del Seattle Post-Intelligencer scattò quella che divenne la foto sulla lobotomia transorbitale più famosa e riprodotta del mondo; certo, l'interesse che esercitava ed esercita non fu diminuito dalla confessione in punto di morte con cui, nel 1972, il Dr. Freeman salutò il figlio Frank, prima di partire per il paradiso dei bisturi ultrasottili e dei lobotomizzati superfortunati: la donna ritratta nella foto mentre veniva sottoposta all'intervento di lobotomia era Frances Farmer . Circostanza confermata da William Arnold, autore del libro "Shadowland" su cui, in larga parte, si basa il film "Frances", del 1982, interpretato da Jessica Lange.*

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Ma pochi credono alla confessione del Dr. Freeman. E' stato sufficiente un esame scrupoloso dell'immagine per concludere che quella sfortunata paziente non poteva essere Frances. Il che, tuttavia, non ne diminuisce affatto l'impatto e la drammaticità, né esclude l'ipotesi che Frances sia effettivamente stata lobotomizzata.
C'è da dire che i parenti di Frances hanno sempre negato di aver autorizzato i medici del Western State Hospital a sottoporla a questo genere di intervento; in un memoriale pubblicato nel 1978, Edith, sorella di Frances, affermò che i dirigenti del manicomio avevano vivamente sollecitato la sua famiglia perché concedesse l'autorizzazione all'operazione, ma che tale pressante invito era stato restituito al mittente, in particolare dal padre di Frances che si diceva inorridito da tali pratiche. Anzi, oltre ad opporsi decisamente alla lobotomia, l'ottimo genitore avrebbe minacciato di azioni legali l'ospedale nel caso la sfortunata figlia fosse stata oggetto di uno dei loro esperimenti chirurgici "guinea pig".
La stessa Frances, nel corso di un'intervista registrata nel '68, dichiarò che molte donne ricoverate con lei avevano pregato di essere lobotomizzate perché era stato detto loro che sarebbe bastata la recisione di un piccolo nervo per ottenere guarigione e fine delle sofferenze. Ma affermò di non aver mai subìto tale intervento. In seguito, anche tre ex-infermiere del Western State Hospital smentirono Freeman.
Comunque, per ragioni che rimarranno nel novero dei grandi misteri esistenziali, il 23 marzo 1950, Frances fu improvvisamente rilasciata sulla parola e affidata alla custodia della tenera madre. Secondo alcune fonti, il padre ottenne il suo rilascio dichiarando solennemente che la presenza della figlia era necessaria in famiglia: sia la sua salute che quella della ex-moglie, reduce da un colpo apoplettico, declinavano rapidamente. Non credo sia un pettegolezzo, né mi sorprende o scandalizza minimamente, che Frances sia rimasta profondamente amareggiata all'idea di essere liberata al solo scopo di accudire coloro che l'avevano spedita all'inferno.
Liberata nel '50, riottenne pienamente tutti i diritti civili solo nel '53, e solo dopo aver fatto ricorso alla Corte Suprema. Andò a vivere all'Olympic Hotel  (proprio quello in cui i "pezzi grossi" avevano festeggiato la loro "Cinderella-girl"!), ma non come ospite: lavorava nella lavanderia dell'albergo. 
Nel '54 si risposò... e, sei mesi più tardi, mollò marito e genitori e si stabilì in California, ad Eureka. Perché proprio Eureka? "Perché era il posto più lontano da Seattle che le sue magre finanze le permisero di raggiungere!"
Si fece chiamare Frances Anderson e visse - si presume - tranquillamente per tre anni, lavorando come segretaria.
Non ebbe più alcun rapporto con i genitori, che morirono ad un anno di distanza l'uno dall'altra. Sua madre l'aveva nominata unica erede: giusto il tempo di vendere la casa di famiglia per 5.500 dollari e abbandonò Seattle definitivamente.
Meglio Eureka.
Nel '57, conobbe una curiosa razza di "consulente per la televisione e la radio", Leland C. Mikesell, una sorta di lelemoriano-fabri-crown, che fiutò l'affare...
E, qualche tempo dopo, ad un fortunato giornalista di San Francisco, magari aiutato da una disinteressata spifferata, capitò di scoprire che l'infelice, affascinante Frances Farmer , la "nuova Garbo", lavorava come receptionist in un albergo della città. Ai giornalisti raccontò che aveva abbandonato l'alcol e incontrato Dio: "Non accuso nessuno per la mia caduta in disgrazia - affermò nobilmente - Credo di aver vinto la mia battaglia per l'autocontrollo". 
La adorarono. Gli Americani adorano le americanate. E niente li fa star meglio di un povero disgraziato (giusto un cincinino più sfigato di loro) che si umilia pubblicamente, proclamando il proprio ritorno da figliuol prodigo in seno alla società e alla fede (una a caso, va bene).
Ed Sullivan la invitò per ben due volte al suo show.
Si mostrarono magnanimi: le perdonarono la sua infelicità.
E, dopo 15 anni, Frances tornò a recitare in teatro, nel ruolo di una donna che tentava di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo 15 anni di esilio.
L'anno successivo, lavorò in originali televisivi, e in produzioni teatrali estive. Girò un unico film, l'ultimo, "The Party Crashers". E si risposò... con Leland C. Mikesell, of course. Un'unione che non durò più delle precedenti. Già verso la fine del '58, capì che il "nuovo inizio" della sua carriera era già terminato: non era più una novità, una curiosa attrazione, e le proposte di lavoro svanirono.
Una televisione locale di Indianapolis le offrì di condurre un programma pomeridiano sul cinema, "Frances Farmer Presents": avrebbe introdotto il film del giorno ed intervistato celebri attori. Accettò la proposta e si trasferì a Indianapolis.


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Aveva trovato una "cuccia"? Uno show, modesto ma tutto suo, che le permetteva di muoversi, comunque, nel suo ambiente, che le garantiva una stabilità economica, un reddito dignitoso, ed un ruolo sociale di un certo prestigio: era richiestissima come speaker in convegni e conferenze e collaborava attivamente con la Filodrammatica della Pardue University. Poi, pian piano, crepa dopo crepa, tutto le crollò nuovamente addosso.
Divenne sempre più volubile e caratteriale, con repentini sbalzi d'umore.
"All'improvviso, senza una ragione apparente, Frances iniziava ad imprecare come una camionista ", dichiarò un ex-collega di lavoro.
"Quell'amabile, affascinante, sensibile, elegante signora inveiva contro il regista o qualcun altro, e se ne andava via..." (Indianapolis Star).
Venne licenziata nell'aprile del '64. Riassunta due mesi più tardi, fu nuovamente licenziata alla fine dell'estate. Tuttavia, durante l'estate, lavorò ancora con la Filodrammatica universitaria interpretando un ruolo in "Look Homeward, Angel"
Arrestata in stato di ebbrezza, non tornò mai più in un teatro.
Tentò di mettersi in affari un paio di volte con altrettanti amici-soci, ma fu un fiasco. Nuovo arresto in stato di ebbrezza, e ritiro per un anno della patente.
Nel '68, incominciò a lavorare alla sua autobiografia, ma non la completò. Morì per un cancro all'esofago il 1 agosto del 1970, poche settimane prima del suo cinquantasettesimo compleanno. Fu seppellita ad Indianapolis, sei amiche portarono la sua bara.
Il pensiero seattliano, ufficioso ed ufficiale, è che, se non avesse avuto una vita così disgraziata e tumultuosa, e se il cinema non si fosse innamorato della sua storia, nessuno ricorderebbe la pur bellissima attrice di un solo grande successo. Si tende anche a minimizzare, o a rendere meno drammatico, il suo trascorso da internata. Si allude, insomma, ad una sorta di leggenda metropolitana, rimbalzata dalla cronaca alla narrativa, dalla narrativa al cinema...
Chisssssenefrega!
Kurt Cobain da Seattle la amò, le dedicò una canzone e chiamò la propria figlia Frances in suo onore.


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Ho controllato informazioni e preso alcune foto qui:
http://www.historylink.org/

*William Arnold , "Shadowland"
Ricordo, ancora una volta, che su questo libro fu largamente basato il film "Frances", del 1982, di Graeme, con Jessica Lange, Sam Shepard, Kim Stanley.




Frances Farmer e Jean Ratcliffe , "Will There Really Be a Morning ?"

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mercoledì 20 agosto 2014

Frances Farmer: la Vera "Storia Vera" - Quarta Parte

Fu in quel periodo, nei primi anni '40, che incominciò a bere duro - come ricorderà poi.
È molto probabile, inoltre, che già dagli inizi della sua esperienza cinematografica fosse dipendente dalle amfetamine. Soltanto negli anni '70 vennero scoperti e resi noti i pesanti effetti collaterali derivanti da un uso incauto di benzedrina (il nome con cui l'amfetamina era commercializzata): poteva provocare sintomi molto simili a quelli osservati nei pazienti affetti da schizofrenia.
A quei tempi. l'uso era perfettamente legale. E di facile accesso. I medici delle attrici, modelle, e delle signore dell'high society la consigliavano caldamente come inibitore degli stimoli della fame.
Certo, non solo attrici e modelle erano ossessionate dal peso.
"Non si è mai né troppo magre né troppo ricche" era un motto già in voga a quell'epoca. Non l'hanno inventato gli sceneggiatori di "Sex & the City".
Fino all'ingresso trionfale del business della chirurgia plastica, molari sani venivano estratti per scavare le guance ed evidenziare gli zigomi; le ultime costole, le "fluttuanti", venivano resecate per permettere l'uso di quelle splendide cinture-bustini di vernice....
Questa follia era incominciato molto prima della meteora-Frances e continuerà per anni e anni dopo di lei.
Non sapremo mai se fosse affetta da una qualche turba mentale o se sia stata vittima dell'uso e dell'abuso di alcol e benzedrina.
Nell'ottobre del '42, (tempo di guerra), fu fermata da un poliziotto perché guidava con gli abbaglianti accesi in una zona in cui non era consentito.
Reagì, si infuriò (il poliziotto riferì che gli aveva gridato:"Mi hai scocciato!") ed il fermo venne trasformato in arresto per guida senza patente ed in stato di ebbrezza, e per la mancata osservanza della restrizione sull'uso degli abbaglianti.


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Fu condannata a 180 giorni di prigione, ( ma la pena fu sospesa), e ad un'ammenda di 250 dollari. Ne pagò subito la metà, impegnandosi a versare il resto entro breve tempo.
Una produzione indipendente le aveva offerto un ruolo in un film di serie b. Accettò e partì per il Messico dove si svolgevano le riprese.
Abbandonò il set dopo un paio di settimane e tornò a casa: i parenti l'avevano sloggiata dal bungalow in affitto e piazzata in un albergo. Ufficialmente perché a corto di soldi.

Nel gennaio del '43, ottenne una parte in un'altra produzione a basso costo. Il primo giorno di lavorazione, schiaffeggiò un parrucchiere che cadde malamente slogandosi la mascella. Fu denunciata e saltò fuori la multa che non aveva mai finito di pagare, nonché la violazione della libertà vigilata.
Andarono a prelevarla in albergo il mattino dopo. The Seattle Times riportò le circostanze dell'arresto.
Giornalisti e fotografi non videro la splendida attrice dall'aria spirituale e raffinata: Frances aveva gli occhi pesti ed iniettati di sangue, recava tutte le evidenti tracce di una sbronza colossale e di un dopo-sbronza devastante.
Durante l'udienza in tribunale, tenne un comportamento sfrontato e provocatorio. Al giudice che le chiedeva se avesse mai bevuto alcol dopo il primo arresto, rispose: "Tutto quello che sono riuscita a bere, e ne avrei bevuto anche di più ! E mi sarei fatta tutta la benzedrina che mi fosse capitata a tiro!"
L'udienza si concluse con una rissa.
Frances fu trasportata fuori di peso, e, mentre veniva trascinata via, urlò: "Non avete mai avuto il cuore spezzato?"


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Quelle foto girarono per tutto il Paese. Anche a Seattle delle piogge.
Mammina, in un primo tempo, disse che si trattava di una trovata pubblicitaria per il lancio di un nuovo film, una specie di esperimento-verità per il ruolo in preparazione.
Poi disse che Frances era preda di un grave esaurimento nervoso a causa dei ruoli di "puttana" che la costringevano a sostenere.
Infine, addossò ogni responsabilità all'Internazionale Comunista.
Nessuno internò lei.

Frances trascorse solo una notte in cella. L'indomani, pare su intervento di un noto psichiatra, Thomas H. Leonard, contattato dalla famiglia, e con l'interessata mediazione di Ruth Farmer, moglie di suo fratello Wes, nonché vice-sceriffo della contea di Los Angeles, venne trasferita nel reparto psichiatrico del Los Angeles General Hospital.
Il dottor Leonard riferì alla stampa che la sua famosa paziente soffriva di "una psicosi maniaco-depressiva" che lui leggeva come sintomo precursore di "una sicura demenza senile precoce", diagnosi che, più tardi, verrà definita "un'assurdità incomprensibile".
La stampa, per parte sua, sintetizzò la brillante diagnosi in "squilibrio mentale". Punto.
Qualche giorno più tardi, Frances viene trasferita nella clinica per divi del cinema La Crescenta, in San Fernando Valley.
Ha così inizio il suo calvario da istituzionalizzata, che, fra alterne vicende e qualche breve pausa, durerà 7 anni.
In ospedale, fu confermata la diagnosi di sindrome "maniaco-depressiva", ma  gli psichiatri che l'ebbero in cura mostrarono una generosa fantasia diagnostica: offrirono, in alternativa, una diagnosi di "schizofrenia con delirio paranoide", senza escludere una semplice depressione.
Molte idee e completamente confuse. Grottesco, divertente se non avessero dato sfogo ai loro autonomi deliri sulla pellaccia di un essere umano, di una donna in carne, ossa e neuroni!

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Né la terapia cui fu sottoposta rende meno grave la loro sadica ignoranza.
Fra l'altro, la "curarono" con lo shock insulinico, terapia inventata a Vienna nel '22 dallo psichiatra Manfred Sakel. Le praticavano una overdose di insulina che procurava forti convulsioni e coma. L'idea di base era che il cervello, sottoposto ad un trauma così violento, "ripartisse" , ripristinando una normale funzionalità.
Quando questa orrida terapia verrà dichiarata illegale, le motivazioni furono che essa non soltanto era inutile, crudele e pericolosa, ma altamente nociva: "una brutale tortura psichiatrica che toglie al corpo la sensibilità e provoca danni cerebrali estesi".
Frances denunciò che questo trattamento le aveva procurato, oltre a stordimento e confusione mentale, nausea, forti dolori fisici ed un profondo stato di prostrazione.
"Si rese conto che gli psichiatri stavano distruggendo sistematicamente l'unica àncora di salvezza della sua vita: la fiducia nella propria creatività".
Per andarle incontro, e nonostante il suo organismo reagisse negativamente alla "cura", le inflissero altri 90 shock insulinici. In 7 mesi.
Infine, dopo ripetute fughe della figlia e le sue continue denunce, e, forse, timorosa della pubblica opinione, mammina si preoccupò e insistette perché la dimettessero.
Tornarono insieme a Seattle nel settembre del '43.
Apro una parentesi.
Il giornalista Jeffrey Kauffman, critico del biografo ufficiale e, più in generale, seguace della corrente di pensiero "seattliana" che preferisce leggere la storia di Frances come una leggenda metropolitana - corrente di cui parlerò in seguito - tende a scaricare parecchie responsabilità dalle spalle della madre di Frances per addossarle al fratello Wes ed alla cognata vice-sceriffo Ruth.
Pare che, dopo il primo arresto, quando, presumibilmente spaventata e
disorientata, Frances trovò rassicurante persino l'idea di tornare a "casa", l'iniziativa di farle ritrovare i propri effetti personali in una camera d'albergo sia stata proprio di Ruth, che, in quell'occasione, distrusse le bozze dell'autobiografia a cui Frances aveva incominciato a lavorare ( "Avevo paura che finisse in mani sbagliate", si giustificherà in seguito). Abbiamo visto il suo ruolo nel primo ricovero, anche se le risparmiò la prigione. Peccato che la decisione fra le due alternative, galera/manicomio, non sia stata lasciata alla stessa Frances.
Personalmente, avendo letto nei dettagli le prove alla base delle ipotesi, non escludo nulla. Perché Lillian e Ruth non possono aver agito in perfetto accordo, esponendosi una volta l'una, una volta l'altra, secondo l'opportunità o la necessità del momento?
Torniamo a Seattle.
Affidata alla madre, fra  brevi tentativi di fuga, la sua situazione, più che la sua condizione, degenerò.

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Il loro rapporto giunse ad un punto di non ritorno.
"Fin dai primi giorni, dopo la clinica, non facemmo che lottare, litigare, minacciarci a vicenda, urlarci contro, finché non fummo che due donne che si guardavano attraverso il tavolo di una cucina piccola e in disordine: due nemiche stanche di fingere".
Mammina, però, aveva l'arma segreta. Lo scontro era impari.
Nel marzo del '44, senza dir nulla a Frances, chiese che venisse nuovamente istituzionalizzata, (interessante rilevare che la indicò con il nome del marito, anzi, dell'ex-marito)
Nel corso di un'audizione presso la Commissione Sanitaria della contea, due psichiatri dichiararono Frances Farmer ufficialmente "pazza".
I chiari sintomi:
"Agitazione, delusioni, e paranoia".
Ipotizzarono che l'infelice esperienza coniugale (sappiamo quanto poco avessero contato quei mesi di matrimonio per lei!) l'avesse predisposta al crollo mentale.
E Frances, questa volta, finì davvero nella "fossa dei serpenti": fu internata nel Western State Hospital for the Insane di Steilacoom, non lontano da Seattle.

(continua)

Ho controllato informazioni e preso alcune foto qui:
http://doc.studenti.it/
http://www.historylink.org/
http://jeffreykauffman.net/

 Mab's Copyright

giovedì 14 agosto 2014

Frances Farmer: La Vera "Storia Vera" - Terza Parte

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Sull'onda del successo di "Come and Get it", e a distanza di un anno e mezzo dalla burrascosa partenza, tornò trionfalmente a casetta!... Serre di fiori all'aeroporto, folla assiepata ai lati della strada percorsa regalmente dalla limousine che riportava "Frances la Bolscevica".
Lei si sottopose al rito delle foto con i genitori, con gli studenti di Arte Drammatica della facoltà di Washington, la sua università..
All'Olympic Hotel si offrì alla crema della società locale nel corso di un lussuoso ricevimento in suo onore. A capo di una folta delegazione di pezzi grossi, il governatore dello stato di Washington in persona si recò a tributare il doveroso omaggio alla loro Cinderella girl!... Ancòra fumavano le torce con cui avevano acceso un rogo tutto per lei e per la sua "possessione bolscevica"... ancòra tuonavano le parole: "Se i nostri giovani finiranno all'inferno, non c'è dubbio che alla loro testa ci sarà Frances Farmer!”.
Ma Frances simulò un attacco di diplomatica amnesia. Grati, i suoi conterranei accennarono fulmineamente al famigerato viaggio, ansiosi di concentrarsi sulle sue presenti glorie e di brillare di luce riflessa.
Intanto, e qui i pareri sono discordi, la crescente fama di carattere difficile ed umorale, accompagnata da dichiarazioni a denti stretti di colleghi estenuati ed esasperati dalla comune esperienza lavorativa, lasciava presagire le future tempeste. Semplicemente, Frances ancòra non poteva permettersi la nomea di partner problematica e capricciosa, e, quindi, inaffidabile: dopo il fulmineo trionfo di Come and Get it, secondo contratto, aveva girato altri tre film nei primi sei mesi del '37, ma quella magia non si ripetè, né allora, né mai più.
La luna di miele con la Paramount era finita. La stessa Frances aveva aperto gli occhi e non era più la ragazzina raggiante di gratitudine per la mancetta settimanale.


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Presto, la stampa specializzata incominciò a chiedersi quanto la Farmer sarebbe durata, se la scommessa più brillante degli Studios si sarebbe trasformata o no nella più pericolosa delle delusioni. E, se le insinuazioni sulle sue intemperanze si fossero rivelate fondate, quanto avrebbe retto la pazienza della Paramount senza la compensazione di nuovi successi?
Frances, dal canto suo, non aveva mai dimenticato il teatro.
(Apro parentesi: siamo lontani anni-luce da certe dichiarazioni di attori nostrani, tristanzuoli e recalcitranti pensionandi forzati del cinema, che se ne escono con dichiarazioni in serie - e per la serie:"Il teatro è stato il mio primo, grande vero amore"!!!)
Chiese un congedo alla Paramount, e si recò sulla Costa Orientale dove partecipò con grande successo a due lavori teatrali. Ovviamente, con il Group Theater.
Al termine della stagione, le fu proposto di entrare a pieno titolo nella Compagnia e di interpretare Golden Boy, un lavoro di Clifford Odets.
La prima fu un incredibile successo, seguita da 250 repliche a Broadway.
La fortuna di Golden Boy non accennava a diminuire, e Frances riportò un autentico trionfo personale. A ventiquattro anni, aveva ottenuto tutto ciò che aveva sognato disperatamente, ragazzina, nei lontani giorni di Seattle.Tuttavia... tuttavia, già durante le prove, si era innamorata di Odets ed aveva una relazione con lui.


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La relazione con Odets fu altalenante e tempestosa, passionale e coinvolgente. Finì con uno stitico bigliettino del "cavaliere dalla scintillante armatura":
"Mia moglie ritorna oggi dall'Europa. Credo che la cosa migliore sia non rivederci mai più".
Uno dei soliti Vermi - avrebbe detto Audrey Hepburn in "Colazione da Tiffany".
Dovette affrontare anche una fastidiosa grana legale: un ex-agente a caccia di soldi. Frances vinse la causa, ma la coincidenza temporale fu devastante.
Intanto, proseguiva con successo la tournée di Golden Boy. Apparentemente, lo squallido esito della relazione con Odets non aveva avuto ripercussioni sulla sua collaborazione con il Group Theater.
Ma, alla vigilia della partenza per Londra, prima tappa del tour europeo, fu liquidata senza tanti complimenti.
Forse, Odets il "verme" non c'entrava nulla... Forse, il fatto che i genitori della sua sostituta finanziassero la tournée europea non c'entrava nulla... Perché malignare?
Nonostante tutto, Frances, nel '39, partecipò ad altre due produzioni del Group Theater:
"Quiet City" di Irwin Shaw e "Thunder Rock" di Robert Ardrey.
Due fiaschi.
Le fu offerta una parte in "Fifth Column"di Ernest Hemingway. Il regista, Lee Strasberg, tentò di arginare la sua deriva, ma Frances aveva già passato il confine e dovettero sostituirla con un'altra attrice.
Frances ritornò a Hollywood, ma il suo momento era passato e non sarebbe mai più ritornato.
Tra il '40 ed il '41 girò sei film. Produzioni a basso costo. Qualità scadente. Pietosamente "dimenticabili".

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Nel '42, ricoprì un ruolo secondario in "Son of Fury", filmazzo con Tyrone Power. La protagonista femminile era Gene Tierney, forse una delle più belle ed enigmatiche attrici di sempre. Anche lei, come Frances, finì nella "fossa dei serpenti", anche lei conobbe il girone infernale dei trattamenti speciali, dei bagni ghiacciati e degli elettro-shock.

(continua)

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domenica 10 agosto 2014

Frances Farmer: La Vera "Storia Vera" - Seconda Parte

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Mamminacara, incancrenita in un fanatico anti-Comunismo, non perdeva occasione per testimoniare il proprio zelante odio. Anche (e soprattutto) quando l'occasione fu la stessa Frances. Proclamò che la figlia era stata corrotta da insegnanti estremisti, e, al "Seattle Post-Intelligencer", confermò la propria dedizione alla Causa. Dedizione estrema:
"Se dovrò sacrificare mia figlia al Comunismo, spero, almeno, che le altre madri riescano a salvare le proprie ragazze dagli estremisti della Scuola Pubblica!".
Anche le autorità laiche si espressero con durezza, bollando il famigerato viaggio come un'operazione di propaganda dei Bolscevichi.
Frances espresse il suo rammarico per la feroce riprovazione materna e per la generale indignazione di cui era oggetto. In un articolo intitolato: Perché vado in Russia, pubblicato dal Seattle Times, affermò che il Comunismo non c'entrava nulla con la sua decisione di partire; spiegò che il viaggio nell'inferno bolscevico non rappresentava per lei che una chance per la sua futura carriera, ed era quanto di meglio potesse capitarle:  l'irripetibile opportunità di frequentare uno dei dieci maggiori Centri Teatrali del mondo. Più tardi, nella sua autobiografia, confermerà che quel viaggio, all'epoca, non era stato che un gradino nella scalata alla sua vera, agognata mèta: New York.



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Partì nel marzo del '35. In tasca, venti dollari, dono del padre. Il viaggio-premio prevedeva una tappa a New York. Grazie alla sua insegnante di Seattle, entrò in contatto con il Group Theater, un Centro Teatrale di idee progressiste di cui faceva parte un giovane drammaturgo, Clifford Odets.
Di ritorno da Mosca, incassò il rimborso del biglietto d'autobus che l'avrebbe riportata fra le braccia di Lillian e di Seattle, si fermò a New York, affittò una stanza ed incominciò la maratona dei provini.
Poche settimane più tardi, si ritrovò con un agente, una sceneggiatura, e l'offerta per un contratto con la Paramount. Nelle sue memorie, ammise senz'altro che proprio lo scandalo suscitato dal famoso viaggio in Russia aveva attirato su di lei l'interesse degli Studios.
Certo, la sua ostinazione (=testardaggine, per i detrattori), il suo ostentato disinteresse per il giudizio altrui, il coraggio e la consapevolezza delle proprie qualità e delle poche chances a disposizione per sfruttarle degnamente giocarono un ruolo rilevante in questa svolta decisiva della sua vita, ma è innegabile che si verificò anche una catena di eventi, di azioni e reazioni, al di fuori del suo controllo, che la sospinsero in un'ascesa irresistibile, risparmiandole mortificanti, estenuanti gavette.
"Ho visto il mondo - scrisse ai genitori - e, adesso, sono pronta a lasciarvi la mia impronta".


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Così per Frances iniziò una nuova vita: era sotto contratto con la Paramount!
Guadagnava 100 dollari la settimana, una somma che le pareva generosa.
La sua autentica passione, la sua formazione, le sue ambizioni erano ancòra completamente dedicate al teatro. Secondo lei, qualsiasi passo in un'altra direzione non serviva che a spianarle la strada verso una solida carriera teatrale.
Intanto, non si sottrasse ad alcuno dei suoi obblighi contrattuali, espliciti o meno.
Accettò di essere sottoposta ad esperimenti di trucco e parrucco... accettò di venire trasformata, manipolata fisicamente... permise che le depilassero completamente le sopracciglia.
Docile ed attenta, studiava assiduamente dizione, recitazione e portamento con i coach che gli Studios le avevano messo alle costole per completare il suo addestramento.
Accettò tutti gli estenuanti (e banalissimi: le tipiche foto da starlet) servizi fotografici che la Paramount le impose.


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Rifiutò recisamente, invece, di cambiar nome e non adattò mai il look personale, quello quotidiano e privato, alle pretese di chi le stava cucendo addosso un'immagine in cui non si riconosceva.
Nel 1936, sposò un giovane attore, anche lui sotto contratto con la Paramount, destinato a diventare, dopo una gloriosa sfilza di ruoli opachi da opaco comprimario, la star di serie b di una popolare serie televisiva degli anni '70, High Chaparral, (in Italia, Ai Confini dell'Arizona).





Si chiamò Wycliffe Anderson.... poi William Anderson, poi Glenn Erickson, ed infine, Leif Erickson.
Il matrimonio, un colpo di testa senza neanche la magia dei colpi di testa, durò un anno soltanto, (il successivo matrimonio dell'anonimo consorte durò un mese, quindi, non credo affatto al prematuro decesso coniugale imputabile alla umorale sposina).
Tempo dopo, Frances  affermò che non si era certo sposata spinta da una passione irresistibile e che nella sua testa era sempre rimasta Frances Farmer, "non Mrs. William Anderson... men che meno Mrs. Leif Erickson!"


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      "Rhythm on the Range"del'36, con Bing Crosby

In quello stesso anno, Frances girò ben quattro film, ma quello che attirò su di lei l'attenzione di critica e pubblico fu: Come and Get It, regia di Howard Hawks, in cui Frances interpretava due ruoli, una cantante di cabaret e la sua ingenua figliuola.
Hawks, che pare l'avesse scelta personalmente per il doppio ruolo, opponendosi agli Studios che volevano Miriam Hopkins, dichiarò che Frances era la migliore attrice con cui avesse mai lavorato e la temuta, potentissima, velenosissima Louella Parsons si caramellò nella famosa predizione sulla futura, nuova Garbo.
In Italiano, Come and Get It fu intitolato "Ambizione".

Da "il Morandini":
"La vita, la scalata al successo e gli amori di un industriale della carta tra le foreste del Wisconsin verso la fine dell'Ottocento. Rinuncia alla donna amata della cui figlia s'innamora trent'anni dopo e ha per rivale il figlio. Da un romanzo (1934) di Edna Ferber, sceneggiato da Jules Furthman e Jane Murfin. Supervisionato e diretto in gran parte da Hawks in assenza del dispotico produttore Samuel Goldwyn in ospedale, ne fu licenziato insieme con l'operatore Gregg Toland e sostituito con William Wyler (e Rudolph Maté) cui si attribuisce almeno l'ultima mezz'ora. Le potenti immagini del disboscamento sono dell'aiuto Richard Rosson. La polemica ecologica e anticapitalistica della Ferber nel suo melodrammatico romanzo sociale, tipico dell'era roosveltiana, è smorzata nel film, l'unico in cui Hawks si cimenta direttamente con la politica. Irrisolto, greve, un po' verboso, ma apprezzabile nel disegno dei personaggi (W. Brennan ebbe l'Oscar di non protagonista), anche in quello di F.Farmer che canta in modo struggente 'Aura Lee', poi rilanciata da Elvis Presley come Love Me Tender". 

(continua)

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lunedì 4 agosto 2014

Frances Farmer : La Vera "Storia Vera"- Prima Parte

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La “nuova Greta Garbo”.

Certi vizietti che accompagnano il lancio di un personaggio-prodotto non hanno età... magari, a differenza delle vicende promozionali riguardanti squallidi personaggini nostrani, nel caso di Frances Farmer era la banalità del marketing a risultare particolarmente stridente e totalmente inadeguata rispetto alla personalità del “prodotto”.

Ho visto un paio di suoi film nel “porto delle nebbie” di Fuori Orario. L'impressione che ne ho ricavato, da semplice spettatrice-ingurgita-film, l'avvicina, semmai, ad una Carol Lombard (l'amatissima moglie di Clark Gable morta nel corso della seconda guerra mondiale) molto più bella dell'originale. Quanto all'ironia dissacrante della signora Gable, alle famose bestemmie da facchino ed alle ricorrenti bevute da scaricatore... mi pare proprio che anche Frances non appartenesse al tipo di donna che oggi si definirebbe “genere Barbie”.



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Carol Lombard

 Non so se nacque in una “notte buia e tempestosa” carica di presagi foschi e di atmosfere dickensiane. So che nacque il 19 settembre del 1913 a Seattle delle eterne piogge, stato di Washington.

Il padre, Ernest Melvin Farmer, era un avvocato, a sua volta figlio di un giudice di contea del Minnesota. Si era stabilito a Seattle ai primi del secolo ed aveva sposato nel 1906 Lillian Van Ornum, una donna fresca di divorzio e già madre di un ragazzo. Come spesso accade, i due coniugi erano totalmente diversi... Lui - secondo coloro che lo conobbero personalmente - era mite, gentile, ma debole ed irresoluto.
Lillian, al contrario, era una donna forte, determinata ad essere una protagonista. Idee precise ed estreme portate avanti in modo estremo. Durante la Grande Guerra  aveva avuto il suo quarto d'ora di celebrità, a livello di cronaca nazionale, ottenendo, grazie a numerosi incroci, una gallina bianca, rossa e blu, per sostituire l'aquila, emblema degli Stati Uniti (... e anche dell'odiato Nemico crucco).
Fu anche sostenitrice del Movimento Femminista, ma, ben presto, tutte le sue furenti energie si coagularono in un granitico anti-Comunismo.
Il divorzio non sorprese nessuno, immagino.
Il colpo di grazia fu il declino economico della famiglia, un vero e proprio declassamento simbolizzato dal trasloco in un modesto bungalow in affitto (qui mi ritorna in mente Dickens, in modo meno irrazionale). Lui tornava regolarmente in visita  ogni settimana...

La terzogenita, Frances, aveva preso certamente alcuni aspetti del carattere materno. Inizialmente meno evidente, o solo mascherata, la debolezza paterna affiorerà più tardi.
All'epoca del divorzio e del dissesto economico era un'adolescente. Pare fosse piuttosto solitaria, accanita lettrice, precoce intelligenza, precoce in tutto. Doveva già dimostrare un notevole e poliedrico talento se l'ambiziosa madre, nonostante le difficoltà economiche, le procurò lezioni di piano e di recitazione.

A 14 anni debuttò con la sorella Edith in una recita parrocchiale. Si disse che la sua presenza scenica, qualcosa di molto simile al carisma, fosse già indiscutibile. Il “Seattle Daily Times” pubblicò una foto del memorabile evento.


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Frances e la sorella Edith

Così, in una sorta di curiosa simbiosi, i rapporti di Frances sia con la madre Lillian che con Seattle sono ancora accettabili in questi anni della prima adolescenza.
Certamente, quella brillante, ruvida, testarda ragazzina era un corpo estraneo nella cerchia famigliare così come nella plumbea comunità cittadina, tuttavia, la sua deflagrante personalità ed i suoi molti talenti, titillandone la riluttante vanità, le assicuravano una simil-approvazione.

Al liceo, la sua attività era addirittura febbrile, come si può notare da questo annuario scolastico del '27.

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Frequentava sia il corso di recitazione che quello di retorica, collaborava con il giornale scolastico e con la rivista letteraria (scriveva poesie e racconti).
Né trascurava lo sport: faceva parte della squadra di volley e di quella di basket.

Nel 1931, partecipò ad un concorso letterario sponsorizzato dalla rivista The Scholastic e vinse un premio (cento dollari ) con un breve saggio dal titolo "Dio è Morto ". Naturalmente, lo scandalo fu grande per i bravi cittadini di Seattle.

Infine, il "corpo estraneo " aveva fatto danni e la città la trafisse (tipo "Il Collezionista di Farfalle". Senza cloroformio, però!).
Mammina fu l'interprete più virulenta dell'indignazione collettiva.

I giornali locali sfoderarono titoloni del tipo: "Ragazza di Seattle Rinnega Dio e Vince un Premio!"
Gli "uomini di fede" additarono Frances e la sua insegnante di Inglese come sulfurei esempi dell'ateismo dilagante nella Scuola pubblica.
Uno di loro (di fede battista), rivolgendosi alle sue tremebonde pecorelle, tuonò: "Se i giovani di questa città finiranno all'Inferno, non c'è il minimo dubbio che sarà Frances Farmer la loro guida!"
Riferendosi a questo episodio, Frances disse che era stato triste per lei scoprire fino a che punto la gente potesse rivelarsi stupida. Si sentì sola al mondo... più la gente la additava con disprezzo, più lei si induriva.
"Quando incominciarono a chiamarmi 'The Bad Girl of West Seattle High', feci del mio meglio per essere all'altezza della mia fama."

[ A questo punto, poiché citerò spesso le sue parole, mi pare giusto sottolineare che, per lo più, sono tratte da un'autobiografia che aveva incominciato a scrivere due anni prima di morire e che uscì postuma. Quando quella incredibile bufera che fu la sua vita, lobotomia compresa, si era avviata verso un'altalena di tardive ricerche di approvazione e crolli alcolici].

Nel settembre dello stesso anno, si iscrisse alla facoltà di giornalismo presso l'università di Washington. Presto  abbandonò il giornalismo per la facoltà di Arte Drammatica. Si manteneva agli studi con i lavori più disparati, compreso quello di cameriera-cantante in un pub.
In compenso, divenne in breve tempo la star delle produzioni teatrali studentesche, che, all'epoca, erano seguite da un vasto pubblico.
Tre anni più tardi, un perspicace critico locale le predisse, con rara banalità, "le luci di Broadway". Anche Frances era incrollabilmente convinta del proprio glorioso destino. "Ero divorata viva dal'ambizione ", dirà poi... sappiamo quando e in che mutate condizioni... Sentiva di essere destinata a raggiungere la "vetta del Mondo". Il problema era COME arrivarci.
A causa delle precarie condizioni economiche della famiglia, un suo soggiorno a New York era impensabile.
Nel 1935, grazie ad una collaborazione con una rivista di sinistra, vinse un viaggio in Unione Sovietica... e, un'altra volta ancòra, fu "Frances la scandalosa", e chi guidò le proteste, in preda a feroci coliche anticomuniste?


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Mamminacara

(continua)

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giovedì 8 marzo 2012

Biografia di Frida Kahlo

Nata nel 1907 nella Casa Azul de Coyoacán, un sobborgo di città del Messico, Frida Kahlo rimase a lungo sconosciuta al grande pubblico, seminascosta dall’ombra del suo celebre marito, il pittore muralista Diego Rivera. Il riconoscimento che fin da subito le venne attribuito da artisti di fama internazionale non fu infatti sufficiente a far esplodere la “bomba Frida”, fenomeno (se così si può definire) per cui dovremo attendere gli anni ’90.

Tra i primi ammiratori di Frida Kahlo va ricordato Rivera stesso che, nel periodo della loro separazione (tra il 1935 e il 1940), dichiarò necessaria la rottura della coppia poiché a suo parere Frida era un’artista ormai completa che non aveva più bisogno del suo maestro-marito (il quale, con orgoglio, era solito mostrare una lettera in cui Picasso esprimeva la sua personale ammirazione per la pittrice e rivolgendosi a Rivera scriveva di lei: “Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”).

Altro celebre ammiratore di Frida fu André Breton, personaggio di spicco dell’avanguardia surrealista francese, che durante una visita in Messico fu letteralmente stregato dall’opera della Kahlo, tanto da convincerla ad allestire una mostra negli Stati Uniti nel 1938 ed una l’anno seguente a Parigi.

Frida non si mostrò entusiasta di questo sodalizio con il gruppo surrealista francese, che con il linguaggio colorito e un po’ volgare che la contraddistingueva era solita chiamare “questo mucchio di pazzi figli di puttana di surrealisti”. L’avversione nei confronti del gruppo avanguardista nasceva anche da un’incomprensione di fondo: Breton, non privo di una certa fascinazione per l’esotismo della pittrice, considerava Frida Kahlo una “surrealista naturale”, che pur non seguendo i metodi del manifesto surrealista (non perché non li conoscesse), era giunta a risultati simili a quelli dei pittori d’oltreoceano a lei contemporanei; ma nell’arte di Frida Kahlo non c’è nulla della dimensione onirica e dei simboli freudiani del surrealismo: “surrealismo” diceva Frida “è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri “sicuro” di trovare le camicie. (…) Uso il surrealismo come strumento per farmi gioco degli altri senza che loro se ne accorgano e per diventare amica di quelli che se ne rendono conto”, “pensavano che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà”.
Nulla di più vero. Ed è forse la realtà autobiografica che “trasuda” da ogni suo dipinto ad averla resa quasi oggetto di culto negli ultimi anni: per le strade di New York compaiono manifesti che riproducono le sue opere; ad Hollywood si girano film, per altro ben riusciti, sulla sua vita; i suoi quadri iniziano a fare il giro del mondo e ad essere esposti in mostre sempre visitatissime.

L’arte di Frida, con la sua carica di femminilità, di sensualità ed per il suo carattere fortemente personale, ha avvicinato soprattutto il pubblico femminile che più facilmente può ritrovarsi nelle sensazioni che l’artista ha tanto abilmente racchiuso nella tela. Per una donna, stare di fronte ad un’opera di Frida Kahlo equivale a ritrovarsi in intimità con se stessa, immersa nell’essenza più vera della femminilità.

Rapporto con il Messico (sua terra natale) e autobiografia sono due elementi da cui non si può prescindere per conoscere ed apprezzare le opere di Frida Kahlo. La sua vita fu infatti un susseguirsi di sofferenze che ebbero inizio, se non con la poliomielite avuta all’età di sei anni, quanto meno con il tragico incidente del 1925: lo scontro tra un tram e l’autobus su cui Frida viaggiava, che oltre a romperle la spina dorsale in tre punti, creò una cesura nella sua esistenza. Fu durante la lunga e dolorosa convalescenza, peraltro mai conclusa poiché le lesioni procuratesi nell’incidente le causarono gravi problemi per tutta la vita, che Frida iniziò a dipingere, trovando uno sfogo alla sua personale sensibilità.

La sofferenza ed il dolore sono elementi sempre presenti nella sua arte, ma sono affrontati con grandissimo coraggio ed associati ad una incontenibile “alegría”, creando una contraddizione che diventa punto di forza del fascino della Kahlo. Negli ultimi tempi, sul suo diario personale, accanto a frasi di giustificato sconforto come: “attendo la mia dipartita…e spero di non tornare mai più” ne compaiono altre sintetizzanti una gran forza d’animo: “piedi, a cosa mi servono se ho ali per volare?”.

giovedì 22 dicembre 2011

Sacro e Profano (?) - Lettera dal Carcere di Reading


Questa "Lettera dal Carcere" è stata letta da Roberto Benigni durante il festival di Sanremo, addirittura inaugurandolo, credo il 9 febbraio 2008...E' stata presentata e vissuta come un manifesto-riscatto dell'amore omosessuale, come il trionfo dell'amore senza declinazioni di genere al di là di ogni maligna traversia. Niente in contrario... peccato che... Come si può leggere dall'intestazione, questa lettera non è scritta dal carcere di Reading, dove Oscar Wilde scontò la sua condanna ai lavori forzati a causa delle sue inclinazioni sessuali, ma dal carcere di S.M. Halloway, dove il poeta trascorse il periodo del processo. Ancòra - dunque -  il suo amato "Bosie", il giovinastro aristocratico,viziato ed irrimediabilmente egoista, causa della sua rovina e che egli amò fino alla morte, non lo aveva deluso, tormentato, atterrato con la sua vigliaccheria ed il suo abbandono. Ancòra Wilde non conosceva il vero carcere, il supplizio della condanna, e la sua fiducia era intatta.

Carcere di S.M, Halloway, 25 aprile 1895

A Lord Douglas

Mio carissimo ragazzo,
questo è per assicurarti del mio amore immortale, eterno per te. Domani sarà tutto finito. Se la prigione e il disonore saranno il mio destino, pensa che il mio amore per te e questa idea, questa convinzione ancora più divina, che tu a tua volta mi ami, mi sosterranno nella mia infelicità e mi renderanno capace, spero, di sopportare il mio dolore con ogni pazienza. Poiché la speranza, anzi, la certezza, di incontrarti di nuovo in un altro mondo è la meta e l'incoraggiamento della mia vita attuale, ah! debbo continuare a vivere in questo mondo, per questa ragione.
Il caro *** mi è venuto a trovare oggi. Gli ho dato parecchi messaggi per te. Mi ha detto una cosa che mi ha rassicurato: che a mia madre non mancherà mai niente. Ho sempre provveduto io al suo mantenimento, e il pensiero che avrebbe potuto soffrire delle privazioni mi rendeva infelice. Quanto a te (grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo), quanto a te, ti prego, non appena avrai fatto tutto quello che puoi fare, parti per l’Italia e riconquista la tua calma, e componi quelle belle poesie che sai fare tu, con quella grazia così strana. Non esporti all'Inghilterra per nessuna ragione al mondo. Se un giorno, a Corfù o in qualche isola incantata, ci fosse una casetta dove potessimo vivere insieme, oh! la vita sarebbe più dolce di quanto sia stata mai. Il tuo amore ha ali larghe ed è forte, il tuo amore mi giunge attraverso le sbarre della mia prigione e mi conforta, il tuo amore è la luce di tutte le mie ore. Se il fato ci sarà avverso, coloro che non sanno cos'è l'amore scriveranno, lo so, che ho avuto una cattiva influenza sulla tua vita. Se ciò avverrà, tu scriverai, tu dirai a tua volta che non è vero. Il nostro amore è sempre stato bello e nobile, e se io sono stato il bersaglio di una terribile tragedia, è perchè la natura di quell'amore non è stata compresa. Nella tua lettera di stamattina tu dici una cosa che mi dà coraggio. Debbo ricordarla. Scrivi che è mio dovere verso di te e verso me stesso vivere, malgrado tutto. Credo sia vero. Ci proverò e lo farò. Voglio che tu tenga informato Mr Humphreys dei tuoi spostamenti così che quando viene mi possa dire cosa fai. Credo che gli avvocati possano vedere i detenuti con una certa frequenza. Così potrò comunicare con te. Sono così felice che tu sia partito! So cosa deve esserti costato. Per me sarebbe stato un tormento pensarti in Inghilterra mentre il tuo nome veniva fatto in tribunale.
Spero tu abbia copie di tutti i miei libri. I miei sono stati tutti venduti. Tendo le mani verso di te. Oh! possa io vivere per toccare i tuoi capelli e le tue mani. Credo che il tuo amore veglierà sulla mia vita. Se dovessi morire, voglio che tu viva una vita dolce e pacifica in qualche luogo fra fiori, quadri, libri, e moltissimo lavoro. Cerca di farmi avere tue notizie. Ti scrivo questa lettera in mezzo a grandi sofferenze; la lunga giornata in tribunale mi ha spossato. Carissimo ragazzo, dolcissimo fra tutti i giovani, amatissimo e più amabile. Oh! aspettami! aspettami! io sono ora, come sempre dal giorno in cui ci siamo conosciuti, devotamente il tuo, con un amore immortale.

Oscar Wilde


Posto la conclusione di "De Profundis", (di cui consiglio caldamente la lettura), lunghissima epistola-sfogo-riflessione scritta fra il gennaio ed il febbraio del 1897 all'ingrato ed egoista "Bosie", quando la permanenza in carcere di Oscar Wilde volge al termine. Wilde scrive dal carcere di Reading, dove scontò la condanna ai lavori forzati. Conosco bene la sua opera letteraria, poco i saggi e le lettere, per cui... non sentenzio... avanzo ipotesi: "De Profundis" è fatto di materiale instabile, scritto e riscritto negli anni, anche perché, pare, pesantemente censurato dal figlio dell'autore; può essere che edizioni differenti presentino strane mescolanze, io mi fido de "Meridiani"...
La traduzione è di Oreste del Buono:

"Quello che al mondo e a me pareva il mio futuro, lo persi irrimediabilmente quando mi lasciai indurre a intentare causa a tuo padre. In realtà, l'avevo perso, oso dire, molto prima.Davanti a me, ora, ho il mio passato. Devo riuscire, ora, a guardarlo con occhi diversi, a far sì che il mondo lo guardi con occhi diversi, a far sì che Dio lo guardi con occhi diversi. A questo non posso giungere ignorando il mio passato, o diminuendolo, o lodandolo e neppure rinnegandolo. Vi giungerò pienamente solo accettandolo come parte inevitabile dell'evoluzione della mia esistenza e del mio carattere: chinando la testa davanti a quanto ho patito. Questa lettera nei suoi umori mutevoli e incerti, nel suo sdegno e nella sua amarezza, nelle sue aspirazioni e nella sua incapacità a realizzarle, ti mostra assai chiaramente quant'io sia lontano dalla vera sostanza dell'anima. Ma non scordare in quale tremenda scuola sto svolgendo i miei compiti. E, per quanto incompleto e imperfetto io sia, tuttavia da me hai ancora molto da imparare. Sei venuto a me per conoscere il Piacere di vivere e il Piacere dell'arte. Forse io sono destinato a insegnarti qualcosa di ben più stupendo:il significato del Dolore, la sua bellezza.
Il tuo affezionato amico,

Oscar Wilde "

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...Nessuna strana, ambigua eco dei paradisi  dei presunti eredi di Adriano, niente Corfù, niente Capri, né la/le  "Cuba" dei tempi che furono, rievocanti lampi di "Improvvisamente l'Estate Scorsa".
Il brano che posto qui è dolore, è delusione, è stanchezza, è orgogliosenzaorgoglio, è un Amore ferito e auto-dilaniato ... senza etichette né nastrini rosa...


Mab


p.s.
Ho rieditato e postato questi brani tre volte, dal luglio del 2009.

martedì 28 giugno 2011

La "Guerra dei Mondi" di Orson Welles

 


 
 
"E’ conosciuta come la più grande beffa mediatica del nostro secolo. Una farsa capace di gettare nel panico migliaia di americani provenienti da ogni strato sociale. Un radiodramma che cambiò definitivamente non solo la carriera del suo artefice, ma tutto lo studio sociologico sugli effetti dell’esposizione ai contenuti massmediatici.
 
Stiamo parlando della celebre versione radiofonica di La Guerra dei Mondi realizzata da Orson Welles. Da quel giorno in poi fu assai più evidente da una parte l’enorme potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa, dall’altra quanto fosse presente il rischio di manipolazione e canalizzazione dell’opinione pubblica da parte di tali mezzi.
 
Come spesso accade, la descrizione dell’evento stesso può esserci d’aiuto per capire meglio le dinamiche che hanno permesso ad un semplice radiodramma di scatenare una serie di reazioni a catena capaci di suscitare il reale terrore degli ascoltatori.

 E’ la sera del 30 Ottobre del 1938, la sera prima di Halloween (e la data di sicuro non è casuale), quando la stazione radiofonica statunitense della CBS decide di mandare in onda uno show speciale per celebrare tale festività. Come di consuetudine, è previsto un radiodramma, affidato quell’anno al miglior attore emergente di cui la radio disponeva: Orson Welles.

Il programma prevede la trasposizione radiofonica di un romanzo di fantascienza di H.G. Wells (è curiosa in questo caso l’assonanza del cognome con quello di Welles), dal titolo La Guerra dei Mondi. Il romanzo descrive l’invasione della Terra da parte di extraterrestri provenienti da Marte sul finire del diciannovesimo secolo.

La storia viene riadattata ai tempi radiofonici principalmente da Howard Koch e alcuni suoi collaboratori della CBS. Il riadattamento tuttavia non piaceva del tutto a Welles, perplesso sopratutto dal ritmo del testo che ne era uscito. Con una geniale intuizione, lo stesso Welles decide, per ‘dare sapore’ a quel piatto sciapo, di impostare la trasmissione come se si trattasse di un normale programma musicale interrotto ad un certo momento da un falso notiziario radio che annunciava l’invasione degli alieni e i suoi drammatici sviluppi.

Nessuno degli addetti al radiodramma, compreso lo stesso Orson Welles, si sarebbe mai immaginato che quello che ai loro occhi appariva semplicemente come un normale lavoro di routine, si sarebbe trasformato in un evento i cui effetti furono tali da modificare in maniera incontrovertibile non solo il destino artistico del giovane attore, ma anche il destino degli studi sociologici circa gli effetti dei contenuti massmediatici.

La trasmissione comincia con lo speaker che presenta, “in diretta dalla Meridian Room dell’Hotel Park Plaza di New York”, l’inizio della programma musicale di Ramon Raquello e della sua orchestra. Si può facilmente interpretare lo sgomento del pubblico radiofonico quando, dopo pochi minuti dall’inizio della trasmissione, questa viene bruscamente interrotta con un comunicato dai toni altamente drammatici: “Signore e signori, vogliate scusare per l’interruzione del nostro programma di musica da ballo, ma ci è appena pervenuto uno speciale bollettino della Intercontinental Radio News. Alle otto meno venti, ora centrale, il professor Farrell dell’Osservatorio di Mount Jennings, Chicago, Illinois, ha rilevato diverse esplosioni di gas incandescente che si sono succedute a intervalli regolari sul pianeta Marte. Lo spettroscopio indica che si tratta di idrogeno e che si sta avvicinando verso la terra a enorme velocità. Il professor Pierson dell’Osservatorio di Princeton conferma questa osservazione dicendo che il fenomeno è simile alla fiammata blu dei jet sparata da un’arma”.

Ha inizio la beffa mediatica del secolo, il falso che ha messo in luce il rapporto fin troppo fideistico e acritico che il pubblico aveva instaurato con i mezzi di comunicazione di massa. Gli oltre sei milioni di ascoltatori non erano preparati né a sospettare del falso, né tantomeno a sospettare dell’enorme potenzialità di quello che dalla maggioranza di loro veniva ancora considerato semplicemente come un ‘mezzo di svago’. Probabilmente Welles era al corrente di queste potenzialità e dell’abbaglio al quale erano sottoposti i fruitori dei mezzi di comunicazione di massa.
E’ per questo che aveva deciso di inserire il suo falso nel bel mezzo di un programma d’intrattenimento, come a voler render più netto lo stacco tra uno stato d’animo disteso, qual è appunto quello derivante dall’ascolto di un programma musicale, e uno stato di panico crescente dovuto all’annuncio dell’avvenuta invasione aliena.

  Dopo il primo avvertimento circa le fiammate provenienti da Marte, la programmazione musicale prosegue con un brano estremamente simbolico dal punto di vista linguistico: Star Dust (polvere di stelle).

Gli ascoltatori tornano così a rilassarsi con una delle canzoni di maggior successo dell’epoca, ignari del susseguirsi di eventi che di lì a poco li avrebbe destati dalle loro poltrone e scaraventati nelle strade in cerca di salvezza. Infatti, passano pochi minuti ed ecco una nuova interruzione: “Signore e signori, vorrei leggervi un telegramma indirizzato al professor Pierson dal dottor Gray, del Museo di Storia Naturale di New York. Il testo dice: Ore 21:15, ora standard delle regioni orientali. I sismografi hanno registrato una scossa di forte intensità verificatesi in un raggio di 20 miglia da Princeton. Per favore investigate. Firmato Loyd Gray, capo della Divisione Astronomica”. Vediamo in questo caso come la citazione di fonti apparentemente autorevoli, come il ‘Museo di Storia Naturale’ o il ‘Professor Gray, capo della Divisione Astronomica’, sia un espediente imprescindibile per chi vuole mettere a segno una beffa mediatica e intende donare ad essa ulteriore credibilità.

Gli eventi che seguono il secondo annuncio diventano sempre più drammatici e la costante alternanza di questi allarmi con la normale programmazione musicale non fa altro che creare ulteriore confusione nell’ormai già allarmato pubblico.

Man mano che passa il tempo, si diffondono, tramite le voci di abilissimi attori, notizie che riferiscono dell’avvenuto atterraggio extraterrestre, delle orribili fattezze degli alieni, delle loro sofisticatissime armi e dei gas tossici. L’escalation porta addirittura a descrivere ‘in diretta’ la morte di un cronista che stava riferendo dell’avvenuta distruzione della città di New York. E quest’ultima è la scintilla che scatena l’esplosione di panico tra la gente.

Per capire meglio il linguaggio di cui si è fatto uso in questa trasmissione, che ricalcava in modo astuto quello delle reali cronache giornalistiche, e per capire meglio la drammaticità del falso evento, di seguito riporto la descrizione di un ‘falso’ cronista che si ritrova faccia a faccia con una presenza aliena: “Signore e signori, è la cosa più terribile alla quale abbiamo mai assistito…Aspettate un momento! Qualcuno sta cercando di affacciarsi alla sommità..qualcuno… o qualcosa. Nell’oscurità vedo scintillare due dischi luminosi..sono occhi? Potrebbe essere un volto. Potrebbe essere..mio Dio, dall’ombra sta uscendo qualcosa di grigio che si contorce come un serpente. E poi un altro e un altro ancora. Sembrano tentacoli. Ecco, adesso posso vedere il corpo intero. È grande come un orso e luccica come cuoio bagnato. Ma il viso! È indescrivibile. Devo darmi forza per riuscire a guardarlo. Gli occhi sono neri e brillano come quelli di un serpente. La bocca è a forma di V e della bava cade dalle labbra senza forma che sembrano tremare e pulsare. Il mostro, o quello che è, si muove a fatica. […]Un oggetto ricurvo sta uscendo dalla fossa. Sembra un piccolo raggio di luce riflesso su uno specchio. Che succede? Dallo specchio si sprigiona un raggio di luce…che si dirige verso gli uomini che avanzano. Li ha colpiti! Sant’Iddio, li ha incendiati! Bruciano come torce”.

Seguono diversi silenzi radio (come a far crescere la tensione), ogni tanto ripresi da qualche sporadica e confusa cronaca, fino a quando non si giunge ad un’apparente cessazione delle trasmissioni. E’ a questo punto che si scatena il putiferio. Migliaia di persone in preda al panico si riversano nelle strade e si lasciano andare a comportamenti di grave irrazionalità.
 Si segnalano numerosi ingorghi nelle arterie principali di molte città degli Stati Uniti, mentre le linee di comunicazione si sovraccaricano fino al collasso. Alcuni si abbandonano a episodi di violenza, altri pregano di non essere coinvolti nell’attacco. A San Francisco, una donna si presenta alla polizia con i vestiti lacerati sostenendo di essere stata aggredita dagli alieni, mentre a New York ci vollero settimane per convincere alcuni di quelli che erano scappati a far ritorno nelle proprie abitazioni.

Ai giorni nostri, una simile reazione ci apparirebbe del tutto esagerata. A questo proposito, tuttavia, va ricordato che la radio fonda parte del suo fascino sulla disponibilità e la fantasia dell’ascoltatore che, soprattutto allora, non ne fruiva con la passiva attenzione che noi oggi dedichiamo al video.

La grande abilità di Orson Welles nel riprodurre in maniera impeccabile lo stile cronistico ha contribuito poi sopra ogni cosa a rendere credibile la messinscena. Emerge così l’importanza, quando si parla di falsi voluti e di beffe mediatiche, dell’utilizzo delle stesse modalità espressive del soggetto che si vuole imitare, in questo caso il giornalismo radiofonico. Per spiegarmi meglio, l’esito di questo programma sarebbe stato del tutto diverso se Welles avesse deciso di impostarlo, ad esempio, come un talk show o come una semplice intervista con un esperto di Ufo.

Inoltre, come in ogni beffa che si rispetti, anche in questa erano presenti tracce della sua falsità. A parte gli elementi fantastici e surreali descritti, che con poca razionalità potevano essere riconosciuti come tali, viene infatti ripetuto per ben quattro volte durante la trasmissione che ciò che si stava ascoltando altro non era che un radiodramma, e che gli eventi descritti erano il frutto della fantasia dell’autore del libro, H.G Wells.

Entra qui in gioco un fattore di estrema importanza quando si parla di mass media, ovvero il grado di attenzione che il pubblico riserva ai mezzi di comunicazione di massa, la scarsa criticità nei confronti dei contenuti veicolati da essi. Si spiega la logica secondo la quale un messaggio mediatico viene interiorizzato secondo quelle che sono le predisposizioni del pubblico a ricevere tale messaggio.

Come ricordava lo storico March Bloch all’inizio del secolo: “una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; questa, solo apparentemente è fortuita, o, più precisamente, tutto ciò che in esse vi è di fortuito è l’incidente iniziale, assolutamente insignificante, che fa scattare il lavoro di immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento […] La falsa notizia è lo specchio in cui la coscienza collettiva contempla i propri lineamenti”.

 Ciò vuol dire che se il pubblico americano ha preso per vero un episodio così impossibile ed ha in qualche modo involontariamente omesso gli indizi, anche espliciti, che ne svelavano l’assurdità, ciò è perché in qualche modo era ‘preparato’ ad affrontare una situazione del genere. Una situazione che preesisteva già da tempo nel loro immaginario collettivo, il frutto del periodo storico in cui è maturata.

Si era infatti già vissuta la Prima Guerra Mondiale e il clima politico internazionale era surriscaldato dall’imminenza di un altro conflitto, mentre le scoperte scientifiche sempre più avanzate facevano intravedere futuri scenari di conquista spaziale, dai quali la narrativa e il cinema attingevano in maniera sempre più frequente.

La gente era da una parte spaventata, dall’altra preparata a vivere un evento del genere. Poco importa poi se gli extraterrestri avevano i tentacoli e improbabili fattezze o che utilizzassero poteri straordinari; per gli americani quel giorno la realtà rappresentava l’invasione dei marziani, gli abitanti del ‘Pianeta Rosso’.

Ciò che ha reso di portata storica questo avvenimento è il fatto che è riuscito ad evidenziare, chiaramente e per la prima volta,l’enorme potere ei mezzi di comunicazione di massa; un potere in grado di canalizzare e manipolare l’opinione pubblica secondo i desideri di coloro che controllano e posseggono tali mezzi.

La Guerra dei Mondi nella sua versione radiofonica ha aperto una nuova pagina negli studi di sociologi, psicologi di massa ed esperti di comunicazione, tutti accomunati in quel giorno dalla sorpresa di assistere agli effetti che un falso poteva provocare alla grande massa dei fruitori mediali."


Da:

La Guerra dei Mondi di Orson Welles
Cronaca di un radiodramma che gettò nel panico gli Stati Uniti

di  Andrea Laruffa