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sabato 30 agosto 2014

Editoria e Opera Omnia. Chi se non Hoffmann?

E.T.A. Hoffmann:
 "Notturni", traduzione di Matteo Galli, Roma, L’Orma, 2013, "Le Omnie", n°1, 384 p.
"Gli elisir del diavolo", traduzione di Luca Crescenzi, Roma, L’Orma, 2013, “Le Omnie”, n°2, 400 p.

Chi, se non Hoffmann? Provate a immaginare una casa editrice che decide di aprire una collana di classici, anzi di pubblicare le opere complete di un autore classico e di partire con uno scrittore classico, guarda caso, proprio di lingua tedesca. Classico, nel senso di: indiscutibilmente nel canone. Classico, anche nel senso di: pre-novecentesco (autori con uno o due piedi nel ’900 presentano spesso insormontabili problemi di diritti d’autore…). E provate a scorrere gli autori canonici della letteratura tedesca dei due secoli in questione, il Diciottesimo e il Diciannovesimo (prima del 1750 impensabile parlare di testi classici nella letteratura tedesca), tenendo conto di una serie di fattori: le dimensioni dell’opera e dunque la fattibilità di un’omnia, la situazione nell’attuale mercato editoriale italiano, il genere letterario/i generi letterari nei quali quell’autore si è cimentato, la popolarità complessiva.

Partiamo dalla situazione nell’attuale mercato italiano (ciò che, evidentemente, ci dice qualcosa anche sulla popolarità complessiva), prendiamo una qualche libreria online a caso e vediamo la top five, in base ai volumi disponibili sul mercato, nel giugno del 2013. Al primo posto c’è Johann Wolfgang von Goethe con 121 titoli, di cui poco meno di metà distribuiti fra: 20 edizioni dei Dolori del giovane Werther, 14 edizioni delle Affinità elettive e 13 edizioni del Faust; al secondo posto i fratelli Grimm con 89 titoli, tutte edizioni – molte delle quali per l’infanzia – delle Fiabe. A moltissima distanza con 32 titoli Friedrich Schiller e Heinrich von Kleist, con 31 E. T. A. Hoffmann. Seguono poi, ulteriormente distanziati: Friedrich Hölderlin e Theodor Fontane con 21, Adalbert Stifter con 19. Sopra i dieci titoli, anche: Novalis, Heinrich Heine e Gotthold Ephraim Lessing. Gli autori sotto i dieci titoli sono scrittori che di fatto in Italia non hanno mai davvero sfondato: Keller, Grillparzer, Tieck, Storm etc etc, e dunque arrischiarsi a presentare le loro opere complete non avrebbe molto senso.

Impensabile pubblicare le opere complete di Goethe, un’impresa ciclopica. L’opera completa dei fratelli Grimm? Uno, massimo due volumi, poi sarebbe già finita. Valutiamo allora le posizioni successive. Un’edizione completa del teatro di Schiller manca nel mercato italiano dal 1975, quando ne uscì una in quattro volumi presso Newton Compton con l’introduzione di Paolo Chiarini. Da allora qualche edizione singola, con uno, talvolta due, in rari casi tre drammi nelle principali collane tascabili. Rifare, ritradurre tutto Schiller, l’opera di un autore che per lo più scrive teatro e, testi d’importanza almeno equivalente, saggi filosofico-estetici? Impresa meritoria e doverosa, ma destinata a un pubblico molto settoriale. Il focus dell’opera di finzione è sul teatro e Schiller, anche stando alla presenza nei palcoscenici italiani, non è Shakespeare, non è Molière. Nell’800, anche grazie a Verdi, le cose magari stavano diversamente, ma adesso (spiace dirlo) Schiller non è più nel canone letterario del pubblico colto dei lettori italiani, né è immaginabile che torni in tempi brevi ad esservi. Ex-aequo con Schiller, 32 presenze anche per Heinrich von Kleist, forse anche in considerazione del fatto che il 2011 è stato l’anno kleistiano, duecento anni dalla morte. E infatti nel 2011 Mondadori ha pubblicato un Meridiano Kleist, con alcune traduzioni nuove di zecca, che vanno ad aggiungersi a 4 impeccabili edizioni kleistiane (con testo a fronte) negli Elfi di Marsilio e alla gloriosa edizione Garzanti, tradotta da Andrea Casalegno e introdotta da Giuliano Baioni. Può bastare; inoltre vale – seppur in misura misura minore – anche per Kleist la “questione” teatro: più di metà dell’opera kleistiana è – seppur di altissimo livello – teatro. E sui palcoscenici italiani Kleist non è…

Veniamo al quinto, staccato di una sola lunghezza: E. T. A. Hoffmann, 31 titoli di cui, in realtà, una decina fuori commercio. Alla fine degli anni ’60 del Novecento Einaudi aveva pubblicato tre volumi nei "Millenni", qualcosa poi era uscito sempre nei Tascabili Einaudi e in altre edizioni pocket, un’opera fondamentale nella storia del romanzo ottocentesco come le Considerazioni del Gatto Murr risulta oggi introvabile, la terza raccolta di Hoffmann, Die Serapionsbrüder (I Confratelli di San Serapione), smembrata e sparpagliata in tante diverse sillogi. Edizioni annotate: praticamente nessuna. Eh sì, Hoffmann sembra proprio l’autore che fa al caso nostro. Perché ha scritto quasi esclusivamente prosa – romanzi, novelle, fiabe – che è e resta il genere che funziona meglio. Perché è forse il classico tedesco che presenta il più funzionante sistema di doppia codificazione in grado di soddisfare sia le esigenze del pubblico più raffinato, interessato alla complessa rete di relazioni intertestuali, intermediali e interdiscorsive, a profonde questioni esistenziali ed estetiche, sia le esigenze del pubblico interessato a plot ben costruiti, a certi ammiccamenti, alla – contiguità con la – letteratura di genere di allora e di oggi.

Chi, se non Hoffmann? E l’omnia va dunque a incominciare con due fra i testi che meglio esemplano questa doppia codificazione: i Notturni e Gli elisir del diavolo, una raccolta di novelle e un romanzo risalenti alla fase mediana della, in fondo, brevissima (dieci anni scarsi) parabola creativa di Hoffmann che nel 1809 con Il cavaliere Gluck approda alla scrittura tardi, a 32 anni, pubblica la sua prima raccolta nel 1813 a 37, e muore a 46 anni, in un’epoca – la Goethezeit – in cui, a partire da colui che al periodo ha dato il nome, si esordiva a poco più di 20, con opere che catapultavano gli scrittori immediatamente nell’Olimpo della fama: Goethe, Schiller, Tieck, Wackenroder, Friedrich Schlegel, Novalis, Hölderlin. E poi magari si moriva altrettanto presto, o si impazziva.

Matteo Galli

Dalla presentazione editoriale dei Notturni:
"Anticipatore del realismo borghese e del surrealismo, narratore scapigliato di avventure ottocentesche e analizzatore dell’inconscio, umorista trascendentale e sognatore delle fiabe, antesignano dell’angoscia moderna e della dissociazione della personalità, esponente dello slancio romantico e ironico superatore dei limiti ideologici del romanticismo. Lo sguardo nei piú cupi abissi dell’inconscio e la pura liberazione nella fiaba, il divertimento piú spassoso e un procedimento strutturale per ‘simboli’ di straordinaria attualità (Claudio Magris).
Otto racconti per esplorare le origini della follia e dell’ossessione contemporanea. Il lato oscuro dell’esistenza prende una forma classica ed esemplare in queste storie visionarie che hanno cambiato la sensibilità moderna e ispirato Freud e i surrealisti. Da L’uomo della sabbia al Maggiorasco, queste novelle aprono una dimensione irrevocabile e irrinunciabile di pensiero e di immaginazione che inaugura quella passione per l’inconscio da cui nasce tutta la letteratura fantastica."
Dalla presentazione editoriale degli Elisir:
"Hoffmann è il maestro senza rivali del perturbante nella letteratura. Il suo romanzo Gli elisir del diavolo contiene una gran mole di temi che si è tentati di riferire all’effetto perturbante nella narrativa, ma si tratta di un racconto troppo complesso e oscuro perché ci sentiamo di darne un riassunto. (Sigmund Freud).

Gli elisir del diavolo è il primo romanzo di E.T.A. Hoffmann, uscito per la prima volta nel 1815. Ispirato al romanzo di M.T. Lewis Il monaco, Gli elisir gode fin da subito di grande popolarità, esercitando impressione e infuenza, tra gli altri, su autori come Poe, Dostoevskij, Hugo, Maupassant e Baudelaire.
Heinrich Heine riferisce di uno studente di Lipsia impazzito dopo la lettura del libro, il cui contenuto a lungo fu ritenuto scandaloso. Oggi è considerato il romanzo capostipite del romanticismo nero che custodisce nel legame tra l’amore e le forze oscure il suo fascino a distanza di due secoli. Romanzo erotico e religioso assieme, Gli elisir del diavolo ripercorre il tortuoso cammino spirituale di tentazione e redenzione del frate Medardus, che al fne di recuperare le perdute capacità oratorie, beve da una misteriosa boccetta lasciata da Satana in tentazione a Sant’Antonio e fnisce preda di contraddittorie pulsioni. Inizia così la sua discesa agli inferi, accompagnata al desiderio violento per una donna che lo porta a inseguire una serie di avventure sempre più lontane dallo spirito e sempre più vicine al corpo, il suo e soprattutto quello degli altri."

Da: http://www.germanistica.net

Antidoti: Il Vaso d'Oro, E.T.A Hoffmann

Momento: "Ritorno ai Classici". E dico "ritorno" perché sono illogicamente, quasi etilicamente (astemia, io) ottimista. Ma sono stanca di rivisitazioni. Ri-visitazioni? E cosa è successo, cosa hanno imparato nel corso dell'approfondita prima visita? Che massacrare è bello? Dissacrare può essere molto bello, se declinato da un genio, il resto è fuffa.
Così propongo la ri-lettura delle opere di E.T.A. Hoffmann. La scrittura non è particolarmente ricercata, sofisticata, originale... Eppure, questa banalità formale si trasforma in un pregio perché esalta ciò che dovrebbe essere un valore assoluto, ovvero, i contenuti: le invenzioni, i lampi e le saette, la fantasia delirante, magicamente imbrigliata in una trama coerente. Chi non l'avesse mai letto potrebbe avere un'impressione di déjà vu. Succede... quando si viene saccheggiati da contemporanei e posteri.
Mi rendo conto, volendo limitarmi ad una sola scelta, che proprio non ci riesco.
Intanto: Il Vaso d'Oro. Poi, Il Piccolo Zacchéo detto Cinabro e L'Uomo della Sabbia (a cui si ispirò Charles Nuitter per il libretto del balletto "Coppelia").
Il Vaso d'Oro è suddiviso in veglie, non in capitoli. Su Internet abbondano i riassunti, non voglio pensare né, tanto meno, sapere a che scopo.
Ho riassunto all'osso i riassunti delle prime tre veglie, tanto per...

Prima veglia
Dresda, primi dell’Ottocento - (Prima edizione: 1813, quindi, piena contemporaneità).
E' il giorno dell'Ascensione. Anselmus, un giovane studente (imbranato) esce per partecipare ai festeggiamenti, ma inciampa nel cestino di un'orribile vecchia: tutte le sue mele ruzzolano giù per la via. Anselmus svuota il borsellino (destinato ai suddetti festeggiamenti), ma non evita insulti e maledizioni ("Finirai nel Cristallo!").
Ormai senza più un quattrino, lo studente si apparta ai piedi di un sambuco, in riva all'Elba. E' il tramonto. Anselmus vive una visione, un invito della Natura e dell'Amore. Il suono di una campanella di cristallo: tra i rami si affacciano tre serpi, una ha gli occhi azzurri e Anselmus se ne innamora immediatamente.

Seconda veglia
Preso per un reduce dai festeggiamenti, Anselmus, confuso e imbarazzato, si convince di aver sognato. Incontra il vicepreside Paulmann che passeggia lungo il fiume insieme  con sua figlia Veronica e con l’attuario Heerbrand. Accetta il loro invito e partecipa ad una gita in barca sull’Elba. Anselmus vede la serpe guizzare nell’acqua e tenta di raggiungerla, trattenuto dal barcaiolo. Anche questa volta, si convince d'aver sognato o di essere stato ingannato dai riflessi dei fuochi d'artificio sull'acqua.
A casa dei Paulmann, Veronica, che si è decisamente innamorata di Anselmus, canta per gli ospiti. La sua voce viene paragonata al suono argentino di  una campanella di cristallo. Anselmus dissente vigorosamente: lui l'ha sentita davvero una voce che risuona come una campanella di cristallo.
Convinto, come gli altri, che il giovane sia in preda a vaneggiamenti a causa della precarietà in cui vive, Heerbrand gli propone un lavoro come copista presso l’archiviarius Lindhorst, un personaggio eccentrico, legato al mondo della magia e dell'alchimia. Il mattino dopo Anselmus, puntuale e ben vestito, si reca dall’archiviarius. Ma il picchiotto della porta di casa si trasforma prima nell'orribile vecchia delle mele che gli ripete la formula della maledizione, e, quindi, in un serpente bianco che si attorciglia intorno ad Anselmus. Lo studente perde i sensi.

Terza veglia
In un Caffé, l’archiviarius Lindhorst racconta il mito dell'Amarillide e del principe Phosphorus il cui amore trionfa contro un Drago custode dei metalli della terra.
Afferma però, che si tratta della vera storia dei suoi antenati.
Nel Caffé ci sono anche il preside Paulmann e Anselmus. Paulmann ripropone la candidatura di Anselmus al posto di copista, e Lindhorst accetta di assumerlo, sembrandone, però, contrariato.

L'Uomo della Sabbia è nella raccolta "Racconti Notturni".




Se Il Vaso d'Oro non è nel catalogo Einaudi, ripiegare sugli Oscar Mondadori. Mai, Garzanti. ("Il Piccolo Zacchéo detto Cinabro" è in genere fra "e altri racconti", sia con Il Vaso d'Oro che con Gli Elisir del Diavolo).
L'ideale sarebbe l'opera completa di E.T.A. Hoffmann nella collana "I Millenni", Einaudi.



Se l'alternativa è Garzanti, meglio in Inglese.



Da:
http://zerkalo-mitomania.blogspot.it/2014/08/antidoti-il-vaso-doro-eta-hoffmann.html

sabato 23 agosto 2014

Rodolfo e Valentino

Rodolfo Guglielmi, in arte e nella leggenda  Rudy Valentino, morì di peritonite il 23 agosto del 1926, al  Polyclinic Hospital di New York, dopo otto giorni di dolorosa agonia. Tutto: dalle sue origini, alle inclinazioni sessuali, fino alle circostanze della morte, tutto ciò che lo riguardò risulta in qualche modo sfuggente, alterato inevitabilmente dalla leggenda o proditoriamente da chi aveva interesse ad alimentare la leggenda. Trentuno anni, solo sei anni di carriera cinematografica, un pugno di film mediocri, due mogli, due divorzi, un'amante famosa e nessuno prima di lui, nessuno dopo di lui, è mai stato oggetto di un amore virtuale più fanatico, talmente banale nella sua essenza da rasentare il Sublime. 
"Mentre il cadavere di Valentino era esposto solennemente alla Campbell Funeral Home, le strade di New York diventarono la scena di un delirio collettivo mai verificatosi prima: una folla di centomila persone faceva furiosamente a pugni per arrivare a dare l’ultimo sguardo al Grande Amante.
Quando le sue spoglie mortali furono trasferite per essere sepolte nella Corte degli Apostoli del Memorial Park Cemetery di Hollywood, Rudy Vallee*, un cantante dell’epoca, sussurrava una canzone commemorativa da tutte le radio degli Stati Uniti: "C'è una nuova stella in cielo questa sera, Rudy Valentino". Valentino l'attore, una leggenda vivente, era morto. Ed ecco che cominciarono a proliferare le leggende post-mortem. I pellegrini fecero della sua tomba una seconda Mecca; una tomba che è tuttora sempre adorna di omaggi floreali.
In occasione dell'anniversario della sua morte compariva una processione di donne in lutto e la famosa Dama in nero. Nel De Longre Park fu innalzata in suo onore una statua (unica eretta ad Hollywood ad un divo del cinema) chiamata "Aspirazione".
Da:
http://www.fondazionevalentino.it



"Fu con la sua morte che nacque l’inedito fenomeno di necrofilia divistica che esplose nel corso delle onoranze funebri più sensazionali mai viste a New York. Il passaggio dell’immensa folla nella camera ardente, allestita alla Campbell Funeral Home, provocò lo sfondamento delle vetrate con cento feriti e attimi di terrore. Proprio per evitare che il cadavere fosse vittima di atti di fanatismo, sembra che nella bara scoperchiata, in cui il divo giaceva perfettamente truccato e vestito e coi capelli impomatati, ci fosse solo una copia in cera del suo corpo. Fu, invece, una trovata pubblicitaria di un press-agent dell’impresa di pompe funebri il piantonamento del feretro da parte di un uomo in camicia nera sull’attenti, vicino a una corona di fiori fasulla con la scritta 'Da Benito (Mussolini)'. 



 Occorsero, poi, innumerevoli carri per sgombrare la zona da quintali di fiori spediti da ogni angolo del pianeta (4000 rose rosse le aveva fatte portare Pola Negri, la sua ultima fidanzata), mentre un aereo sparse petali di rosa lungo il tragitto funebre. Per la morte di Rudy, si disse, trentacinque donne si tolsero la vita, quaranta si dichiararono incinte e un fattorino dell’ascensore del Ritz di Parigi fu trovato morto su un letto coperto d’immagini dell’attore. E anche quando la salma fu trasportata in treno a Los Angeles ad ogni sosta esplosero manifestazioni d’isteria collettiva. Durante il servizio funebre solenne, prima della tumulazione all’Hollywood Memorial Park Cemetery, il lavoro in ogni studio cinematografico della California fu interrotto per due minuti di raccoglimento. L’omaggio che, forse, Rodolfo avrebbe gradito maggiormente, visto che era stato proprio grazie al cinema che, oltre al successo ed alla ricchezza, era riuscito a rendere universale la sua voglia di piacere a tutti".
Da:
http://gaetanolopresti.wordpress.com

Il confine tra come amava rappresentarsi, o come gli conveniva rappresentarsi, e come la Leggenda lo plasmò e tramandò fino ai nostri giorni è esilissimo. Tenebroso e languido amante latino dalle improbabili origini aristocratiche o contadino pugliese analfabeta ed emigrante per fame atavica. In realtà, nasceva da una famiglia borghese, ebbe una buona educazione, di cui non approfittò, e la sua condizione, all'epoca piuttosto privilegiata, precipitò in seguito alla morte prematura del padre. Era sicuramente ambizioso e sicuramente insofferente degli orizzonti limitati che la Puglia prima, l'Italia poi, avevano da offrirgli.
"Rodolfo Pier Filiberto Raffaello Guglielmi, in arte Rudolph Valentino, nacque a Castellaneta in via Commercio 34, (oggi via Roma 116) il 6 maggio 1895 da Giovanni Guglielmi, dottore in veterinaria ed ex capitano di cavalleria, e dalla gentil donna Maria Berta Gabriella Barbin, figlia di un medico francese e dama di compagnia della marchesa Giovinazzi.
I tanti nomi rivelano alcuni ingredienti di pretesa nobiltà che si mescolarono poi nel suo personaggio: derivò il cognome Valentino da un asserito casato "di Valentina d’Antonguolla" che fondeva un vecchio titolo papale con diritti di proprietà rivendicati dai Guglielmi sui terreni confiscati vicino a Martina Franca, luogo d’origine della famiglia.
Rodolfo Guglielmi visse fino a nove anni a Castellaneta, qui frequentò le prime tre classi elementari avendo come maestri Nicola D’Alagni, Francesco Miraglia - Quero; completò le scuole elementari, con mediocri risultati, a Taranto dove il padre dovette trasferirsi per esercitare la sua professione.
Aveva undici anni quando morì il padre, perciò, in seguito, ebbe la possibilità di frequentare il Collegio - convitto per gli orfani sanitari italiani a Perugia.
A Perugia non fu un allievo modello, anzi venne radiato per indisciplina. Tentò allora di entrare nell’Accademia di Marina a Venezia, ma fu dichiarato inabile al servizio della Regia Marina per insufficienza toracica e scarsità visiva; decise, infine, di studiare tecnica agraria e ottenne a diciassette anni il diploma di agente rurale a S. Ilario di Nervi, in provincia di Genova.
Però Valentino, spirito ribelle e cittadino del mondo, non aveva alcuna intenzione di tornare in Puglia per dedicarsi all'agricoltura (ritornerà a Castellaneta ormai attore famoso, una sola volta nel 1923).
Nel 1913 volle allora andare a Parigi dove apprese l'arte del tango. Non volendo tornare indietro, "l’Italia è troppo piccola per me" disse ad Alberto, suo fratello, s’imbarcò nel dicembre 1913 sul piroscafo tedesco "Cleveland", diretto in America per la sua grande avventura."




La condanna di nascere borghese e continuare ad esserlo malgrado tutto, di vivere, lui  ordinario, una situazione  straordinaria deve aver avuto un effetto straniante e, per molti versi, frustrante. Era attratto da chi riteneva  fuori dall'ordinario, forse sperando di diventare - per contagio - il protagonista ideale della propria incredibile vita.
"Great lover", grande amante sullo schermo, amante fedele, non proprio irresistibile, invece, nella vita privata, per alcuni addirittura omosessuale. La verità è che in Valentino era ben sviluppato il desiderio mediterraneo di un andamento domestico ordinato e comodo. Con gran dispiacere dei cronisti mondani, Valentino non frequentava molto le feste; non era un ubriacone, non era un effeminato, nonostante l'accusa di essere "un piumino da cipria rosa". La sua vita fu priva di quegli scandali sensazionali di cui furono protagonisti, altri divi. Scoppiò solo uno scandalo: dopo un breve matrimonio, con l'attrice Jean Acker, si innamorò di Natacha Rambova, (pseudonimo di Winnifred Shaughnessy, figliastra di un magnate dell’industria dei cosmetici, ballerina e scenografa di raro talento) e la sposò nel maggio 1922, prima di aver concluso formalmente il divorzio con la sua ex moglie, perciò fu accusato infondatamente di bigamia. La Rambova ebbe un’influenza notevole su Valentino: disprezzando il mondo finto di Hollywood e il cinema popolare americano, lo spinse a litigare con diversi studi cinematografici; lo obbligò a vivere nel modo stravagante che per lei sembrava appropriato ad una stella del cinema; incoraggiò il suo interesse per lo spiritismo, tanto che Valentino pubblicò un libro di poesie dettate dall’aldilà dal suo spirito guida, il pellerossa Penna Nera.
Da
http://www.fondazionevalentino.it

 Valentino e la Rambova


giovedì 29 novembre 2012

Cime Tempestose, Cap.XV


[...] As I spoke, I observed a large dog lying on the sunny grass beneath raise its ears as if about to bark, and then smoothing them back, announce, by a wag of the tail, that some one approached whom it did not consider a stranger.
Mrs. Linton bent forward, and listened breathlessly. The minute after a step traversed the hall; the open house was too tempting for Heathcliff to resist walking in: most likely he supposed that I was inclined to shirk my promise, and so resolved to trust to his own audacity. With straining eagerness Catherine gazed towards the entrance of her chamber. He did not hit the right room directly: she motioned me to admit him, but he found it out ere I could reach the door, and in a stride or two was at her side, and had her grasped in his arms.
He neither spoke nor loosed his hold for some five minutes, during which period he bestowed more kisses than ever he gave in his life before, I daresay: but then my mistress had kissed him first, and I plainly saw that he could hardly bear, for downright agony, to look into her face! The same conviction had stricken him as me, from the instant he beheld her, that there was no prospect of ultimate recovery there - she was fated, sure to die.




"Oh, Cathy! Oh, my life! how can I bear it?", was the first sentence he uttered, in a tone that did not seek to disguise his despair. And now he stared at her so earnestly that I thought the very intensity of his gaze would bring tears into his eyes; but they burned with anguish: they did not melt.
"What now? - said Catherine, leaning back, and returning his look with a suddenly clouded brow: her humour was a mere vane for constantly varying caprices - You and Edgar have broken my heart, Heathcliff! And you both come to bewail the deed to me, as if you were the people to be pitied! I shall not pity you, not I. You have killed me - and thriven on it, I think. How strong you are! How many years do you mean to live after I am gone?"
Heathcliff had knelt on one knee to embrace her; he attempted to rise, but she seized his hair, and kept him down.
"I wish I could hold you - she continued, bitterly - till we were both dead! I shouldn't care what you suffered. I care nothing for your sufferings. Why shouldn't you suffer? I do! Will you forget me? Will you be happy when I am in the earth? Will you say twenty years hence, 'That's the grave of Catherine Earnshaw? I loved her long ago, and was wretched to lose her; but it is past. I've loved many others since: my children are dearer to me than she was; and, at death, I shall not rejoice that I are going to her: I shall be sorry that I must leave them!' Will you say so, Heathcliff?"
"Don't torture me till I'm as mad as yourself", cried he, wrenching his head free, and grinding his teeth. The two, to a cool spectator, made a strange and fearful picture. Well might Catherine deem that heaven would be a land of exile to her, unless with her mortal body she cast away her moral character also. Her present countenance had a wild vindictiveness in its white cheek, and a bloodless lip and scintillating eye; and she retained in her closed fingers a portion of the locks she had been grasping. As to her companion, while raising himself with one hand, he had taken her arm with the other; and so inadequate was his stock of gentleness to the requirements of her condition, that on his letting go I saw four distinct impressions left blue in the colourless skin.
"Are you possessed with a devil - he pursued, savagely - to talk in that manner to me when you are dying? Do you reflect that all those words will be branded in my memory, and eating deeper eternally after you have left me? You know you lie to say I have killed you: and, Catherine, you know that I could as soon forget you as my existence! Is it not sufficient for your infernal selfishness, that while you are at peace I shall writhe in the torments of hell?"
"I shall not be at peace", moaned Catherine, recalled to a sense of physical weakness by the violent, unequal throbbing of her heart, which beat visibly and audibly under this excess of agitation.
She said nothing further till the paroxysm was over; then she continued, more kindly, "I'm not wishing you greater torment than I have, Heathcliff. I only wish us never to be parted: and should a word of mine distress you hereafter, think I feel the same distress underground, and for my own sake, forgive me! Come here and kneel down again! You never harmed me in your life. Nay, if you nurse anger, that will be worse to remember than my harsh words! Won't you come here again? Do!"
Heathcliff went to the back of her chair, and leant over, but not so far as to let her see his face, which was livid with emotion. She bent round to look at him; he would not permit it: turning abruptly, he walked to the fireplace, where he stood, silent, with his back towards us. Mrs. Linton's glance followed him suspiciously: every movement woke a new sentiment in her. After a pause and a prolonged gaze, she resumed; addressing me in accents of indignant disappointment:
"Oh, you see, Nelly, he would not relent a moment to keep me out of the grave. That is how I'm loved! Well, never mind. That is not my Heathcliff. I shall love mine yet; and take him with me: he's in my soul. And - added she musingly - the thing that irks me most is this shattered prison, after all. I'm tired of being enclosed here. I'm wearying to escape into that glorious world, and to be always there: not seeing it dimly through tears, and yearning for it through the walls of an aching heart: but really with it, and in it. Nelly, you think you are better and more fortunate than I; in full health and strength: you are sorry for me - very soon that will be altered. I shall be sorry for you. I shall be incomparably beyond and above you all. I wonder he won't be near me!"
She went on to herself.
"I thought he wished it. Heathcliff, dear! you should not be sullen now. Do come to me, Heathcliff."
In her eagerness she rose and supported herself on the arm of the chair. At that earnest appeal he turned to her, looking absolutely desperate. His eyes, wide and wet, at last flashed fiercely on her; his breast heaved convulsively. An instant they held asunder, and then how they met I hardly saw, but Catherine made a spring, and he caught her, and they were locked in an embrace from which I thought my mistress would never be released alive: in fact, to my eyes, she seemed directly insensible. He flung himself into the nearest seat, and on my approaching hurriedly to ascertain if she had fainted, he gnashed at me, and foamed like a mad dog, and gathered her to him with greedy jealousy. I did not feel as if I were in the company of a creature of my own species: it appeared that he would not understand, though I spoke to him; so I stood off, and held my tongue, in great perplexity. A movement of Catherine's relieved me a little presently: she put up her hand to clasp his neck, and bring her cheek to his as he held her; while he, in return, covering her with frantic caresses, said wildly:
"You teach me now how cruel you've been - cruel and false. Why did you despise me? Why did you betray your own heart, Cathy? I have not one word of comfort. You deserve this. You have killed yourself. Yes, you may kiss me, and cry; and wring out my kisses and tears: they'll blight you - they'll damn you. You loved me - then what right had you to leave me? What right - answer me - for the poor fancy you felt for Linton? Because misery and degradation, and death, and nothing that God or Satan could inflict would have parted us, you, of your own will, did it. I have not broken your heart - you have broken it; and in breaking it, you have broken mine. So much the worse for me that I am strong. Do I want to live? What kind of living will it be when you - oh, God! would you like to live with your soul in the grave?"
"Let me alone. Let me alone - sobbed Catherine - If I've done wrong, I'm dying for it. It is enough! You left me too: but I won't upbraid you! I forgive you. Forgive me!"
"It is hard to forgive, and to look at those eyes, and feel those wasted hands - he answered - Kiss me again; and don't let me see your eyes! I forgive what you have done to me. I love my murderer - but yours! How can I?"




They were silent - their faces hid against each other, and washed by each other's tears. At least, I suppose the weeping was on both sides; as it seemed Heathcliff could weep on a great occasion like this. I grew very uncomfortable, meanwhile; for the afternoon wore fast away, the man whom I had sent off returned from his errand, and I could distinguish, by the shine of the western sun up the valley, a concourse thickening outside Gimmerton chapel porch.
"Service is over - I announced - My master will be here in half an hour." Heathcliff groaned a curse, and strained Catherine closer: she never moved. Ere long I perceived a group of the servants passing up the road towards the kitchen wing. Mr. Linton was not far behind; he opened the gate himself and sauntered slowly up, probably enjoying the lovely afternoon that breathed as soft as summer.
"Now he is here - I exclaimed - For heaven's sake, hurry down! You'll not meet any one on the front stairs. Do be quick; and stay among the trees till he is fairly in."
"I must go, Cathy - said Heathcliff, seeking to extricate himself from his companion's arms - But if I live, I'll see you again before you are asleep. I won't stray five yards from your window."
"You must not go! - she answered, holding him as firmly as her strength allowed -You shall not, I tell you."
"For one hour", he pleaded earnestly.
"Not for one minute", she replied.
"I must - Linton will be up immediately", persisted the alarmed intruder. He would have risen, and unfixed her fingers by the act - she clung fast, gasping: there was mad resolution in her face. "No! - she shrieked - Oh, don't, don't go. It is the last time! Edgar will not hurt us. Heathcliff, I shall die! I shall die!"
"Damn the fool! There he is - cried Heathcliff, sinking back into his seat - Hush, my darling! Hush, hush, Catherine! I'll stay. If he shot me so, I'd expire with a blessing on my lips". And there they were fast again. I heard my master mounting the stairs - the cold sweat ran from my forehead: I was horrified.
"Are you going to listen to her ravings? - I said, passionately - She does not know what she says. Will you ruin her, because she has not wit to help herself? Get up! You could be free instantly. That is the most diabolical deed that ever you did. We are all done for - master, mistress, and servant". I wrung my hands, and cried out; and Mr. Linton hastened his step at the noise. In the midst of my agitation, I was sincerely glad to observe that Catherine's arms had fallen relaxed, and her head hung down. 'She's fainted, or dead - I thought - so much the better. Far better that she should be dead, than lingering a burden and a misery-maker to all about her.'
Edgar sprang to his unbidden guest, blanched with astonishment and rage. What he meant to do I cannot tell; however, the other stopped all demonstrations, at once, by placing the lifeless-looking form in his arms.
"Look there! - he said - Unless you be a fiend, help her first - then you shall speak to me!" He walked into the parlour, and sat down. Mr. Linton summoned me, and with great difficulty, and after resorting to many means, we managed to restore her to sensation; but she was all bewildered; she sighed, and moaned, and knew nobody. Edgar, in his anxiety for her, forgot her hated friend. I did not. I went, at the earliest opportunity, and besought him to depart; affirming that Catherine was better, and he should hear from me in the morning how she passed the night.
"I shall not refuse to go out of doors - he answered - but I shall stay in the garden: and, Nelly, mind you keep your word tomorrow. I shall be under those larch-trees. Mind! or I pay another visit, whether Linton be in or not."
He sent a rapid glance through the half-open door of the chamber, and, ascertaining that what I stated was apparently true, delivered the house of his luckless presence.

domenica 3 giugno 2012

"Heroes", Video e Testo






 I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can beat them, just for one day
We can be Heroes, just for one day
And you, you can be mean
And I, I'll drink all the time
'Cause we're lovers, and that is a fact
Yes we're lovers, and that is that
Though nothing, will keep us together
We could steal time, just for one day
We can be Heroes, for ever and ever
What d'you say?
I, I wish you could swim
Like the dolphins, like dolphins can swim
Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, for ever and ever
Oh we can be Heroes, just for one day
I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can be Heroes, just for one day
We can be us, just for one day
I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns shot above our heads (over our heads)
And we kissed, as though nothing could fall (nothing could fall)
And the shame was on the other side
Oh we can beat them, for ever and ever
Then we could be Heroes, just for one day
We can be Heroes
We can be Heroes
We can be Heroes
Just for one day
We can be Heroes
We're nothing, and nothing will help us
Maybe we're lying, then you better not stay
But we could be safer, just for one day
Oh-oh-oh-ohh, oh-oh-oh-ohh, just for one day

angolotesti.leonardo.it

giovedì 8 marzo 2012

Biografia di Frida Kahlo

Nata nel 1907 nella Casa Azul de Coyoacán, un sobborgo di città del Messico, Frida Kahlo rimase a lungo sconosciuta al grande pubblico, seminascosta dall’ombra del suo celebre marito, il pittore muralista Diego Rivera. Il riconoscimento che fin da subito le venne attribuito da artisti di fama internazionale non fu infatti sufficiente a far esplodere la “bomba Frida”, fenomeno (se così si può definire) per cui dovremo attendere gli anni ’90.

Tra i primi ammiratori di Frida Kahlo va ricordato Rivera stesso che, nel periodo della loro separazione (tra il 1935 e il 1940), dichiarò necessaria la rottura della coppia poiché a suo parere Frida era un’artista ormai completa che non aveva più bisogno del suo maestro-marito (il quale, con orgoglio, era solito mostrare una lettera in cui Picasso esprimeva la sua personale ammirazione per la pittrice e rivolgendosi a Rivera scriveva di lei: “Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”).

Altro celebre ammiratore di Frida fu André Breton, personaggio di spicco dell’avanguardia surrealista francese, che durante una visita in Messico fu letteralmente stregato dall’opera della Kahlo, tanto da convincerla ad allestire una mostra negli Stati Uniti nel 1938 ed una l’anno seguente a Parigi.

Frida non si mostrò entusiasta di questo sodalizio con il gruppo surrealista francese, che con il linguaggio colorito e un po’ volgare che la contraddistingueva era solita chiamare “questo mucchio di pazzi figli di puttana di surrealisti”. L’avversione nei confronti del gruppo avanguardista nasceva anche da un’incomprensione di fondo: Breton, non privo di una certa fascinazione per l’esotismo della pittrice, considerava Frida Kahlo una “surrealista naturale”, che pur non seguendo i metodi del manifesto surrealista (non perché non li conoscesse), era giunta a risultati simili a quelli dei pittori d’oltreoceano a lei contemporanei; ma nell’arte di Frida Kahlo non c’è nulla della dimensione onirica e dei simboli freudiani del surrealismo: “surrealismo” diceva Frida “è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri “sicuro” di trovare le camicie. (…) Uso il surrealismo come strumento per farmi gioco degli altri senza che loro se ne accorgano e per diventare amica di quelli che se ne rendono conto”, “pensavano che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà”.
Nulla di più vero. Ed è forse la realtà autobiografica che “trasuda” da ogni suo dipinto ad averla resa quasi oggetto di culto negli ultimi anni: per le strade di New York compaiono manifesti che riproducono le sue opere; ad Hollywood si girano film, per altro ben riusciti, sulla sua vita; i suoi quadri iniziano a fare il giro del mondo e ad essere esposti in mostre sempre visitatissime.

L’arte di Frida, con la sua carica di femminilità, di sensualità ed per il suo carattere fortemente personale, ha avvicinato soprattutto il pubblico femminile che più facilmente può ritrovarsi nelle sensazioni che l’artista ha tanto abilmente racchiuso nella tela. Per una donna, stare di fronte ad un’opera di Frida Kahlo equivale a ritrovarsi in intimità con se stessa, immersa nell’essenza più vera della femminilità.

Rapporto con il Messico (sua terra natale) e autobiografia sono due elementi da cui non si può prescindere per conoscere ed apprezzare le opere di Frida Kahlo. La sua vita fu infatti un susseguirsi di sofferenze che ebbero inizio, se non con la poliomielite avuta all’età di sei anni, quanto meno con il tragico incidente del 1925: lo scontro tra un tram e l’autobus su cui Frida viaggiava, che oltre a romperle la spina dorsale in tre punti, creò una cesura nella sua esistenza. Fu durante la lunga e dolorosa convalescenza, peraltro mai conclusa poiché le lesioni procuratesi nell’incidente le causarono gravi problemi per tutta la vita, che Frida iniziò a dipingere, trovando uno sfogo alla sua personale sensibilità.

La sofferenza ed il dolore sono elementi sempre presenti nella sua arte, ma sono affrontati con grandissimo coraggio ed associati ad una incontenibile “alegría”, creando una contraddizione che diventa punto di forza del fascino della Kahlo. Negli ultimi tempi, sul suo diario personale, accanto a frasi di giustificato sconforto come: “attendo la mia dipartita…e spero di non tornare mai più” ne compaiono altre sintetizzanti una gran forza d’animo: “piedi, a cosa mi servono se ho ali per volare?”.