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martedì 13 settembre 2016

Penny Dreadful: Incontri e Proposte

La serie, il primo episodio, si apre senza mediazioni, una madre e una bambina strette fra gli stracci di un giaciglio, la madre che sfrutta l'inaudito ed estemporaneo lusso di una latrina domestica, e viene risucchiata dal mostro. La figlioletta ne seguirà la sorte, ci vuol poco ad immaginarlo.
E senza mediazioni è presentata Vanessa Ives*, scalza, inginocchiata sul nudo pavimento di una stanza nuda, davanti ad un crocifisso. Appartiene alla cerchia delle mistiche folli d'amore, invasate e possedute dal Bene. Le preghiere che recita velocemente sanno di esorcismo. E quale sia la sua missione è rivelato dai ragni che strisciano sul crocifisso e poi su di lei. E' una guerriera e la sua vocazione è il martirio, la sua preghiera è sofferenza. Come ho detto, si può essere "possedute" anche dalle forze del Bene.

"One of my first days on set was the scene with Vanessa praying to the cross on the wall. I was amazed by how Bayona worked with Eva Green in creating the scene and that stunning performance. While Vanessa begins to shake and convulse, what you can’t see beneath the camera is that she was holding one end of a rope, while Bayona lay next to her and tugged hard on the other end. She was forced to tug back, resulting in the jerky movements you see. Bayona had an incredible ability to create these tense moments that would always leave everyone in the room in silence. I’m glad to say that all those spiders were created by our visual effects team…otherwise I’m not so sure I would be quite so enthusiastic about being in that room!"
Michelle Ryan, Digital Content Producer for Penny Dreadful.

[*Eva Green, europea, fugace musa di Bertolucci, Bond-girl, vincitrice di un Bafta, figlia di quella Marléne Jobert, francese, partner di Lino Ventura, Michel Piccoli, Alain Delon, ecc, negli anni '70. Per fortuna non assomiglia a mammà né fisicamente né professionalmente]






E, all'improvviso, il colore livido del delitto oscuro e della possessione religiosa vengono spazzati via dall'irruzione del personaggio successivo, Ethan Chandler* - un'eco del Buffalo Bill circense - che, truccato come una puttana sfacciata, rappresenta in Europa, il riflesso farlocco dei gloriosi delitti del generale Custer. Tra nani, funamboli e ballerine. Il tutto girato al Cabinteely Park di Wicklow, Dublino.

[E' Josh Hartnett - e torniamo in America - che, dopo una dimenticabile Pearl Harbor, inanella Sin City, e il bellissimo The Black Dahlia con Scarlett Johansson e Hilary Swank].





Tra il pubblico c'è Vanessa Ives, che gli farà una proposta, un lavoro notturno, un lavoro rischioso. Ma non prima di averlo "fotografato" come avrebbe fatto il migliore Sherlock, ricostruendo il suo passato e intuendo il suo presente da millantatore dal bell'orologio d'oro contrastante con gli abiti logori, con gli stivali risuolati più volte, dalla mano tremolante per le bevute che tenta di nasconderle, ecc. ecc. Il tono del colloquio si può dedurre da fulminei scambi di battute:
"E' un atto criminoso?"
"Vi importerebbe?"
"E' un omicidio?"
"Vi importerebbe?"
E, quando Vanessa si allontana, con la noncurante regalità che impareremo a (ri)conoscerle:
"Avete un nome?"
"Sì", et voilà. E' nata una regina.





E torniamo a parlare della Londra livida, stracci svolazzanti e nebbia - una Londra anch'essa ricostruita in Irlanda, nel Guinness Storehouse di Dublino, credo, anche in questo caso, per gli sgravi fiscali e gli incentivi economici più che per l'inclinazione immaginifica dello sceneggiatore entusiasticamente appoggiato dalla produzione.
L'appuntamento li porta a sprofondare nei bassifondi, poi in una fumeria d'oppio (e balena il Johnny Depp disperato investigatore drogato di assenzio de "La Vera Storia di Jack lo Squartatore"), poi nei sotterranei della suddetta fumeria.







E qui, Ethan e Vanessa incontrano sir Malcom Murray (Timothy Daliton), che si presenta al pistolero made in U.S.A solo come uno che "cerca una persona cara che gli è stata portata via". E anche qui senza filtri né mediazioni avviene lo scontro con un drappello di infettati dal Male, poi la ricerca in un ossario-carnaio di vittime e futuri carnefici, alla ricerca di Mina, della figlia perduta, di ciò che è diventata. E dall'inferno di ossa e carne, striscia fuori una Creatura, ombra dell'Altro, che li assale e viene ucciso.
A proposito della scena nell'ossario-carnaio e dell'incontro con il vampiro (un certo Robert, nella vita reale), Michelle Ryan scrive:
"I have never winced so much while walking through a set – the piles of dead bodies slumped in corners, and body parts lying on shelves and scattered across the room. This was not for the faint of heart. I managed to find an out-of-the-way balcony, and watched as the Vampire slowly emerged from the heap of bodies to catch one of the characters and throw him across the room. During one take, the actor tripped (on a spare limb no doubt) and actually fell across the room. Our vicious Vampire snapped out of his fierce, snarling stance and gasped “Oh no, I’m so sorry…Oh god, I’m a real Vampire!” Everyone cracked up."






Il corpo della creatura viene trasportato in un altro sprofondo: la fiorente industria di cadaveri per gli studenti e studiosi di Medicina.
Parentesi: effettivamente, a Londra questo commercio ebbe inizio con pochi scellini allungati a foschi inservienti di ospedali per i poveri e a becchini. La richiesta cresceva, la ricerca di corpi "freschi" diventava faticosa. Alcune bande formate dai suddetti foschi individui pensarono che fosse cosa buona e giusta aumentare notevolmente i prezzi, e che fosse un'idea ancòra più brillante non perdere tempo trafugando cadaveri qui e là. Meglio "produrre" cadaveri. Innumerevoli leggende metropolitane nacquero intorno a questo argomento. Ma questa è un'altra storia, direbbe qualcuno.

E incontriamo il destinatario della seconda Proposta: il dottor Frankenstein (Harry Treadaway, attore inglese, buoni studi, senza infamia e senza lode), molto poco barone, più giovane studioso "posseduto" dalla fame di Conoscenza quasi quanto Vanessa Ives è posseduta dalla sua fede febbrile e sir Malcom è posseduto dal desiderio di salvare sua figlia "a costo di uccidere il mondo intero".
Come spiegherà a sir Malcom in un incontro successivo, quello della "proposta", il giovane Frankenstein non è interessato alla Conoscenza fine a se stessa, non gli interessa contare le screziature di una foglia o le spire di un rettile, né, a differenza di sir Malcom, che, man mano, scopriamo viaggiatore, esploratore e scrittore, ambisce a piantare una bandiera sulla cima di qualche montagna. E' interessato solo alla Vita e alla Morte, anzi, al velo, alla scintilla che separa l'una dall'altra.







Intanto, durante il primo incontro sotterraneo, esamina il vampiro ucciso da sir Malcom nell'ossario. E scopre che, sotto una sorta di pelle non umana, ha il petto completamente ricoperto da geroglifici.
Il che conduce sir Malcom e Vanessa al British Museum, Dipartimento Egizio, dove incontreranno la successiva "proposta", Ferdinand Lyle*.




[*Simon Russell Beale, blasonato attore inglese].
E' deliziosamente inglese. Solo un bravo attore inglese riesce a sfiorare il grottesco senza mai apparire tale, a meno che non lo voglia. Il suo personaggio è un attempato e civettuolo erudito, gay, sposato con una donna molto ricca. Dirige il Dipartimento Assiro-Egizio del British Museum, si comporta come un deliziato fan con sir Malcom. Ma non è l'omino di burro che sembra.

Intanto,Vanessa ha ricevuto il pistolero americano che appare abbastanza disperato da accettare la proposta o troppo disperato per accettarla. E si viene a sapere che Vanessa è una sorta di veggente, ma - confermo - tocca la mente del disorientato Ethan più con il suo istinto e la sua inattesa logica alla Sherlock che attraverso la consultazione delle carte che sventaglia sul tavolo. Logica inattesa perché assolutamente in contrasto con il suo tormentato misticismo.
E, per la prima volta dalla sua scomparsa, Mina appare al padre, dapprima come una bambina perduta e terrorizzata, poi, con il suo aspetto infernale. E, mentre capiamo lentamente che ogni personaggio è oppresso da un dolore segreto, da una maledizione, da una febbre che lo perderà, emerge con chiarezza da un dialogo tra sir Malcom e Vanessa che entrambi, per motivi diversi, si sentono responsabili per la sorte toccata a Mina. Nuovamente sola nella nuda stanza dominata dal crocifisso, persa nelle sue maceranti preghiere e nei sensi di colpa, anche Vanessa avverte una presenza demoniaca intorno a sé. Sulla parete brulicante di ragni, il crocifisso è capovolto.

Dopo aver visto la scena di alta macelleria del ritrovamento della madre e della bambina fatte a pezzi all'inizio dell'episodio, mentre il "popolino" giura sul ritorno di Jack lo Squartatore, Ethan sembra pronto a ritornare sui suoi passi. Vanessa lo osserva arrivare da una finestra. Ma lui fugge, sempre più disperato e combattuto.

L'ultimo "quadro" vede la nascita della Creatura di Frankenstein, nuda, indifesa, dolente, innocente. Per un lunghissimo momento, la Creatura e il giovane scienziato si guardano, occhi negli occhi, cercando qualcosa nell'altro.





Mab's Copyright


domenica 11 settembre 2016

Penny Dreadful - Primo Capitolo

Frankenstein, Dorian Gray, Lupi Mannari, Vampiri, Veggenti...
Tutti in un boccone. Indigesto, ho pensato. Vade Retro. Poi, casualmente, ho visto una puntata in notturna. E, non dico che mi sia ribaltata o che mi sia cascata la mandibola sulle ginocchia, ma il palato dei miei occhi ha esclamato:"Ancòra!"
Ci sono alcui verbi che non userò mai (shippare) e altri che userò poco: recuperare. Non si recupera nulla. Ho sfogliato puntate a caso, poi, ho deciso di mettere ordine.
Che sia una produzione sontuosa (e, quindi, anche costosa) salta agli occhi anche senza informazioni specifiche. Cast a parte, effetti speciali a parte. Il diavolo è nei dettagli, ma lo sono anche gusto, eleganza, e sontuosità, per l'appunto. Non c'è esibizionismo (tié, e fai vedé che abbondiamo! cit.), ma neanche una evidente urgenza di risparmiare. Il che, alla lunga, avrà condannato la serie alla chiusura anticipata. Non mi berrò mai la storia: Era già tutto previsto! Con un budget dimezzato, avrebbero allungato il brodo per altre 6-7 stagioni, come minimo. Sarebbero spuntati il fratello scemo di Frankenstein, la cognata ottantenne di Dorian Gray, una lupa mannara pentita persa per un lontano parente di Ethan, e una sorella-clone di Vanessa, pronta a rilevare la corona di protagonista in caso di defezione della suddetta. Con gli avanzi avrebbero creato perdibilissimi spin-off. Scampato pericolo. Tre stagioni. Perfetto così.






Consiglio per chi non lo avesse mai seguito: Guardate uno dopo l'altro i primi due episodi. Il primo non spazza via i dubbi.

Dunque, Londra fine '800. Ambientazione suggestiva ma pericolosa perché abusata, logorata.
Piena Rivoluzione Industriale, fumi e veleni che mangiano viva la città, l'aristocrazia delle armi che sfiorisce in favore dei borghesotti rampanti che si comprano e/o ottengono titoli grazie a commerci spregiudicati; guerre in giro per il mondo per sostenere i suddetti commerci spregiudicati. Un inesauribile fiume di nuova energia scorre sotto il putridume, le nuove scienze e conoscenze ammaliano e spaventano. Il controllo della propria vita, già esiguo, sembra sfuggire ad ogni respiro, a dispetto di opportunità mai conosciute prima. La piccola borghesia, precariato della nuova classe sociale, vive sul filo di un rasoio: basta una malattia, la morte di un datore di lavoro, un incidente di percorso negli ingranaggi di una piccola impresa per perdere tutto. La prigione per debiti, l'ospedale, la morte. L'Educazione non è più appannaggio di pochi privilegiati. Anche i ricchi borghesi assumono governanti e precettori francesi o tedeschi per i loro apatici rampolli, che perfezionano gli studi in costosissime scuole private; i piccolo-borghesi fanno del loro meglio, ospitando zitelle istruite ma povere, o accontentandosi di una didattica domestica affidata a volenterosi esponenti del clero. Gli Inglesi non hanno mai avuto un Wagner o un Verdi (vabbé, si sono rifatti in seguito: dagli anni '60 del secolo scorso in poi, la musica è inglese), neanche a parlare di un Rembrandt, di un Raffaello, ma sanno raccontare e amano ascoltare o leggere i racconti. Tecnicamente, il Romanzo è stato inventato dai Francesi, ma fu subito oscurato, mentre attecchì e fiorì in Gran Bretagna. Nel periodo di cui parliamo, la letturatura non era più confinata nelle biblioteche dei nobili e dei ricchi, imbalsamata in preziose edizioni, ma viaggiava anche nei modesti quartieri residenziali, quelli in bilico tra gli splendori di nuove ricchezze e una miseria per cui non bastano gli aggettivi. Charles Dickens fu il primo a spezzettarsi in economiche dispense, a imparare l'arte di lasciare il lettore ingolosito alla fine di un capitolo, in ansiosa attesa diel successivo.  E giravano, di mano in mano anche libretti, fogli e fogliacci. Alcuni raccontavano a tinte fosche e rosso-sangue i più truculenti fatti di cronaca - e il materiale abbondava! - e le storie vere diventavano leggende, si nutrivano di vecchie leggende. E poi i più o meno rozzi racconti di pura fantasia, pugni nella pancia, grondanti sangue, popolati di fantasmi e di strani ibridi, di delitti misteriosi. Distoglievano i più derelitti dall'orrore reale in cui vivevano, davano un piacevole brivido ai borghesucci annidati accanto al caminetto nelle loro rassicuranti poltrone.
"Penny Dreadful" cita nel titolo questa letteratura, ma, in realtà, non la rispecchia. E' più vicina all'insoddisfazione di chi si sentiva perso e stritolato dal pragmatismo spietato dei nuovi ricchi e dal cinismo dei vecchi conservatori come dai falsi idoli della Scienza legata alle conquiste industriali. E allora sognava viaggi esotici in terre lontane, dove i cattivi sono ben riconoscibili, ma hanno bellissime figlie da salvare, oscure e terribili divinità a cui sacrificare vite e preziosi papiri di cui non conoscono il significato nascosto né il valore. Un'altra, più sottile forma di Colonialismo e di Razzismo, direi. Ma i viaggi non hanno per destinazione solo terre esotiche abitate da orribili indigeni. Si scende a tentoni, con poca delicatezza, nelle oscurità più spaventose che si annidano sotto la perfetta e levigata corazza del conformismo anglosassone. Oscurità tanto più spaventose in quanto sconosciute. E allora il gelido, bellissimo orrore segreto di Dorian Gray, il Male assoluto avvolto nel pastrano del buon dottor Jekyll, gli esperimenti mostruosi nelle cantine e nei solai sbarrati del geniale Frankenstein. E l'incarnazione estrema della lotta tra il Bene e il Male, tra la Fede (non necessariamente religiosa) e la Disperazione, l'orrore del Vuoto.




Lo so, è tanto, è troppo, e, come i piccolo-borghesi eternamente in bilico tra un radioso avvenire ed una orrenda miseria, la serie è perennemente sull'orlo del grottesco involontario, ma non cade. Vacilla, ma non cade.

Mab's Copyright

sabato 3 settembre 2016

Suits, Sherlock, Penny Dreadful. Hanno in Comune Solo Me.

Non sono mai in sincro con le programmazioni delle serie tv. E' capitato, poi, non ho voluto esserlo. A volte, si parte entusiasti, curiosi. Arriva una malefica seconda stagione che ti fa rintanare, guaendo, nell'Angolo del Castigo. Oppure, al contrario, sghignazzi preventivamente, e poi ti genufletti nell'Angolo del Rimorso. In entrambi i casi, non essendo una spettatrice/consumatrice onnivora né compulsiva, non ho mai avvertito la necessità di sbraitare insulti per esprimere il mio profondo disgusto, o caramellarmi in orgasmi multipli in qualche fanpage. Mi hanno tentato i Blog, ovviamente quelli in cui ho "sfogliato" recensioni scritte in buon Italiano e con discreto uso di neuroni, ma, poi, ho rinculato davanti al tono di certi commenti. Vade retro. Ci sarà qualcuno che ama risfogliare (come si fa con un libro che si è amato) storie non in diretta streaming, o, persino, racconti che hanno già scritto la parola Fine. Perché no? Quando gli umori sono decantati e il cervello si dà una rinfrescata, o quando si è in crisi nostalgica (chiamasi anche astinenza) non è male condvidere per un attimo - agrodolce - le impressioni di chi si accosta al tuo tesorrrro per la prima volta, o vuol giocare a "facciamo finta che sia la prima volta".

Mab

Sherlock






Penny Dreadful







Suits







p.s.
Come è facile notare, non sono onnivora, ma neanche snob.

sabato 30 agosto 2014

Editoria e Opera Omnia. Chi se non Hoffmann?

E.T.A. Hoffmann:
 "Notturni", traduzione di Matteo Galli, Roma, L’Orma, 2013, "Le Omnie", n°1, 384 p.
"Gli elisir del diavolo", traduzione di Luca Crescenzi, Roma, L’Orma, 2013, “Le Omnie”, n°2, 400 p.

Chi, se non Hoffmann? Provate a immaginare una casa editrice che decide di aprire una collana di classici, anzi di pubblicare le opere complete di un autore classico e di partire con uno scrittore classico, guarda caso, proprio di lingua tedesca. Classico, nel senso di: indiscutibilmente nel canone. Classico, anche nel senso di: pre-novecentesco (autori con uno o due piedi nel ’900 presentano spesso insormontabili problemi di diritti d’autore…). E provate a scorrere gli autori canonici della letteratura tedesca dei due secoli in questione, il Diciottesimo e il Diciannovesimo (prima del 1750 impensabile parlare di testi classici nella letteratura tedesca), tenendo conto di una serie di fattori: le dimensioni dell’opera e dunque la fattibilità di un’omnia, la situazione nell’attuale mercato editoriale italiano, il genere letterario/i generi letterari nei quali quell’autore si è cimentato, la popolarità complessiva.

Partiamo dalla situazione nell’attuale mercato italiano (ciò che, evidentemente, ci dice qualcosa anche sulla popolarità complessiva), prendiamo una qualche libreria online a caso e vediamo la top five, in base ai volumi disponibili sul mercato, nel giugno del 2013. Al primo posto c’è Johann Wolfgang von Goethe con 121 titoli, di cui poco meno di metà distribuiti fra: 20 edizioni dei Dolori del giovane Werther, 14 edizioni delle Affinità elettive e 13 edizioni del Faust; al secondo posto i fratelli Grimm con 89 titoli, tutte edizioni – molte delle quali per l’infanzia – delle Fiabe. A moltissima distanza con 32 titoli Friedrich Schiller e Heinrich von Kleist, con 31 E. T. A. Hoffmann. Seguono poi, ulteriormente distanziati: Friedrich Hölderlin e Theodor Fontane con 21, Adalbert Stifter con 19. Sopra i dieci titoli, anche: Novalis, Heinrich Heine e Gotthold Ephraim Lessing. Gli autori sotto i dieci titoli sono scrittori che di fatto in Italia non hanno mai davvero sfondato: Keller, Grillparzer, Tieck, Storm etc etc, e dunque arrischiarsi a presentare le loro opere complete non avrebbe molto senso.

Impensabile pubblicare le opere complete di Goethe, un’impresa ciclopica. L’opera completa dei fratelli Grimm? Uno, massimo due volumi, poi sarebbe già finita. Valutiamo allora le posizioni successive. Un’edizione completa del teatro di Schiller manca nel mercato italiano dal 1975, quando ne uscì una in quattro volumi presso Newton Compton con l’introduzione di Paolo Chiarini. Da allora qualche edizione singola, con uno, talvolta due, in rari casi tre drammi nelle principali collane tascabili. Rifare, ritradurre tutto Schiller, l’opera di un autore che per lo più scrive teatro e, testi d’importanza almeno equivalente, saggi filosofico-estetici? Impresa meritoria e doverosa, ma destinata a un pubblico molto settoriale. Il focus dell’opera di finzione è sul teatro e Schiller, anche stando alla presenza nei palcoscenici italiani, non è Shakespeare, non è Molière. Nell’800, anche grazie a Verdi, le cose magari stavano diversamente, ma adesso (spiace dirlo) Schiller non è più nel canone letterario del pubblico colto dei lettori italiani, né è immaginabile che torni in tempi brevi ad esservi. Ex-aequo con Schiller, 32 presenze anche per Heinrich von Kleist, forse anche in considerazione del fatto che il 2011 è stato l’anno kleistiano, duecento anni dalla morte. E infatti nel 2011 Mondadori ha pubblicato un Meridiano Kleist, con alcune traduzioni nuove di zecca, che vanno ad aggiungersi a 4 impeccabili edizioni kleistiane (con testo a fronte) negli Elfi di Marsilio e alla gloriosa edizione Garzanti, tradotta da Andrea Casalegno e introdotta da Giuliano Baioni. Può bastare; inoltre vale – seppur in misura misura minore – anche per Kleist la “questione” teatro: più di metà dell’opera kleistiana è – seppur di altissimo livello – teatro. E sui palcoscenici italiani Kleist non è…

Veniamo al quinto, staccato di una sola lunghezza: E. T. A. Hoffmann, 31 titoli di cui, in realtà, una decina fuori commercio. Alla fine degli anni ’60 del Novecento Einaudi aveva pubblicato tre volumi nei "Millenni", qualcosa poi era uscito sempre nei Tascabili Einaudi e in altre edizioni pocket, un’opera fondamentale nella storia del romanzo ottocentesco come le Considerazioni del Gatto Murr risulta oggi introvabile, la terza raccolta di Hoffmann, Die Serapionsbrüder (I Confratelli di San Serapione), smembrata e sparpagliata in tante diverse sillogi. Edizioni annotate: praticamente nessuna. Eh sì, Hoffmann sembra proprio l’autore che fa al caso nostro. Perché ha scritto quasi esclusivamente prosa – romanzi, novelle, fiabe – che è e resta il genere che funziona meglio. Perché è forse il classico tedesco che presenta il più funzionante sistema di doppia codificazione in grado di soddisfare sia le esigenze del pubblico più raffinato, interessato alla complessa rete di relazioni intertestuali, intermediali e interdiscorsive, a profonde questioni esistenziali ed estetiche, sia le esigenze del pubblico interessato a plot ben costruiti, a certi ammiccamenti, alla – contiguità con la – letteratura di genere di allora e di oggi.

Chi, se non Hoffmann? E l’omnia va dunque a incominciare con due fra i testi che meglio esemplano questa doppia codificazione: i Notturni e Gli elisir del diavolo, una raccolta di novelle e un romanzo risalenti alla fase mediana della, in fondo, brevissima (dieci anni scarsi) parabola creativa di Hoffmann che nel 1809 con Il cavaliere Gluck approda alla scrittura tardi, a 32 anni, pubblica la sua prima raccolta nel 1813 a 37, e muore a 46 anni, in un’epoca – la Goethezeit – in cui, a partire da colui che al periodo ha dato il nome, si esordiva a poco più di 20, con opere che catapultavano gli scrittori immediatamente nell’Olimpo della fama: Goethe, Schiller, Tieck, Wackenroder, Friedrich Schlegel, Novalis, Hölderlin. E poi magari si moriva altrettanto presto, o si impazziva.

Matteo Galli

Dalla presentazione editoriale dei Notturni:
"Anticipatore del realismo borghese e del surrealismo, narratore scapigliato di avventure ottocentesche e analizzatore dell’inconscio, umorista trascendentale e sognatore delle fiabe, antesignano dell’angoscia moderna e della dissociazione della personalità, esponente dello slancio romantico e ironico superatore dei limiti ideologici del romanticismo. Lo sguardo nei piú cupi abissi dell’inconscio e la pura liberazione nella fiaba, il divertimento piú spassoso e un procedimento strutturale per ‘simboli’ di straordinaria attualità (Claudio Magris).
Otto racconti per esplorare le origini della follia e dell’ossessione contemporanea. Il lato oscuro dell’esistenza prende una forma classica ed esemplare in queste storie visionarie che hanno cambiato la sensibilità moderna e ispirato Freud e i surrealisti. Da L’uomo della sabbia al Maggiorasco, queste novelle aprono una dimensione irrevocabile e irrinunciabile di pensiero e di immaginazione che inaugura quella passione per l’inconscio da cui nasce tutta la letteratura fantastica."
Dalla presentazione editoriale degli Elisir:
"Hoffmann è il maestro senza rivali del perturbante nella letteratura. Il suo romanzo Gli elisir del diavolo contiene una gran mole di temi che si è tentati di riferire all’effetto perturbante nella narrativa, ma si tratta di un racconto troppo complesso e oscuro perché ci sentiamo di darne un riassunto. (Sigmund Freud).

Gli elisir del diavolo è il primo romanzo di E.T.A. Hoffmann, uscito per la prima volta nel 1815. Ispirato al romanzo di M.T. Lewis Il monaco, Gli elisir gode fin da subito di grande popolarità, esercitando impressione e infuenza, tra gli altri, su autori come Poe, Dostoevskij, Hugo, Maupassant e Baudelaire.
Heinrich Heine riferisce di uno studente di Lipsia impazzito dopo la lettura del libro, il cui contenuto a lungo fu ritenuto scandaloso. Oggi è considerato il romanzo capostipite del romanticismo nero che custodisce nel legame tra l’amore e le forze oscure il suo fascino a distanza di due secoli. Romanzo erotico e religioso assieme, Gli elisir del diavolo ripercorre il tortuoso cammino spirituale di tentazione e redenzione del frate Medardus, che al fne di recuperare le perdute capacità oratorie, beve da una misteriosa boccetta lasciata da Satana in tentazione a Sant’Antonio e fnisce preda di contraddittorie pulsioni. Inizia così la sua discesa agli inferi, accompagnata al desiderio violento per una donna che lo porta a inseguire una serie di avventure sempre più lontane dallo spirito e sempre più vicine al corpo, il suo e soprattutto quello degli altri."

Da: http://www.germanistica.net

Antidoti: Il Vaso d'Oro, E.T.A Hoffmann

Momento: "Ritorno ai Classici". E dico "ritorno" perché sono illogicamente, quasi etilicamente (astemia, io) ottimista. Ma sono stanca di rivisitazioni. Ri-visitazioni? E cosa è successo, cosa hanno imparato nel corso dell'approfondita prima visita? Che massacrare è bello? Dissacrare può essere molto bello, se declinato da un genio, il resto è fuffa.
Così propongo la ri-lettura delle opere di E.T.A. Hoffmann. La scrittura non è particolarmente ricercata, sofisticata, originale... Eppure, questa banalità formale si trasforma in un pregio perché esalta ciò che dovrebbe essere un valore assoluto, ovvero, i contenuti: le invenzioni, i lampi e le saette, la fantasia delirante, magicamente imbrigliata in una trama coerente. Chi non l'avesse mai letto potrebbe avere un'impressione di déjà vu. Succede... quando si viene saccheggiati da contemporanei e posteri.
Mi rendo conto, volendo limitarmi ad una sola scelta, che proprio non ci riesco.
Intanto: Il Vaso d'Oro. Poi, Il Piccolo Zacchéo detto Cinabro e L'Uomo della Sabbia (a cui si ispirò Charles Nuitter per il libretto del balletto "Coppelia").
Il Vaso d'Oro è suddiviso in veglie, non in capitoli. Su Internet abbondano i riassunti, non voglio pensare né, tanto meno, sapere a che scopo.
Ho riassunto all'osso i riassunti delle prime tre veglie, tanto per...

Prima veglia
Dresda, primi dell’Ottocento - (Prima edizione: 1813, quindi, piena contemporaneità).
E' il giorno dell'Ascensione. Anselmus, un giovane studente (imbranato) esce per partecipare ai festeggiamenti, ma inciampa nel cestino di un'orribile vecchia: tutte le sue mele ruzzolano giù per la via. Anselmus svuota il borsellino (destinato ai suddetti festeggiamenti), ma non evita insulti e maledizioni ("Finirai nel Cristallo!").
Ormai senza più un quattrino, lo studente si apparta ai piedi di un sambuco, in riva all'Elba. E' il tramonto. Anselmus vive una visione, un invito della Natura e dell'Amore. Il suono di una campanella di cristallo: tra i rami si affacciano tre serpi, una ha gli occhi azzurri e Anselmus se ne innamora immediatamente.

Seconda veglia
Preso per un reduce dai festeggiamenti, Anselmus, confuso e imbarazzato, si convince di aver sognato. Incontra il vicepreside Paulmann che passeggia lungo il fiume insieme  con sua figlia Veronica e con l’attuario Heerbrand. Accetta il loro invito e partecipa ad una gita in barca sull’Elba. Anselmus vede la serpe guizzare nell’acqua e tenta di raggiungerla, trattenuto dal barcaiolo. Anche questa volta, si convince d'aver sognato o di essere stato ingannato dai riflessi dei fuochi d'artificio sull'acqua.
A casa dei Paulmann, Veronica, che si è decisamente innamorata di Anselmus, canta per gli ospiti. La sua voce viene paragonata al suono argentino di  una campanella di cristallo. Anselmus dissente vigorosamente: lui l'ha sentita davvero una voce che risuona come una campanella di cristallo.
Convinto, come gli altri, che il giovane sia in preda a vaneggiamenti a causa della precarietà in cui vive, Heerbrand gli propone un lavoro come copista presso l’archiviarius Lindhorst, un personaggio eccentrico, legato al mondo della magia e dell'alchimia. Il mattino dopo Anselmus, puntuale e ben vestito, si reca dall’archiviarius. Ma il picchiotto della porta di casa si trasforma prima nell'orribile vecchia delle mele che gli ripete la formula della maledizione, e, quindi, in un serpente bianco che si attorciglia intorno ad Anselmus. Lo studente perde i sensi.

Terza veglia
In un Caffé, l’archiviarius Lindhorst racconta il mito dell'Amarillide e del principe Phosphorus il cui amore trionfa contro un Drago custode dei metalli della terra.
Afferma però, che si tratta della vera storia dei suoi antenati.
Nel Caffé ci sono anche il preside Paulmann e Anselmus. Paulmann ripropone la candidatura di Anselmus al posto di copista, e Lindhorst accetta di assumerlo, sembrandone, però, contrariato.

L'Uomo della Sabbia è nella raccolta "Racconti Notturni".




Se Il Vaso d'Oro non è nel catalogo Einaudi, ripiegare sugli Oscar Mondadori. Mai, Garzanti. ("Il Piccolo Zacchéo detto Cinabro" è in genere fra "e altri racconti", sia con Il Vaso d'Oro che con Gli Elisir del Diavolo).
L'ideale sarebbe l'opera completa di E.T.A. Hoffmann nella collana "I Millenni", Einaudi.



Se l'alternativa è Garzanti, meglio in Inglese.



Da:
http://zerkalo-mitomania.blogspot.it/2014/08/antidoti-il-vaso-doro-eta-hoffmann.html

mercoledì 27 agosto 2014

Nicole (Dogs Never Bite Me. Just Humans. - Marilyn Monroe)




Si era fatta chiamare Nicole, era il nome che aveva scelto per rivendicare la sua indole femminile, ma era nata con le fattezze di un uomo e con i vestiti di un uomo è stata sepolta. È accaduto ad Avenza, nei pressi di Massa Carrara. Nicole è morta a 36 anni dopo una lunga malattia, da vent’anni era transessuale, eppure i genitori non hanno resistito al desiderio di ricondurla nell’immagine che conservavano in cuore, quella di un bambino, il figlio che hanno amato senza mai riuscire ad accettare le sue scelte di adulto. Una debolezza comprensibile - nella vita vera i costumi sociali cambiano meno rapidamente che nelle fiction televisive - ma certo è stato un duro colpo per le amiche e gli amici di Nicole vederla nella bara in giacca e cravatta, privata della sua identità, questa volta sì travestita. E sarebbe stato ancora più duro per Nicole, che da ragazza avrà lottato come tutti i transessuali per affermare se stessa, trovarsi addosso, e per sempre, i panni di un uomo. icole era ciò che aveva deciso di essere Come se il suo fosse stato uno sbaglio e quello di adesso un ravvedimento estremo.
Ma Nicole era ciò che aveva deciso di essere, perché al di là delle apparenze non è la natura a stabilire chi siamo: è il nostro percorso sulla terra, il nostro modo di stare in mezzo agli altri, la nostra vocazione. Come ogni altro essere umano, anch’io ho una conformazione anatomica e dei tratti somatici dettati dalla genetica, ma non sono mai solo il mio corpo, io sono essenzialmente i miei atti, le mie parole, i miei gesti, i miei comportamenti, le mie maschere, tutto ciò che produco nel contesto sociale, ovvero ciò attraverso cui gli altri mi riconoscono. Se ha un senso l’esortazione di Nietzsche "Diventa ciò che sei" ce l’ha nel senso che già le dava Pindaro: "Diventa ciò che hai appreso di essere".
A differenza degli altri animali, la persona non trova già determinata la propria identità, ma la scopre nella relazione col mondo, facendone esperienza - un’esperienza intima quanto più condivisa - e al contempo affermandola. Non si possono certo biasimare le madri e i padri che affrontano il dolore idealizzando l’album dei ricordi, ma il loro amore sarà davvero compiuto quando accetteranno la separazione, l’autonomia, le volontà di chi hanno cresciuto.

Di Mauro Covacich
www.corriere.it

L'Associazione consultorio transgenere, Mit (Movimento Identita' Transessuale), Associazione Mondo Arcobaleno, Lgbt scrivono:
"Essere trans le ha dato quella dignità che sentiva essere sua. Per tutti era Nicole, la sua semplicità e il suo sorriso davano consiglio a chi non aveva ancora intrapreso il percorso. La famiglia, da sempre al corrente, non è stata in grado nemmeno nel momento doloroso del trapasso di rispettarla per quello che era, per quello che da sempre attraverso il suo modo di vivere, di riconoscere che il suo essere coerentemente donna giorno per giorno non era legato a un capriccio ma era più grande di lei e apparteneva al suo genere. Sentirsi imprigionata in un corpo che non ti appartiene è da sempre una battaglia che le persone transessuali vivono da subito. Lo stigma sociale che spesso le porta a vivere ai margini della società per Nicole non è stato certo più semplice, ma era riuscita attraverso la sua determinazione a imporsi. A nulla è valso! La famiglia era certamente al corrente del suo percorso. All'età di 37 anni lei viveva la sua identità di genere alla luce del sole. Il suo essere donna non era certo un capriccio ma una priorità da sempre. Siamo mortificati, delusi, imbarazzati nel venire a conoscenza che nemmeno da morti venga rispettata la nostra volontà. Vedere Nicole vestita da uomo nella triste bara con la giacca e la cravatta che la porteranno verso un'altra vita ci rammarica fortemente. Siamo certi che verrà ripagata della sofferenza e del martirio che a causa della colpa e dell'ignoranza siamo costrette a vivere in quanto persone transessuali. Riteniamo questo atto una mancanza di rispetto ed un insulto alla sua intelligenza, certi del fatto che se giustizia esiste le sarà resa".


venerdì 22 agosto 2014

Frances Farmer: La Vera "Storia Vera" - Quinta e Ultima Parte

"Sono stata violentata da inservienti, morsa da topi e avvelenata con cibo guasto. Sono stata incatenata in celle imbottite, immobilizzata con camicie di forza e semiannegata in bagni ghiacciati".

"Le condizioni di vita erano intollerabili: criminali e ritardati mentali erano stipati nelle stesse celle, il cibo veniva gettato sul pavimento lurido e i reclusi dovevano lottare tra loro per entrarne in possesso. La Farmer fu nuovamente sottoposta a elettroshock continui e regolari. Inoltre fu prostituita ai soldati della base militare locale, violentata e maltrattata dagli inservienti. 'Uno dei ricordi più vividi di alcuni veterani della clinica era la vista di Frances Farmer immobilizzata dagli inservienti e violentata da bande di militari ubriachi.' Infine veniva usata come cavia per la sperimentazione di farmaci quali torazina, stelazina, mellaril e prolixin."

Negli anni '40, nel Western State Hospital erano ricoverati 2500 pazienti, 500 in più delle capacità massime di accoglienza. La manutenzione degli edifici dell'ospedale, fatiscenti costruzioni risalenti all'inizio del secolo, era nulla. 
Nel '47, un incendio ne aveva devastato un'ala e due pazienti erano morti. 
Le precarie strutture tirate su alla bell'e meglio nel momento della massima emergenza divennero permanenti: due anni più tardi erano ancora in funzione.
Il personale era costituito in tutto da 15 infermieri, assistiti da 23 allieve-infermiere: 107 era il numero di operatori considerato appena sufficiente dall'Istituto Superiore di Sanità .
Sulla base di questi presupposti, non stupisce che gli amministratori del Western State Hospital fossero aperti alla sperimentazione di qualsiasi innovativa tecnica chirurgica che permettesse di svuotare rapidamente le corsie, promettendo un tranquillo ritorno dei pazienti in seno alle rispettive famiglie. 
Come non accogliere a braccia aperte il buon Dr. G. Freeman, neurologo e psichiatra di Washington D.C., inventore della lobotomia transorbitale, il cui motto era: "La lobotomia li manda a casa" ? 
Il 19 agosto del '47, operò 13 pazienti del Western State Hospital. Evidentemente euforici per il buon risultato delle sue pratiche, i vertici della struttura manicomiale lo invitarono nuovamente nel '49. Questa volta, il Dr. Freeman si occupò di un nutrito numero di pazienti. Non solo. Convinse della bontà del suo metodo diversi medici ai quali insegnò la sua tecnica. 
In che cosa consisteva? In fondo, era molto semplice: si introduceva sotto la palpebra del fortunato paziente uno strumento sottilissimo, simile ad un rompighiaccio, fino a raggiungere il lobo frontale del cervello, dove, secondo la sua teoria, era sufficiente troncare il collegamento a quei nervi il cui malfunzionamento si riteneva fosse responsabile di gravi disturbi psicologici. 
Un reporter del Seattle Post-Intelligencer scattò quella che divenne la foto sulla lobotomia transorbitale più famosa e riprodotta del mondo; certo, l'interesse che esercitava ed esercita non fu diminuito dalla confessione in punto di morte con cui, nel 1972, il Dr. Freeman salutò il figlio Frank, prima di partire per il paradiso dei bisturi ultrasottili e dei lobotomizzati superfortunati: la donna ritratta nella foto mentre veniva sottoposta all'intervento di lobotomia era Frances Farmer . Circostanza confermata da William Arnold, autore del libro "Shadowland" su cui, in larga parte, si basa il film "Frances", del 1982, interpretato da Jessica Lange.*

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Ma pochi credono alla confessione del Dr. Freeman. E' stato sufficiente un esame scrupoloso dell'immagine per concludere che quella sfortunata paziente non poteva essere Frances. Il che, tuttavia, non ne diminuisce affatto l'impatto e la drammaticità, né esclude l'ipotesi che Frances sia effettivamente stata lobotomizzata.
C'è da dire che i parenti di Frances hanno sempre negato di aver autorizzato i medici del Western State Hospital a sottoporla a questo genere di intervento; in un memoriale pubblicato nel 1978, Edith, sorella di Frances, affermò che i dirigenti del manicomio avevano vivamente sollecitato la sua famiglia perché concedesse l'autorizzazione all'operazione, ma che tale pressante invito era stato restituito al mittente, in particolare dal padre di Frances che si diceva inorridito da tali pratiche. Anzi, oltre ad opporsi decisamente alla lobotomia, l'ottimo genitore avrebbe minacciato di azioni legali l'ospedale nel caso la sfortunata figlia fosse stata oggetto di uno dei loro esperimenti chirurgici "guinea pig".
La stessa Frances, nel corso di un'intervista registrata nel '68, dichiarò che molte donne ricoverate con lei avevano pregato di essere lobotomizzate perché era stato detto loro che sarebbe bastata la recisione di un piccolo nervo per ottenere guarigione e fine delle sofferenze. Ma affermò di non aver mai subìto tale intervento. In seguito, anche tre ex-infermiere del Western State Hospital smentirono Freeman.
Comunque, per ragioni che rimarranno nel novero dei grandi misteri esistenziali, il 23 marzo 1950, Frances fu improvvisamente rilasciata sulla parola e affidata alla custodia della tenera madre. Secondo alcune fonti, il padre ottenne il suo rilascio dichiarando solennemente che la presenza della figlia era necessaria in famiglia: sia la sua salute che quella della ex-moglie, reduce da un colpo apoplettico, declinavano rapidamente. Non credo sia un pettegolezzo, né mi sorprende o scandalizza minimamente, che Frances sia rimasta profondamente amareggiata all'idea di essere liberata al solo scopo di accudire coloro che l'avevano spedita all'inferno.
Liberata nel '50, riottenne pienamente tutti i diritti civili solo nel '53, e solo dopo aver fatto ricorso alla Corte Suprema. Andò a vivere all'Olympic Hotel  (proprio quello in cui i "pezzi grossi" avevano festeggiato la loro "Cinderella-girl"!), ma non come ospite: lavorava nella lavanderia dell'albergo. 
Nel '54 si risposò... e, sei mesi più tardi, mollò marito e genitori e si stabilì in California, ad Eureka. Perché proprio Eureka? "Perché era il posto più lontano da Seattle che le sue magre finanze le permisero di raggiungere!"
Si fece chiamare Frances Anderson e visse - si presume - tranquillamente per tre anni, lavorando come segretaria.
Non ebbe più alcun rapporto con i genitori, che morirono ad un anno di distanza l'uno dall'altra. Sua madre l'aveva nominata unica erede: giusto il tempo di vendere la casa di famiglia per 5.500 dollari e abbandonò Seattle definitivamente.
Meglio Eureka.
Nel '57, conobbe una curiosa razza di "consulente per la televisione e la radio", Leland C. Mikesell, una sorta di lelemoriano-fabri-crown, che fiutò l'affare...
E, qualche tempo dopo, ad un fortunato giornalista di San Francisco, magari aiutato da una disinteressata spifferata, capitò di scoprire che l'infelice, affascinante Frances Farmer , la "nuova Garbo", lavorava come receptionist in un albergo della città. Ai giornalisti raccontò che aveva abbandonato l'alcol e incontrato Dio: "Non accuso nessuno per la mia caduta in disgrazia - affermò nobilmente - Credo di aver vinto la mia battaglia per l'autocontrollo". 
La adorarono. Gli Americani adorano le americanate. E niente li fa star meglio di un povero disgraziato (giusto un cincinino più sfigato di loro) che si umilia pubblicamente, proclamando il proprio ritorno da figliuol prodigo in seno alla società e alla fede (una a caso, va bene).
Ed Sullivan la invitò per ben due volte al suo show.
Si mostrarono magnanimi: le perdonarono la sua infelicità.
E, dopo 15 anni, Frances tornò a recitare in teatro, nel ruolo di una donna che tentava di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo 15 anni di esilio.
L'anno successivo, lavorò in originali televisivi, e in produzioni teatrali estive. Girò un unico film, l'ultimo, "The Party Crashers". E si risposò... con Leland C. Mikesell, of course. Un'unione che non durò più delle precedenti. Già verso la fine del '58, capì che il "nuovo inizio" della sua carriera era già terminato: non era più una novità, una curiosa attrazione, e le proposte di lavoro svanirono.
Una televisione locale di Indianapolis le offrì di condurre un programma pomeridiano sul cinema, "Frances Farmer Presents": avrebbe introdotto il film del giorno ed intervistato celebri attori. Accettò la proposta e si trasferì a Indianapolis.


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Aveva trovato una "cuccia"? Uno show, modesto ma tutto suo, che le permetteva di muoversi, comunque, nel suo ambiente, che le garantiva una stabilità economica, un reddito dignitoso, ed un ruolo sociale di un certo prestigio: era richiestissima come speaker in convegni e conferenze e collaborava attivamente con la Filodrammatica della Pardue University. Poi, pian piano, crepa dopo crepa, tutto le crollò nuovamente addosso.
Divenne sempre più volubile e caratteriale, con repentini sbalzi d'umore.
"All'improvviso, senza una ragione apparente, Frances iniziava ad imprecare come una camionista ", dichiarò un ex-collega di lavoro.
"Quell'amabile, affascinante, sensibile, elegante signora inveiva contro il regista o qualcun altro, e se ne andava via..." (Indianapolis Star).
Venne licenziata nell'aprile del '64. Riassunta due mesi più tardi, fu nuovamente licenziata alla fine dell'estate. Tuttavia, durante l'estate, lavorò ancora con la Filodrammatica universitaria interpretando un ruolo in "Look Homeward, Angel"
Arrestata in stato di ebbrezza, non tornò mai più in un teatro.
Tentò di mettersi in affari un paio di volte con altrettanti amici-soci, ma fu un fiasco. Nuovo arresto in stato di ebbrezza, e ritiro per un anno della patente.
Nel '68, incominciò a lavorare alla sua autobiografia, ma non la completò. Morì per un cancro all'esofago il 1 agosto del 1970, poche settimane prima del suo cinquantasettesimo compleanno. Fu seppellita ad Indianapolis, sei amiche portarono la sua bara.
Il pensiero seattliano, ufficioso ed ufficiale, è che, se non avesse avuto una vita così disgraziata e tumultuosa, e se il cinema non si fosse innamorato della sua storia, nessuno ricorderebbe la pur bellissima attrice di un solo grande successo. Si tende anche a minimizzare, o a rendere meno drammatico, il suo trascorso da internata. Si allude, insomma, ad una sorta di leggenda metropolitana, rimbalzata dalla cronaca alla narrativa, dalla narrativa al cinema...
Chisssssenefrega!
Kurt Cobain da Seattle la amò, le dedicò una canzone e chiamò la propria figlia Frances in suo onore.


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Ho controllato informazioni e preso alcune foto qui:
http://www.historylink.org/

*William Arnold , "Shadowland"
Ricordo, ancora una volta, che su questo libro fu largamente basato il film "Frances", del 1982, di Graeme, con Jessica Lange, Sam Shepard, Kim Stanley.




Frances Farmer e Jean Ratcliffe , "Will There Really Be a Morning ?"

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mercoledì 20 agosto 2014

Frances Farmer: la Vera "Storia Vera" - Quarta Parte

Fu in quel periodo, nei primi anni '40, che incominciò a bere duro - come ricorderà poi.
È molto probabile, inoltre, che già dagli inizi della sua esperienza cinematografica fosse dipendente dalle amfetamine. Soltanto negli anni '70 vennero scoperti e resi noti i pesanti effetti collaterali derivanti da un uso incauto di benzedrina (il nome con cui l'amfetamina era commercializzata): poteva provocare sintomi molto simili a quelli osservati nei pazienti affetti da schizofrenia.
A quei tempi. l'uso era perfettamente legale. E di facile accesso. I medici delle attrici, modelle, e delle signore dell'high society la consigliavano caldamente come inibitore degli stimoli della fame.
Certo, non solo attrici e modelle erano ossessionate dal peso.
"Non si è mai né troppo magre né troppo ricche" era un motto già in voga a quell'epoca. Non l'hanno inventato gli sceneggiatori di "Sex & the City".
Fino all'ingresso trionfale del business della chirurgia plastica, molari sani venivano estratti per scavare le guance ed evidenziare gli zigomi; le ultime costole, le "fluttuanti", venivano resecate per permettere l'uso di quelle splendide cinture-bustini di vernice....
Questa follia era incominciato molto prima della meteora-Frances e continuerà per anni e anni dopo di lei.
Non sapremo mai se fosse affetta da una qualche turba mentale o se sia stata vittima dell'uso e dell'abuso di alcol e benzedrina.
Nell'ottobre del '42, (tempo di guerra), fu fermata da un poliziotto perché guidava con gli abbaglianti accesi in una zona in cui non era consentito.
Reagì, si infuriò (il poliziotto riferì che gli aveva gridato:"Mi hai scocciato!") ed il fermo venne trasformato in arresto per guida senza patente ed in stato di ebbrezza, e per la mancata osservanza della restrizione sull'uso degli abbaglianti.


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Fu condannata a 180 giorni di prigione, ( ma la pena fu sospesa), e ad un'ammenda di 250 dollari. Ne pagò subito la metà, impegnandosi a versare il resto entro breve tempo.
Una produzione indipendente le aveva offerto un ruolo in un film di serie b. Accettò e partì per il Messico dove si svolgevano le riprese.
Abbandonò il set dopo un paio di settimane e tornò a casa: i parenti l'avevano sloggiata dal bungalow in affitto e piazzata in un albergo. Ufficialmente perché a corto di soldi.

Nel gennaio del '43, ottenne una parte in un'altra produzione a basso costo. Il primo giorno di lavorazione, schiaffeggiò un parrucchiere che cadde malamente slogandosi la mascella. Fu denunciata e saltò fuori la multa che non aveva mai finito di pagare, nonché la violazione della libertà vigilata.
Andarono a prelevarla in albergo il mattino dopo. The Seattle Times riportò le circostanze dell'arresto.
Giornalisti e fotografi non videro la splendida attrice dall'aria spirituale e raffinata: Frances aveva gli occhi pesti ed iniettati di sangue, recava tutte le evidenti tracce di una sbronza colossale e di un dopo-sbronza devastante.
Durante l'udienza in tribunale, tenne un comportamento sfrontato e provocatorio. Al giudice che le chiedeva se avesse mai bevuto alcol dopo il primo arresto, rispose: "Tutto quello che sono riuscita a bere, e ne avrei bevuto anche di più ! E mi sarei fatta tutta la benzedrina che mi fosse capitata a tiro!"
L'udienza si concluse con una rissa.
Frances fu trasportata fuori di peso, e, mentre veniva trascinata via, urlò: "Non avete mai avuto il cuore spezzato?"


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Quelle foto girarono per tutto il Paese. Anche a Seattle delle piogge.
Mammina, in un primo tempo, disse che si trattava di una trovata pubblicitaria per il lancio di un nuovo film, una specie di esperimento-verità per il ruolo in preparazione.
Poi disse che Frances era preda di un grave esaurimento nervoso a causa dei ruoli di "puttana" che la costringevano a sostenere.
Infine, addossò ogni responsabilità all'Internazionale Comunista.
Nessuno internò lei.

Frances trascorse solo una notte in cella. L'indomani, pare su intervento di un noto psichiatra, Thomas H. Leonard, contattato dalla famiglia, e con l'interessata mediazione di Ruth Farmer, moglie di suo fratello Wes, nonché vice-sceriffo della contea di Los Angeles, venne trasferita nel reparto psichiatrico del Los Angeles General Hospital.
Il dottor Leonard riferì alla stampa che la sua famosa paziente soffriva di "una psicosi maniaco-depressiva" che lui leggeva come sintomo precursore di "una sicura demenza senile precoce", diagnosi che, più tardi, verrà definita "un'assurdità incomprensibile".
La stampa, per parte sua, sintetizzò la brillante diagnosi in "squilibrio mentale". Punto.
Qualche giorno più tardi, Frances viene trasferita nella clinica per divi del cinema La Crescenta, in San Fernando Valley.
Ha così inizio il suo calvario da istituzionalizzata, che, fra alterne vicende e qualche breve pausa, durerà 7 anni.
In ospedale, fu confermata la diagnosi di sindrome "maniaco-depressiva", ma  gli psichiatri che l'ebbero in cura mostrarono una generosa fantasia diagnostica: offrirono, in alternativa, una diagnosi di "schizofrenia con delirio paranoide", senza escludere una semplice depressione.
Molte idee e completamente confuse. Grottesco, divertente se non avessero dato sfogo ai loro autonomi deliri sulla pellaccia di un essere umano, di una donna in carne, ossa e neuroni!

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Né la terapia cui fu sottoposta rende meno grave la loro sadica ignoranza.
Fra l'altro, la "curarono" con lo shock insulinico, terapia inventata a Vienna nel '22 dallo psichiatra Manfred Sakel. Le praticavano una overdose di insulina che procurava forti convulsioni e coma. L'idea di base era che il cervello, sottoposto ad un trauma così violento, "ripartisse" , ripristinando una normale funzionalità.
Quando questa orrida terapia verrà dichiarata illegale, le motivazioni furono che essa non soltanto era inutile, crudele e pericolosa, ma altamente nociva: "una brutale tortura psichiatrica che toglie al corpo la sensibilità e provoca danni cerebrali estesi".
Frances denunciò che questo trattamento le aveva procurato, oltre a stordimento e confusione mentale, nausea, forti dolori fisici ed un profondo stato di prostrazione.
"Si rese conto che gli psichiatri stavano distruggendo sistematicamente l'unica àncora di salvezza della sua vita: la fiducia nella propria creatività".
Per andarle incontro, e nonostante il suo organismo reagisse negativamente alla "cura", le inflissero altri 90 shock insulinici. In 7 mesi.
Infine, dopo ripetute fughe della figlia e le sue continue denunce, e, forse, timorosa della pubblica opinione, mammina si preoccupò e insistette perché la dimettessero.
Tornarono insieme a Seattle nel settembre del '43.
Apro una parentesi.
Il giornalista Jeffrey Kauffman, critico del biografo ufficiale e, più in generale, seguace della corrente di pensiero "seattliana" che preferisce leggere la storia di Frances come una leggenda metropolitana - corrente di cui parlerò in seguito - tende a scaricare parecchie responsabilità dalle spalle della madre di Frances per addossarle al fratello Wes ed alla cognata vice-sceriffo Ruth.
Pare che, dopo il primo arresto, quando, presumibilmente spaventata e
disorientata, Frances trovò rassicurante persino l'idea di tornare a "casa", l'iniziativa di farle ritrovare i propri effetti personali in una camera d'albergo sia stata proprio di Ruth, che, in quell'occasione, distrusse le bozze dell'autobiografia a cui Frances aveva incominciato a lavorare ( "Avevo paura che finisse in mani sbagliate", si giustificherà in seguito). Abbiamo visto il suo ruolo nel primo ricovero, anche se le risparmiò la prigione. Peccato che la decisione fra le due alternative, galera/manicomio, non sia stata lasciata alla stessa Frances.
Personalmente, avendo letto nei dettagli le prove alla base delle ipotesi, non escludo nulla. Perché Lillian e Ruth non possono aver agito in perfetto accordo, esponendosi una volta l'una, una volta l'altra, secondo l'opportunità o la necessità del momento?
Torniamo a Seattle.
Affidata alla madre, fra  brevi tentativi di fuga, la sua situazione, più che la sua condizione, degenerò.

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Il loro rapporto giunse ad un punto di non ritorno.
"Fin dai primi giorni, dopo la clinica, non facemmo che lottare, litigare, minacciarci a vicenda, urlarci contro, finché non fummo che due donne che si guardavano attraverso il tavolo di una cucina piccola e in disordine: due nemiche stanche di fingere".
Mammina, però, aveva l'arma segreta. Lo scontro era impari.
Nel marzo del '44, senza dir nulla a Frances, chiese che venisse nuovamente istituzionalizzata, (interessante rilevare che la indicò con il nome del marito, anzi, dell'ex-marito)
Nel corso di un'audizione presso la Commissione Sanitaria della contea, due psichiatri dichiararono Frances Farmer ufficialmente "pazza".
I chiari sintomi:
"Agitazione, delusioni, e paranoia".
Ipotizzarono che l'infelice esperienza coniugale (sappiamo quanto poco avessero contato quei mesi di matrimonio per lei!) l'avesse predisposta al crollo mentale.
E Frances, questa volta, finì davvero nella "fossa dei serpenti": fu internata nel Western State Hospital for the Insane di Steilacoom, non lontano da Seattle.

(continua)

Ho controllato informazioni e preso alcune foto qui:
http://doc.studenti.it/
http://www.historylink.org/
http://jeffreykauffman.net/

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giovedì 14 agosto 2014

Frances Farmer: La Vera "Storia Vera" - Terza Parte

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Sull'onda del successo di "Come and Get it", e a distanza di un anno e mezzo dalla burrascosa partenza, tornò trionfalmente a casetta!... Serre di fiori all'aeroporto, folla assiepata ai lati della strada percorsa regalmente dalla limousine che riportava "Frances la Bolscevica".
Lei si sottopose al rito delle foto con i genitori, con gli studenti di Arte Drammatica della facoltà di Washington, la sua università..
All'Olympic Hotel si offrì alla crema della società locale nel corso di un lussuoso ricevimento in suo onore. A capo di una folta delegazione di pezzi grossi, il governatore dello stato di Washington in persona si recò a tributare il doveroso omaggio alla loro Cinderella girl!... Ancòra fumavano le torce con cui avevano acceso un rogo tutto per lei e per la sua "possessione bolscevica"... ancòra tuonavano le parole: "Se i nostri giovani finiranno all'inferno, non c'è dubbio che alla loro testa ci sarà Frances Farmer!”.
Ma Frances simulò un attacco di diplomatica amnesia. Grati, i suoi conterranei accennarono fulmineamente al famigerato viaggio, ansiosi di concentrarsi sulle sue presenti glorie e di brillare di luce riflessa.
Intanto, e qui i pareri sono discordi, la crescente fama di carattere difficile ed umorale, accompagnata da dichiarazioni a denti stretti di colleghi estenuati ed esasperati dalla comune esperienza lavorativa, lasciava presagire le future tempeste. Semplicemente, Frances ancòra non poteva permettersi la nomea di partner problematica e capricciosa, e, quindi, inaffidabile: dopo il fulmineo trionfo di Come and Get it, secondo contratto, aveva girato altri tre film nei primi sei mesi del '37, ma quella magia non si ripetè, né allora, né mai più.
La luna di miele con la Paramount era finita. La stessa Frances aveva aperto gli occhi e non era più la ragazzina raggiante di gratitudine per la mancetta settimanale.


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Presto, la stampa specializzata incominciò a chiedersi quanto la Farmer sarebbe durata, se la scommessa più brillante degli Studios si sarebbe trasformata o no nella più pericolosa delle delusioni. E, se le insinuazioni sulle sue intemperanze si fossero rivelate fondate, quanto avrebbe retto la pazienza della Paramount senza la compensazione di nuovi successi?
Frances, dal canto suo, non aveva mai dimenticato il teatro.
(Apro parentesi: siamo lontani anni-luce da certe dichiarazioni di attori nostrani, tristanzuoli e recalcitranti pensionandi forzati del cinema, che se ne escono con dichiarazioni in serie - e per la serie:"Il teatro è stato il mio primo, grande vero amore"!!!)
Chiese un congedo alla Paramount, e si recò sulla Costa Orientale dove partecipò con grande successo a due lavori teatrali. Ovviamente, con il Group Theater.
Al termine della stagione, le fu proposto di entrare a pieno titolo nella Compagnia e di interpretare Golden Boy, un lavoro di Clifford Odets.
La prima fu un incredibile successo, seguita da 250 repliche a Broadway.
La fortuna di Golden Boy non accennava a diminuire, e Frances riportò un autentico trionfo personale. A ventiquattro anni, aveva ottenuto tutto ciò che aveva sognato disperatamente, ragazzina, nei lontani giorni di Seattle.Tuttavia... tuttavia, già durante le prove, si era innamorata di Odets ed aveva una relazione con lui.


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La relazione con Odets fu altalenante e tempestosa, passionale e coinvolgente. Finì con uno stitico bigliettino del "cavaliere dalla scintillante armatura":
"Mia moglie ritorna oggi dall'Europa. Credo che la cosa migliore sia non rivederci mai più".
Uno dei soliti Vermi - avrebbe detto Audrey Hepburn in "Colazione da Tiffany".
Dovette affrontare anche una fastidiosa grana legale: un ex-agente a caccia di soldi. Frances vinse la causa, ma la coincidenza temporale fu devastante.
Intanto, proseguiva con successo la tournée di Golden Boy. Apparentemente, lo squallido esito della relazione con Odets non aveva avuto ripercussioni sulla sua collaborazione con il Group Theater.
Ma, alla vigilia della partenza per Londra, prima tappa del tour europeo, fu liquidata senza tanti complimenti.
Forse, Odets il "verme" non c'entrava nulla... Forse, il fatto che i genitori della sua sostituta finanziassero la tournée europea non c'entrava nulla... Perché malignare?
Nonostante tutto, Frances, nel '39, partecipò ad altre due produzioni del Group Theater:
"Quiet City" di Irwin Shaw e "Thunder Rock" di Robert Ardrey.
Due fiaschi.
Le fu offerta una parte in "Fifth Column"di Ernest Hemingway. Il regista, Lee Strasberg, tentò di arginare la sua deriva, ma Frances aveva già passato il confine e dovettero sostituirla con un'altra attrice.
Frances ritornò a Hollywood, ma il suo momento era passato e non sarebbe mai più ritornato.
Tra il '40 ed il '41 girò sei film. Produzioni a basso costo. Qualità scadente. Pietosamente "dimenticabili".

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Nel '42, ricoprì un ruolo secondario in "Son of Fury", filmazzo con Tyrone Power. La protagonista femminile era Gene Tierney, forse una delle più belle ed enigmatiche attrici di sempre. Anche lei, come Frances, finì nella "fossa dei serpenti", anche lei conobbe il girone infernale dei trattamenti speciali, dei bagni ghiacciati e degli elettro-shock.

(continua)

Ho controllato informazioni e preso alcune foto qui:
http://doc.studenti.it/
http://www.historylink.org/


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domenica 10 agosto 2014

Frances Farmer: La Vera "Storia Vera" - Seconda Parte

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Mamminacara, incancrenita in un fanatico anti-Comunismo, non perdeva occasione per testimoniare il proprio zelante odio. Anche (e soprattutto) quando l'occasione fu la stessa Frances. Proclamò che la figlia era stata corrotta da insegnanti estremisti, e, al "Seattle Post-Intelligencer", confermò la propria dedizione alla Causa. Dedizione estrema:
"Se dovrò sacrificare mia figlia al Comunismo, spero, almeno, che le altre madri riescano a salvare le proprie ragazze dagli estremisti della Scuola Pubblica!".
Anche le autorità laiche si espressero con durezza, bollando il famigerato viaggio come un'operazione di propaganda dei Bolscevichi.
Frances espresse il suo rammarico per la feroce riprovazione materna e per la generale indignazione di cui era oggetto. In un articolo intitolato: Perché vado in Russia, pubblicato dal Seattle Times, affermò che il Comunismo non c'entrava nulla con la sua decisione di partire; spiegò che il viaggio nell'inferno bolscevico non rappresentava per lei che una chance per la sua futura carriera, ed era quanto di meglio potesse capitarle:  l'irripetibile opportunità di frequentare uno dei dieci maggiori Centri Teatrali del mondo. Più tardi, nella sua autobiografia, confermerà che quel viaggio, all'epoca, non era stato che un gradino nella scalata alla sua vera, agognata mèta: New York.



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Partì nel marzo del '35. In tasca, venti dollari, dono del padre. Il viaggio-premio prevedeva una tappa a New York. Grazie alla sua insegnante di Seattle, entrò in contatto con il Group Theater, un Centro Teatrale di idee progressiste di cui faceva parte un giovane drammaturgo, Clifford Odets.
Di ritorno da Mosca, incassò il rimborso del biglietto d'autobus che l'avrebbe riportata fra le braccia di Lillian e di Seattle, si fermò a New York, affittò una stanza ed incominciò la maratona dei provini.
Poche settimane più tardi, si ritrovò con un agente, una sceneggiatura, e l'offerta per un contratto con la Paramount. Nelle sue memorie, ammise senz'altro che proprio lo scandalo suscitato dal famoso viaggio in Russia aveva attirato su di lei l'interesse degli Studios.
Certo, la sua ostinazione (=testardaggine, per i detrattori), il suo ostentato disinteresse per il giudizio altrui, il coraggio e la consapevolezza delle proprie qualità e delle poche chances a disposizione per sfruttarle degnamente giocarono un ruolo rilevante in questa svolta decisiva della sua vita, ma è innegabile che si verificò anche una catena di eventi, di azioni e reazioni, al di fuori del suo controllo, che la sospinsero in un'ascesa irresistibile, risparmiandole mortificanti, estenuanti gavette.
"Ho visto il mondo - scrisse ai genitori - e, adesso, sono pronta a lasciarvi la mia impronta".


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Così per Frances iniziò una nuova vita: era sotto contratto con la Paramount!
Guadagnava 100 dollari la settimana, una somma che le pareva generosa.
La sua autentica passione, la sua formazione, le sue ambizioni erano ancòra completamente dedicate al teatro. Secondo lei, qualsiasi passo in un'altra direzione non serviva che a spianarle la strada verso una solida carriera teatrale.
Intanto, non si sottrasse ad alcuno dei suoi obblighi contrattuali, espliciti o meno.
Accettò di essere sottoposta ad esperimenti di trucco e parrucco... accettò di venire trasformata, manipolata fisicamente... permise che le depilassero completamente le sopracciglia.
Docile ed attenta, studiava assiduamente dizione, recitazione e portamento con i coach che gli Studios le avevano messo alle costole per completare il suo addestramento.
Accettò tutti gli estenuanti (e banalissimi: le tipiche foto da starlet) servizi fotografici che la Paramount le impose.


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Rifiutò recisamente, invece, di cambiar nome e non adattò mai il look personale, quello quotidiano e privato, alle pretese di chi le stava cucendo addosso un'immagine in cui non si riconosceva.
Nel 1936, sposò un giovane attore, anche lui sotto contratto con la Paramount, destinato a diventare, dopo una gloriosa sfilza di ruoli opachi da opaco comprimario, la star di serie b di una popolare serie televisiva degli anni '70, High Chaparral, (in Italia, Ai Confini dell'Arizona).





Si chiamò Wycliffe Anderson.... poi William Anderson, poi Glenn Erickson, ed infine, Leif Erickson.
Il matrimonio, un colpo di testa senza neanche la magia dei colpi di testa, durò un anno soltanto, (il successivo matrimonio dell'anonimo consorte durò un mese, quindi, non credo affatto al prematuro decesso coniugale imputabile alla umorale sposina).
Tempo dopo, Frances  affermò che non si era certo sposata spinta da una passione irresistibile e che nella sua testa era sempre rimasta Frances Farmer, "non Mrs. William Anderson... men che meno Mrs. Leif Erickson!"


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      "Rhythm on the Range"del'36, con Bing Crosby

In quello stesso anno, Frances girò ben quattro film, ma quello che attirò su di lei l'attenzione di critica e pubblico fu: Come and Get It, regia di Howard Hawks, in cui Frances interpretava due ruoli, una cantante di cabaret e la sua ingenua figliuola.
Hawks, che pare l'avesse scelta personalmente per il doppio ruolo, opponendosi agli Studios che volevano Miriam Hopkins, dichiarò che Frances era la migliore attrice con cui avesse mai lavorato e la temuta, potentissima, velenosissima Louella Parsons si caramellò nella famosa predizione sulla futura, nuova Garbo.
In Italiano, Come and Get It fu intitolato "Ambizione".

Da "il Morandini":
"La vita, la scalata al successo e gli amori di un industriale della carta tra le foreste del Wisconsin verso la fine dell'Ottocento. Rinuncia alla donna amata della cui figlia s'innamora trent'anni dopo e ha per rivale il figlio. Da un romanzo (1934) di Edna Ferber, sceneggiato da Jules Furthman e Jane Murfin. Supervisionato e diretto in gran parte da Hawks in assenza del dispotico produttore Samuel Goldwyn in ospedale, ne fu licenziato insieme con l'operatore Gregg Toland e sostituito con William Wyler (e Rudolph Maté) cui si attribuisce almeno l'ultima mezz'ora. Le potenti immagini del disboscamento sono dell'aiuto Richard Rosson. La polemica ecologica e anticapitalistica della Ferber nel suo melodrammatico romanzo sociale, tipico dell'era roosveltiana, è smorzata nel film, l'unico in cui Hawks si cimenta direttamente con la politica. Irrisolto, greve, un po' verboso, ma apprezzabile nel disegno dei personaggi (W. Brennan ebbe l'Oscar di non protagonista), anche in quello di F.Farmer che canta in modo struggente 'Aura Lee', poi rilanciata da Elvis Presley come Love Me Tender". 

(continua)

Mab's Copyright

Ho controllato informazioni e preso alcune foto qui:
http://doc.studenti.it/
http://www.historylink.org/