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lunedì 19 settembre 2016

Emmy Awards 2016

Personalmente, esulto per l'ennesimo riconoscimento a Maggie Smith e a Sherlock: l'Abominevole Sposa. Mi accontento di poco. Ho qualche rimpianto, ma Game of Thrones è un gigante cannibale che fagocita la qualsiasi...
Incazzata nera per le mancate candidature a "Penny Dreadful". Per dure.

Dall'articolo di Diego Castelli su serialminds.com:

MIGLIOR DRAMA

The Americans
Better Call Saul
Downton Abbey
Game of Thrones 
Homeland
House of Cards
Mr. Robot

Per quanto Game of Thrones, come tutti i fenomeni culturali di massa, abbia tanti estimatori quanto detrattori, è difficile negare che al momento sia la cosa televisiva più vicina al cinema (nel senso più ampio e nobile del termine) che i nostri piccoli schermi possano ricevere. La sua vittoria in questo senso era scontata, non fa notizia, specie visto che rispetto all’anno scorso non c’era nemmeno la concorrenza di un altro fenomeno al tramonto come Mad Men (e vinse comunque GoT). Onestamente non so quali altri dei candidati potessero sperare di vincere.

MIGLIOR COMEDY

Black-ish
Master of None
Modern Family
Silicon Valley
Transparent
Unbreakable Kimmy Schmidt
Veep 

Noi speravmo nella vittoria di Master Of None, ma Veep è una corazzata inossidabile che già aveva vinto l’anno scorso e che pare non conoscere ostacoli. Peraltro non le puoi nemmeno dire granché povera bestia.

ATTORE PROTAGONISTA IN UN DRAMA

Kyle Chandler, Bloodline
Rami Malek, Mr. Robot
Bob Odenkirk, Better Call
Saul Matthew Rhys, The Americans
Liev Schreiber, Ray Donovan
Kevin Spacey, House of Cards

A luglio, commentando le nomination e parlando del possibile Emmy a Rami Malek, dissi “dateglielo e basta”. E così è stato, non certo su mio suggerimento (per quanto mi piacerebbe) ma semplicemente perché il buon Malek se lo merita alla grande, e vederlo perdere l’anno scorso mentre vinceva Christian Slater nella stessa serie aveva fatto un po’ male al cuore. Ora tutto è sistemato.





ATTRICE PROTAGONISTA IN UN DRAMA
Claire Danes, Homeland
Viola Davis, How to Get Away with Murder
Taraji P. Henson, Empire
Tatiana Maslany, Orphan Black
Keri Russell, The Americans
Robin Wright, House of Cards

Eccolo qui l’altro sassolino (sassolone) che ci siamo tolti dalle scarpe. L’anno scorso vinse Viola Davis senza alcun motivo valido, se non forse un trattamento di favore per le minoranze, del tutto ipocrita. Questa volta finalmente si torna ai veri valori: Tatiana Maslany recita in una serie in cui interpreta una decina di personaggi e paradossalmente sembra quasi che Orphan Black le stia stretta, che sceneggiatura e regia non siano all’altezza di quello che la sua protagonista può dare. Emmy meritato e pure tardivo.




ATTORE NON PROTAGONISTA IN UN DRAMA

Jonathan Banks, Better Call Saul
Peter Dinklage, Game of Thrones
Michael Kelly, House of Cards
Kit Harington, Game of Thrones
Ben Mendelsohn, Bloodline
Jon Voight, Ray Donovan

Qui a Serial Minds Bloodline l’abbiamo proprio persa di vista (non si riesce a vedere tutto…) quindi non mi sento di fare chissà che commento pro o contro. Mi sarebbe piaciuto veder vincere Jon Voight, ma amen, quello è già una leggenda di Hollywood, emmy più, emmy meno non è che cambia tanto… 


ATTRICE NON PROTAGONISTA IN UN DRAMA

Emilia Clarke, Game of Thrones
Lena Headey, Game of Thrones
Maggie Smith, Downton Abbey
Maura Tierney, The Affair
Maisie Williams, Game of Thrones
Constance Zimmer, UnREAL

Fa uno strano effetto vedere vincere Downton Abbey, che sembra essere finita una vita fa. Eppure, complice le date della messa in onda americana (noi di solito tenevamo d’occhio quella inglese), è potuta rientrare in gara ancora una volta, garantendo il terzo emmy a Maggie Smith. A cui non puoi dire nulla a prescindere.


MINISERIE

American Crime
Fargo
The Night Manager
The People v. O.J. Simpson: American Crime Story 
Roots

Eccolo qui il primo degli attesi e pretesi Emmy per American Crime Story. Li volevamo, sono arrivati, e ora si gioisce.


TV MOVIE

A Very Murray Christmas
All the Way
Confirmation
Luther
Sherlock: The Abominable Bride

Qualcuno l’ha bocciato considerandolo una mezza presa per il culo (per il suo essere uno speciale vittoriano ma anche un effettivo gancio alla serie regolare), fatto sta che però con Abominable Bride Sherlock ci ha tenuto incollati alla poltrona e ci ha fatto discutere per giorni. E poi se vince Sherlock va bene e basta.

ATTORE PROTAGONISTA IN UNA MINISERIE

Bryan Cranston, All the Way
Benedict Cumberbatch, Sherlock: The Abominable Bride
Idris Elba, Luther
Cuba Gooding Jr., The People v. O.J. Simpson: American Crime Story
Tom Hiddleston, The Night Manager
Courtney B. Vance, The People v. O.J. Simpson: American Crime Story

E via con la girandola di attori vincenti per American Crime Story. Comincia Vance con il suo Johnnie Cochran, difensore del probabile assassino e capace di sconfinare dall’avvocato al predicatore mistico. Applausi.


ATTRICE PROTAGONISTA IN UNA MINISERIE

Kirsten Dunst, Fargo
Felicity Huffman, American Crime
Audra McDonald, Lady Day at Emersons Bar and Grill
Sarah Paulson, The People v. O.J. Simpson: American Crime Story
Lili Taylor, American Crime
Kerry Washington, Confirmation

Dopo essere stata nominata tante volte per American Horror Story, Sarah Paulson DOVEVA vincere questo emmy (in una serie dal nome molto simile). La sua Marcia Clark (che la Paulson s’è pure portata in sala!) è semplicemente un’altra categoria, un perfetto miscuglio di competenza e fragilità, a restituire i drammi interiori di una donna che credeva di avere la vittoria in pugno e se l’è vista scivolare fra le dita. Bravissima, meritatissimo.





MIGLIOR SCENEGGIATURA PER UNA MINISERIE, TV MOVIE O SPECIALE

Fargo (“Loplop”), Bob DeLaurentis
Fargo (“Palindrome”), Noah Hawley
The Night Manager, David Farr
The People v. O.J. Simpson: American Crime Story (“From the Ashes of Tragedy), Scott Alexander and Larry Karaszewski
The People v. O.J. Simpson: American Crime Story (“Marcia, Marcia, Marcia”), D.V. DeVincentis 
The People v. O.J. Simpson: American Crime Story (“The Race Card”), Joe Robert Cole

Ed eccoci all’ultimo emmy per American Crime Story, probabilmente la vincitrice più evidente della serata, col maggior numero di premi e l’impressione di aver proprio spaccato. Il premio alla sceneggiatura è peraltro doveroso, per una serie capace di raccontare un fatto di cronaca conosciutissimo a tutto il pubblico, riuscendo comunque a garantire la suspense del miglior thriller, unita a una rara capacità di coordinare un numero davvero elevato di personaggi, ognuno in grado di svettare e brillare a modo suo (e non a caso sono arrivati gli altri emmy). Qui a Serial Minds avevamo sperato fin da subito in questo trionfo, e quindi applaudiamo senza riserve. Quest’anno ci è andata proprio bene.

L'articolo integrale è Qui.

domenica 11 settembre 2016

Emmy Award 2016: Penny Dreadful, Billions, Bates Motel e Tutti i Grandi Esclusi dalle Nomination

Le nomination agli Emmy 2016 annunciate oggi da Anthony Anderson e Lauren Graham avranno sicuramente diviso pubblico e critica, perchè si sa, quando si tratta di premi, tifo e votazioni, ciascuno di noi ha i propri beniamini e qualcuno da supportare e per forza c'è chi resta deluso. Possiamo però dire che sono le nomination più equilibrate e corrette degli ultimi anni, in grado di bilanciare cable, broadcast e streaming.
Nomination che testimoniano un piccolo, parziale declino della HBO, scesa sotto le 100 nomination fermandosi a 96 (di cui ben 23 arrivano da Game of Thrones) contro le 126 dello scorso anno. Un declino esemplificato dal fallimento di Vinyl cancellato dopo una stagione non esaltante nonostante i nomi coinvolti e la lunga lavorazione e non in grado di ottenere nemmeno una nomination in vista della premiazione del prossimo 18 settembre. Considerando che tra due anni Game of Thrones potrebbe non esserci più è arrivato il momento per il canale di correre ai ripari.
Se c'è un canale che ha lavorato bene dal punto di vista, anche, diplomatico è FX che cresce a 56 nomination dalle 38 dello scorso anno e ottiene il successo di portare dopo 4 anni in nomination The Americans compresi i suoi due attori protagonisti: la loro assenza negli ultimi anni gridava vendetta e finalmente è stata ottenuta. Oltre ad incassare le ovvie nomination per American Horror Story e American Crime Story e Fargo. Aumenta il suo peso specifico anche Netflix che arriva a 54 soprattutto grazie ad House of Cards e Bloodline di cui sono molto amati dai giudici gli attori, mentre snobbato il mondo Marvel così come è stata dimentica Orange is The New Black il cui giusto spostamento tra i drama ha penalizzato cast e show. Probabilmente ci vorrà ancora qualche anno perchè i membri della giuria possano superare il pregiudizio verso i superpoteri, basta guardare quanto è ancora forte quella verso gli zombie di The Walking Dead, nonostante almeno il cast si meritasse un riconoscimento, ma anche quanto ci è voluto per far entrare Game of Thrones tra i nominati.





Non riescono a far breccia nel cuore dei giurati nemmeno Showtime e AMC, il cui apporto al mondo Emmy si limita a i consolidati Homeland, Ray Donovan e Better Call Saul, con The Affair di cui è amata solo Maura Tierney e William H. Macy per Shameless.

Grande esclusa Penny Dreadful e la sua maestosa regina Eva Green costantemente e inspiegabilmente ignorata dagli Emmy. Evidentemente i giurati non devono amare gli horror o le atmosfere un pò troppo cupe visto che anche Bates Motel è stata ignorata. Soprattutto non aver inserito Vera Famiga e Freddie Highmore nell'anno della loro migliore interpretazione in una stagione complessa e stratificata, è un peccato che prima o poi i giurati dovranno espiare.

Non sono le uniche esclusioni che fanno rumore. Personalmente trovo molto sorprendente il mancato inserimento di The Leftovers se non era possibile inserirlo tra i Best drama, almeno un posticino per Justin Theroux andava trovato, anche perchè vale lo stesso discorso fatto per Eva Green: se non li inserisci per questi ruoli quando potranno mai sperare di ottenere una nomination? Altri due assenti spiccano particolarmente: Paul Giamatti e Daniel Lewis mattatori di Billions, uno confronto/scontro tra titani inspiegabilmente ignorato dai membri dell'Accademy. Il sospetto che non abbiano voluto dare troppi riconoscimenti a Showtime (o che il canale non sia riuscito a promuovere al meglio i propri prodotti) inizia a farsi strada.





L'assenza di The Good Wife e di Julianna Marguiles desta meno stupore di quanto dovrebbe. Sebbene tutti l'avremmo inserita in quanto stagione conclusiva, bisogna riconoscere che non è stata l'annata migliore della serie e l'inserimento di Carrie Preston e Michael J. Fox come guest star è stata la decisione più corretta. Allo stesso modo potrà aver sorpreso i fan ma l'assenza di The Big Bang Theory e del suo cast è giusta considerando la stagione appena conclusa e la decisione di premiare una comicità più variegata inserendo Master of None, Black-ish, Silicon Valley, Unbreakable Kimmy Schimdt e Grace and Frankie è decisamente più apprezzabile (anche se sarebbe dovuta uscire dai nominati anche Modern Family).

Grande sorpresa è l'ingresso tra i nominati di Constance Zimmer per UnReal, che avrebbe meritato una categoria a parte o un premio alla carriera come Miglior Str0nza della tv, come riescono a lei questi ruoli probabilmente a nessun altro. Se bisognava riconoscere qualcosa a UnReal e a Lifetime probabilmente inserire il suo nome era l'unica scelta possibile.




I media americani, infine, sottolineano come questo sia l'anno della diversità tra attori di origine indiana e l'alto numero di nominati afro americani come Cuba Gooding Jr per American Crime Story o Viola Davis per How To Get Away With Murder e Taraji P. Henson per Empire, Anthony Anderson e Tracee Ellis Ross per Black-ish, ma anche Kerry Washington per il film tv di HBO Confirmation. Insomma dopo anni di critiche l'accademy si è aperta anche a i non bianchi. Dopo queste prime opinioni sulle nomination appena rivelate è già tempo di preparare le magliette e i post sui social per sostenere i propri show preferiti, in attesa delle premiazioni del 18 settembre con la cerimonia che sarà presentata da Jimmy Kimmel e trasmessa dalla ABC.

Articolo di Riccardo Cristilli da ww.tvblog.it

mercoledì 13 luglio 2016

Woody Allen: "Nati con la schiavitù, ora ne paghiamo il prezzo", da la Repubblica

Il regista parla degli incidenti razziali: "Negli Usa si vive di pregiudizi ormai da centinaia di anni"
di SILVIA BIZIO


NEW YORK. "I terribili incidenti razziali che l’America sta vivendo in quest’ultima settimana non dovrebbero purtroppo sorprenderci", dice Woody Allen, 80 anni, incontrato nella sua amata New York per parlare del film Café Society, in uscita negli Stati Uniti dopo la sua premiere a Cannes. "Il problema degli Stati Uniti, adesso e nel passato, è che questo è il prezzo che il paese paga per aver messo le sue fondamenta sulla schiavitù, per la complicità nel rapire la gente dall’Africa, portarla qui, renderla schiava, senza nessun programma per il loro benessere. Siamo un Paese che è vissuto di pregiudizi razziali per intere generazioni. Cosa ci si aspetta da un paese nato così male? Quando succedono queste brutte cose, questi incidenti razziali, da bianchi nei confronti dei neri, e da parte dei neri che ora rispondono in modo violento, cosa ti aspetti da un paese che ritualmente è stato insensibile per centinaia di anni? È il prezzo che gli Stati Uniti dovranno pagare fino a quando quell’antipatia così profondamente radicata tra una razza e l’altra sarà finalmente smussata e la gente non la sentirà più".

La legge non è dunque servita a molto...
"No, perché una cosa è fare delle leggi per integrare la società, ma se la popolazione non lo sente e ancora odi l’altra persona, quelle leggi non significano molto. E così restiamo un paese diviso nonostante leggi che cercano di migliorare la situazione. E ne paghiamo il prezzo".

Pensa che leggi più restrittive sul possesso di armi possano aiutare?
"Le leggi sulle armi, ovunque nel mondo, sono abbastanza ridicole. Negli Stati Uniti abbiamo delle leggi terribili sulle armi. La mia impressione è che potrebbero aiutare un pochino, ma non sono davvero la risposta. Io sono completamente contro le armi, non credo ci dovrebbe essere nessuna arma se non in modo estremamente limitato e controllato per chi va a caccia, per sport. Ma anche se elimini tutte le armi, fino a quando non affronteremo gli altri veri problemi, quelli delle persone, avremo ancora una società che è guidata dall’odio razziale, dall’ineguaglianza economica e dalla povertà, avremo comunque terribili sofferenze. Le armi sono solo una parte, e una parte assai sciocca, appunto perché le leggi sulle armi che abbiamo in questo paese fanno ridere".

Si sperava che la presenza di un presidente afroamericano come Obama alla Casa Bianca potesse cambiare qualcosa. 
"Una singola persona non può cambiare questa situazione, è un problema che richiede un’enorme mole di lavoro per tanta gente, è così intrinseco al tessuto di questo paese, da centinaia di anni, che è molto difficile da risolvere. Ci vuole uno sforzo comune e concentrato da parte di tutti, un singolo presidente non ce la può fare".

Sta seguendo queste elezioni, vede speranze? 
"Non sui problemi razziali che stiamo attraversando. Ciò detto non ho mai fatto misteri del fatto che io sia un grande sostenitore di Hillary Clinton, sono democratico geneticamente, lo sono sempre stato, ho contribuito alla campagna democratica".

Pensa che vincerà?
"Ne sono sicuro. Ho conosciuto Donald Trump, era nel mio film Celebrity, ed era stato anche bravo! Ogni tanto lo incrocio in qualche ristorante o evento ed è sempre cordiale e piacevole, ma non penso abbia nessuna chance di diventare presidente. Non si preoccupi, non c’è bisogno che nessuno si trasferisca in Nuova Zelanda o in Canada! Hillary vincerà, credo sia qualificata e brava, mi piace molto anche se non l’ho mai incontrata. Me lo dicono gli istinti e il senso comune. In America la gente sa che Donald Trump, con tutte le sue teatralità e il suo essere cosi’ flamboyant, non potrebbe mai essere un buon presidente. E sento che la gente istintivamente lo sa e voterà di conseguenza. Certo è una strana campagna elettorale, il partito repubblicano è da anni in uno stato pietoso, ma anche questo strano anno elettorale passerà e ne avremo solo un vago ricordo. E Donald Trump continuerà ad essere soggetto di barzellette e scenette in televisione".

Come spiega il fascino sulla gente di uno come lui?
"Come dicevo c’è molta sofferenza in questo paese, e non solo fra i neri. E lui è un candidato che dice cose che la gente vuole sentirsi dire, anche se poi non va a controllare. Hanno fatto un sondaggio in Inghilterra e tanti di quelli che hanno intervistato hanno confessato di non avere idea su cosa votavano: hanno votato per uscire dall’Unione Europea e non sapevano nemmeno cosa fosse l’Unione Europea! Negli Stati Uniti è lo stesso: la gente non sa, è troppo preoccupata di svegliarsi al mattino e di ritrovarsi senza lavoro, o con un figlio cocainomane, non ha tempo... Così un candidato arriva — e se non fosse stato Trump sarebbe stato Cruz, o Rubio — e gli dice, “non ti preoccupare, ci penso io” e la gente ci crede. Non ha tempo di controllare o capire cosa voglia dire. Non va in profondità. È più facile pensare “sono stato licenziato perché il mio posto di lavoro è andato in Messico o in Cina”. Sono letture superficiali, ed è quello che succede. Per fortuna penso che la maggioranza non la pensi così. Dopo tutto nella nostra storia i nostri presidenti per la maggior parte sono stati decenti. Alcuni hanno fatto cilecca, ma per di più sono stati buoni. E lo sarà anche Hillary".

www.repubblica.it

giovedì 7 gennaio 2016

Dexter canta David Bowie

Michael C. Hall al microfono spacca tutto 
Performance sorprendente dell’ex serial killer più amato della tv






Nulla come i telefilm è capace di appiccicare un’identità fittizia sulla faccia di un attore reale. Voi lettori di Serial Minds lo sapete benissimo, visto che ogni tanto chiamo ancora Joshua Jackson “Pacey”, anche se da Dawson’s Creek sono passati anni e in mezzo c’è stata pure una robettina da niente come Fringe. Per questo fa particolarmente impressione vedere Michael C. Hall – già David Fisher in Six feet Under e Dexter Morgan in Dexter – tirar fuori dall’ugola una versione assai bowiesca di Lazarus, secondo singolo tratto da Blackstar, ultimo disco di David Bowie... 


Continua Qui.


domenica 14 settembre 2014

Caso Pistorius. I Dieci Consigli ad un Aspirante Femminicida di Selvaggia Lucarelli

Sei maschio?
Ne hai la scatole piene della fidanzata libertina o della moglie opprimente?
Hai deciso che il divorzio ti costerebbe troppo?
Ritieni che lasciarla vorrebbe dire buttarla tra le braccia di qualcun altro e il pensiero ti disturba?
Sei un po' fumantino e avresti voglia di liberare i tuoi istinti?
Hai un paio di pistole che sono lì a far polvere e pensi che sia un vero peccato? Non preoccuparti, caro aspirante femminicida. Ieri è stato un gran giorno per te. Il caso Pistorius e il suo epilogo, ti forniscono una serie di preziosi consigli per far fuori la tua compagna e sfangartela con una condanna per omicidio colposo. In fondo, che differenza c'è tra l'ammazzare una vecchietta sulle strisce pedonali mentre si abbassa il volume del cd di Molella e l'accoppare la fidanzata con quattro colpi di pistola? E allora, mio caro aspirante femminicida, ecco la lista di consigli utili per compiere il femminicidio perfetto:
1) intanto, se non la possiedi già, procurati una pistola. Non importa che te la procuri legalmente, tanto se poi finisci per sparare puoi sempre dire che vivi in una città pericolosa. Lo so che magari non vivi a Johannesburg come Pistorius, ma pure Roma, Napoli e Milano sono città pericolose e comunque puoi sempre mettere in mezzo zingari e marocchini, dire che ci sono stati furti in ville nella tua zona, dire che avevi paura dei ladri, di Equitalia, di Darth Vader, vedrai che chiuderanno un occhio. Magari modificala pure, come ha fatto Pistorius, che la pistola se l'era fatta esplodente, a punta cava, giusto perchè l'arma era una necessità, mica una passione.

2) Visto che ormai la pistola ce l'hai, non tenerla chiusa nel cassetto assieme al Momendol e al telecomando del ventilatore. Non ti limitare a tenerla lì nel caso un malintenzionato ti entri in casa. Fa come Pistorius, portala anche alle cene con gli amici. Lui, prima di uccidere la fidanzata, aveva sparato in un ristorante tanto per esplodere l'ultimo colpo in canna, tu puoi sempre far fuori Cracco se il controfiletto è troppo cotto o accoppare un bambino troppo rumoroso, che mi pare pure un utilizzo pure più efficace, anzichè sparare in aria come un Balotelli qualunque.

3) Se hai ex fidanzate che ti ricordano come un uomo violento, non preoccuparti. Non preoccuparti neppure se anche con la tua ultima fidanzata, quella che vuoi far fuori, il rapporto è burrascoso. Il giudice Thokozile Masipa ha detto chiaro e tondo che "i rapporti sono dinamici, non me la sento di giudicare". Capito? L'ex fidanzata di Pistorius (quella prima di Reeva) gli nascondeva la pistola sotto al letto non perchè temesse di essere crivellata, ma perchè i rapporti sono dinamici. Le continue liti tra Pistorius, gelosissimo, e la sua fidanzata, non potevano rappresentare un movente ma la spia di una dinamicità della coppia. Non esistono rapporti violenti, ma solo dinamici. Magari posta la frase su fb e attribuiscila a Barbara Alberti, alla Boldrini o a qualche altra paladina dei diritti delle donne, nessuno se ne accorgerà. L'ha detta un giudice donna, va bene. L'avesse detta un uomo, l'avrebbero appeso per le palle sul monumento più alto di Pretoria.

4) Riguardo i vicini di casa, stai sereno. Non importa che siano miti signore o una normalissima coppia di coniugi, come nel caso Pistorius, anzichè due mitomani appurati. Anzichè Gabriele Paolini e Marika Fruscio. Non importa che dicano, come nel caso Pistorius, di aver udito chiaramente le liti, le urla della vostra fidanzata, gli spari e voi che gridavate help help help. Gli avvocati trovano sempre tesi convincenti per sostenere l'innocenza del proprio assistito. Quello di Pistorius, per esempio, disse alla testimone che in realtà lei udì sempre e solo la voce di Pistorius, il quale quando grida emette degli acuti "molto femminili". E' negli atti, mica sto inventando. E alla fine il giudice ha stabilito che i vicini in fondo possono aver fatto un po' di confusione. Quindi, mio aspirante femminicida, fa un bel corso da soprano e vedrai che con la storia della voce da castrato, riuscirai a far passare i vicini per matti e te stesso per la nuova Conchita Wurst, altro che assassino.

martedì 27 novembre 2012

"Twilight" Letto da Betty Moore - I

Oggi vi racconto un po’ del primo libro della saga, che è il libro che si chiama Twilight – sommario:

1) il vegetarianismo vampiro secondo la legge di Dyo 
2) indovina chi è il vampiro che non c’entra 
3) Batman sospeso sulla piscina piena di squali 
4) l’epidermide vampira come i collant di Amanda Lear 
5) un prototipo di adolescente bimbominkia 
6) la sindrome di Dan Brown (e il sarcasmo mormone) 
7) il cervello sghembo di un highlander diciassettenne 
8) belli belli belli in modo assurdo 
9) da un grande potere deriva un grande mona 
10) la pubblicità del Soul Glo 
11) così fighissimo che c’ha la calligrafia arrapante 
12) il sogno d’amore bimbominkia 
13) Action Comics numero uno 
15) se era italiana sarebbe stato Giovanni Allevi

- che è il libro dove scopriamo com’è che la protagonista, la diciassettenne Isabella Swan per gli amici Bella, conosce la famiglia dei vampiri mona aka la famiglia Cullen, che non è precisamente una famiglia famiglia (nessuno è parente di nessuno) ma un gruppetto di succhiasangue vegetariani (succhiano solo gli animaletti, niente esseri umani) che sono come gli X-men, c’hanno i superpoteri (v. “da un grande potere deriva un grande mona”) e stanno riuniti attorno al loro capo vampiro, il più anziano della ghenga, il dottor Cullen, che fa la parte del guru spirituale cripto-mormone “è contro la legge morale impostaci da Dyo succhiare gli esseri umani ed è meglio che non lo facciamo sennò Dyo ci spedisce tutti all’inferno, per cui dobbiamo soffrire soffrire soffrire in astinenza, nutrendoci soltanto di quel rancido insipido diet-sangue delle bestioline della foresta – di cui tanto a Dyo, delle bestioline, gliene fotte una cippa” (e questo vampiro anziano, che dell’astinenza dolorosa è un virtuoso, per mettere alla prova il suo ferreo autocontrollo mormone di mestiere fa il medico all’ospedale ed è sempre in mezzo a schizzi sanguinolenti dappertutto, ma lui tiene mormonescamente duro, resiste alla tentazione demoniaca e soffre in silenzio) – i personaggi di cui vi parlerò oggi sono (da sinistra: il già citato dottor Cullen, Batman, Bella Swan, Dan Brown, il Patty)


(ma no, che vi credete, il vegetarianismo è un’abitudine eccezionale praticata da pochi vampiri illuminati, di solito i vampiri preferiscono succhiare gli esseri umani, che sono molto più gustosi e nutrienti, non ci pensano due volte)(e noi lo sappiamo bene, che ci sono anche – soprattutto – vampiri non vegetariani, no?)(qui sotto un piccolo test per verificare la vostra competenza in materia)(se non vi viene in mente: ripasso)

La storia inizia col trucchetto suspense che è quello cheappissimo della impasse thrilling avanti nel tempo – Batman che penzola incatenato sulla piscina piena di squali affamati: “com’è successo che il nostro eroe si trova in una situazione così merdosa? scopriamolo!” – la protagonista Bella Swan che sta per essere accoppata da un non meglio identificato “cacciatore” (che le si avvicina minaccioso e inesorabile, ovviamente “sorridendo” – perché sì, ve lo ricordate?, il “sorriso” in tutte le sue varie declinazioni è il superficialissimo attributo di pseudo-profondità più comunemente utilizzato nella letteratura degli abissi)(e il cacciatore, che ve lo dico a fare, è un vampiro cattivo non vegetariano che vuole mangiarsela), Bella Swan è pronta a morire, si sta sacrificando per amore!, oooooh!, non ci sono vie di fuga, aiuto!, lo dice esplicitamente: è una situazione da lasciarla “col fiato sospeso” (così, giusto per essere sicuri che il cervello tardo del lettore bimbominkia percepisca il senso della cosa) e poi stop, dissolvenza, fiato sospeso!, torniamo indietro di qualche mese,

venerdì 1 giugno 2012

"Senza Perdere un Fecondo"






La marcia pro-life di Alemanno, Polverini e qualche divertente Associazione produttrice di manifesti horror-pulp (ogni aborto è un bambino morto) mi ha convinto. Mi sento così toccata da voler essere propositiva: accanto all’abolizione totale della libera scelta che ogni donna desidererebbe per la propria vita, propongo una novità assoluta: l’obbligo di paternità post-coito. Visto che incinta non sono rimasta da sola e non è che do alla luce un koala, che me lo devo portare attaccato sulle spalle dalla nascita ai trent’anni tutta da sola soltanto perché sono nata con le ovaie, è tempo di considerare la gravidanza come divinamente paritaria.
E’ così che il Signore vuole? Allora seguiamo la natura e oltre che seminarli, questi figli dell’amore, accollateli pure tu, maschio, una volta fatto il danno, grande campione nazionale di Salto della Quaglia. Prima della consumazione dell’atto dunque, per legge, si dovranno consegnare alla partner: chiavi della macchina, chiavi di casa, passaporto, CUD e numero di telefono dei propri genitori, se viventi, di una ex moglie, se presente, e l’indirizzo del bar dove si va di solito a fare lo sborone con gli amici la domenica a colazione.
Ovviamente non sarà possibile lasciare la regione per le cinque settimane successive al fortunato incontro (giusto per essere sicure) mentre per i recidivi, quelli cioè che hanno già dei bambini, sarà possibile installare un sistema gps intramuscolo (e quale lo potrà scegliere la fortunata, a seconda della soddisfazione raggiunta con la performance).
Durante la crescita, per gli alimenti, i vestiti, le scuole, i libri da leggere, le malattie, gli amici che è bene frequentare, le pene d’amore, le vacanze con gli amici e tutto il resto, ci si potrà mettere comodamente d’accordo di volta in volta, tramite chat, Skype o twitter. Se per caso poi, come a volte capita, ci si fosse trovate coinvolte in uno stupro, una violenza domestica, una gravidanza a rischio, o semplicemente non si fosse pronte perché minorenni, perché non è il momento giusto, perché non si hanno soldi o una casa, perché si lavora con un contratto a progetto senza permesso di maternità in uno stato che non aiuta le madri single in nessun modo, beh, allora, provate a pregare il cielo, sono sicura che sarà di aiuto.

 24-5-2012
 di Francesca Piccoletti

http://www.ilfattoquotidiano.it


mercoledì 16 maggio 2012

Mago Zurlì e Topo Gigio alla Rai? Magari

Ciascuno, ci mancherebbe altro, la pensi come vuole sul nuovo programma di Fazio e Saviano. A me è piaciuto perchè ho risentito parole, temi, personaggi, altrove oscurati o cancellati del tutto, salvo ovviamente le solite consuete eccezioni.
Penso alla Cecenia, al massacro di Beslan, al dialogo tra Lerner e Travaglio, al monologo di Paolo Rossi, ai “ponti” di Erri De Luca, al freddo in fabbrica rievocato da Maurizio Landini e potrei continuare..
Di questi tempi non è poco. Basterebbe dare uno sguardo, di tanto in tanto, alla programmazione quotidiana per capire che comunque abbiamo avuto la possibilità di bere un po'di acqua pulita, per rubare le parole a Enzo Biagi.
Al di là di queste valutazioni, personalissime e contestabilissime, resta l’oltraggio consumato dai vertici della Rai nei confronti degli abbonati. Il programma è stato trasmesso da La7 perchè questa Rai non ha potuto e voluto confermare il programma di Fazio e Saviano. Non lo ha fatto perchè così era stato deciso dai mazzieri del conflitto di interessi, perché i due avevano infastidito Berlusconi e Bossi, perchè Saviano aveva osato parlare della “Mafia al nord“; per questo la Rai ha preferito perdere programma e ascolti, piuttosto che fare uno sgarbo al proprietario del polo Raiset.
Quanto ha perso la Rai per questa follia? La Corte dei Conti, che ha un suo rappresentante nel consiglio di amministrazione, chiederà di quantificare il “procurato danno erariale”?
Per queste ragioni, al di là dei giudici critici ed estetici sul programma, sarà davvero il caso di accompagnare alla porta i vertici della Rai. Noi, come Articolo21, ci ritroviamo nelle candidature di Santoro e di Freccero o comunque in proposte che abbiano requisiti simili.
Nelle scorse ore si è candidato alla presidenza il mago Zurlì, qualcuno ha proposto anche Topo Gigio per la direzione generale. Sicuramente il mago e il topo, essendo stati autorevoli protagonisti della Tv, non si sarebbero mai fatti scappare gli autori, i programmi, e le parole che aveva e che ora (non) ha più.

15-5-2012

Di Beppe Giulietti
http://www.ilfattoquotidiano.it

martedì 10 aprile 2012

"la Ragazza Rossa", Miriam Mafai

Quando se ne va una donna come Miriam Mafai non ci si può che sentire più sole: come giornaliste e, soprattutto, come donne.

Mi piaceva leggerla e mi piaceva ascoltarla; ne apprezzavo la severità mista alla capacità di lasciar sempre trasparire l’allegria del vivere.

Il suo impegno per le donne è stato instancabile e di grande importanza. Se ne sentirà la mancanza soprattutto in un momento di totale sbandamento come questo, in cui ci si muove fra rigurgiti neo conservatori che inneggiano a figure di donne sorridenti fra i fornelli di casa e la sempre più volgare mercificazione del corpo femminile che impera, dalla televisione alla politica, creando un vortice assolutamente riprovevole. Miriam Mafai era un punto di riferimento fondamentale per le donne e una paladina nella battaglia per il riconoscimento dei loro diritti.

Eppure il ricordo di lei più bello è arrivato da un uomo. Da Eugenio Scalfari che, dopo averne ricordato il carattere e il momento del suo arrivo a La Repubblica, si e’ lasciato prendere dalla commozione e ha concluso “e poi se n’è andata, ecco…. basta cosi’”

Basta così’. Perchè troppa commozione, almeno per come la “vedevo” io, non le sarebbe piaciuta. Ora se n’è andata. E non ci resta molto da aggiungere.

Di Angela Vitaliano
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domenica 1 aprile 2012

"Fede, Risparmiateci gli Infingimenti",Giorgio Simonelli

Anche se molti già sono intervenuti, autorevolmente e acutamente, sulle pagine del giornale, vorrei dire sull’argomento-Fede due cosette semplici semplici ma che mi sembra possano servire a correggere qualche stortura logica che è penetrata nei discorsi.

Prima cosa: l’onore delle armi invocato da molti. Ma l’onore delle armi si rende da parte dei nemici a coloro che dai nemici sono stati sconfitti, in una battaglia aperta. Il nostro eroe è stato sconfitto dai suoi amici, da una congiura, dice lui. Quindi l’onore delle armi c’entra poco o nulla e se mai dovrebbe venire dai suoi ex-amici diventati nemici. Chi l’ha considerato un avversario e l’ha combattuto apertamente è fuori da questo gioco un po’ scemo. A meno che non si sia un trucco: che alcuni che erano annoverati tra i suoi avversari non fossero in realtà amici camuffati da nemici e allora si sentono in dovere di rendergli onore.

Secondo: l’onore delle armi si rende a chi ha combattuto lealmente e infatti qualcuno degli “onoranti” sostiene che Fede agiva “senza infingimenti”. E le frasi lasciate a metà? E i cognomi sbagliati ad arte? E le boccucce, i sorrisini, le allusioni? Non sono forse letteralmente “infingimenti”? Prego consultare un buon vocabolario. E quella porcata della tangente Telecom, la bufala di Igor Marini, la commedia di rospo e cicogna in cui il nostro ha inzuppato per mesi il suo pane quotidiano, cos’era?

Scusate: ma ci sono già i morti verso cui dobbiamo usare l’ipocrisia, almeno con i trombati milionari potremmo evitare gli infingimenti?

Blog di Giorgio Simonelli 

giovedì 8 marzo 2012

Biografia di Frida Kahlo

Nata nel 1907 nella Casa Azul de Coyoacán, un sobborgo di città del Messico, Frida Kahlo rimase a lungo sconosciuta al grande pubblico, seminascosta dall’ombra del suo celebre marito, il pittore muralista Diego Rivera. Il riconoscimento che fin da subito le venne attribuito da artisti di fama internazionale non fu infatti sufficiente a far esplodere la “bomba Frida”, fenomeno (se così si può definire) per cui dovremo attendere gli anni ’90.

Tra i primi ammiratori di Frida Kahlo va ricordato Rivera stesso che, nel periodo della loro separazione (tra il 1935 e il 1940), dichiarò necessaria la rottura della coppia poiché a suo parere Frida era un’artista ormai completa che non aveva più bisogno del suo maestro-marito (il quale, con orgoglio, era solito mostrare una lettera in cui Picasso esprimeva la sua personale ammirazione per la pittrice e rivolgendosi a Rivera scriveva di lei: “Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”).

Altro celebre ammiratore di Frida fu André Breton, personaggio di spicco dell’avanguardia surrealista francese, che durante una visita in Messico fu letteralmente stregato dall’opera della Kahlo, tanto da convincerla ad allestire una mostra negli Stati Uniti nel 1938 ed una l’anno seguente a Parigi.

Frida non si mostrò entusiasta di questo sodalizio con il gruppo surrealista francese, che con il linguaggio colorito e un po’ volgare che la contraddistingueva era solita chiamare “questo mucchio di pazzi figli di puttana di surrealisti”. L’avversione nei confronti del gruppo avanguardista nasceva anche da un’incomprensione di fondo: Breton, non privo di una certa fascinazione per l’esotismo della pittrice, considerava Frida Kahlo una “surrealista naturale”, che pur non seguendo i metodi del manifesto surrealista (non perché non li conoscesse), era giunta a risultati simili a quelli dei pittori d’oltreoceano a lei contemporanei; ma nell’arte di Frida Kahlo non c’è nulla della dimensione onirica e dei simboli freudiani del surrealismo: “surrealismo” diceva Frida “è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri “sicuro” di trovare le camicie. (…) Uso il surrealismo come strumento per farmi gioco degli altri senza che loro se ne accorgano e per diventare amica di quelli che se ne rendono conto”, “pensavano che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà”.
Nulla di più vero. Ed è forse la realtà autobiografica che “trasuda” da ogni suo dipinto ad averla resa quasi oggetto di culto negli ultimi anni: per le strade di New York compaiono manifesti che riproducono le sue opere; ad Hollywood si girano film, per altro ben riusciti, sulla sua vita; i suoi quadri iniziano a fare il giro del mondo e ad essere esposti in mostre sempre visitatissime.

L’arte di Frida, con la sua carica di femminilità, di sensualità ed per il suo carattere fortemente personale, ha avvicinato soprattutto il pubblico femminile che più facilmente può ritrovarsi nelle sensazioni che l’artista ha tanto abilmente racchiuso nella tela. Per una donna, stare di fronte ad un’opera di Frida Kahlo equivale a ritrovarsi in intimità con se stessa, immersa nell’essenza più vera della femminilità.

Rapporto con il Messico (sua terra natale) e autobiografia sono due elementi da cui non si può prescindere per conoscere ed apprezzare le opere di Frida Kahlo. La sua vita fu infatti un susseguirsi di sofferenze che ebbero inizio, se non con la poliomielite avuta all’età di sei anni, quanto meno con il tragico incidente del 1925: lo scontro tra un tram e l’autobus su cui Frida viaggiava, che oltre a romperle la spina dorsale in tre punti, creò una cesura nella sua esistenza. Fu durante la lunga e dolorosa convalescenza, peraltro mai conclusa poiché le lesioni procuratesi nell’incidente le causarono gravi problemi per tutta la vita, che Frida iniziò a dipingere, trovando uno sfogo alla sua personale sensibilità.

La sofferenza ed il dolore sono elementi sempre presenti nella sua arte, ma sono affrontati con grandissimo coraggio ed associati ad una incontenibile “alegría”, creando una contraddizione che diventa punto di forza del fascino della Kahlo. Negli ultimi tempi, sul suo diario personale, accanto a frasi di giustificato sconforto come: “attendo la mia dipartita…e spero di non tornare mai più” ne compaiono altre sintetizzanti una gran forza d’animo: “piedi, a cosa mi servono se ho ali per volare?”.

mercoledì 7 marzo 2012

"The Big Bang Theory" - Quarta Stagione

Prima che la quinta stagione della serie cult della CBS creata da Chuck Lorre e Bill Prady approdi anche da noi in Italia ad Aprile, ripercorriamo alcuni momenti salienti dell’ultima spassosissima stagione di questo piccolo capolavoro a puntate della commedia statunitense. Alla fine della terza stagione di “The Big Bang Theory” avevamo lasciato i nostri amici nerd ancora scossi dalla fine della relazione tra Penny e Leonard.

I primi quattro episodi della quarta serie sono un concentrato di situazioni esilaranti e grottesche in puro stile TBBT che raggiungono l’apice in alcuni momenti “memorabili”, come quando Howard utilizza il braccio meccanico da lui stesso creato per l’autoerotismo o come quando Sheldon ne “L’alternativa del surrogato felino” (episodio 3), sopperisce alla mancanza di Amy con un gatto, il dott. Oppenheimer, che attirerà ben presto una colonia di felini in casa. Il malessere di Leonard per la separazione con Penny emerge nell’episodio “L’emanazione empirica dell’angoscia”, ma a far tornare il sorriso al dott. Hofstadter ci pensa la bellissima Priya, sorella di Raj, con la quale egli ha da subito un bel feeling.

A nulla, insomma, servono i giuramenti di “neutralità” fatti in precedenza a Raj riguardo al non provarci con sua sorella (ep. “La formulazione del pub irlandese”). La relazione tra Leonard e Priya torna anche in episodi successivi come “La formula della coabitazione”, e “La dissezione dell’accordo”, quando Sheldon sorprende i due sotto la doccia. Questo flirt provoca le ire di Penny che, segretamente invidiosa del suo ex, dichiara guerra a Priya e, ne “La ricombinazione della Lega della Giustizia”, decide di far ingelosire Leonard baciando il bellimbusto Zack, aggregatosi per l’occasione al gruppo della Justice League in abito da Superman. Parentesi: vedere questa “lega nerd” prepararsi e poi andare ad una festa nei panni di una confraternita di supereroi, resta una delle cose più spassose non solo di TBBT, ma della tv in senso lato.

Non solo Leonard, anche Howard si ritrova nel bel mezzo di un conflitto amoroso, appena la sua ragazza Bernadette scopre in rete un suo cyber-tradimento con Glissindra la Troll, all’interno di “World of Warcraft” (ep.4). Ma il celebre gioco di ruolo online è teatro anche di un altro intrigo, che vede stavolta coinvolto il folle dott. Cooper. Ne “L’incursione Zarnecki” (ep. 19), Sheldon decide di farsi giustizia di un hacker che lo ha derubato di tutti gli oggetti conquistati in oltre 3000 ore di gioco.

Il piano di Sheldon è quello di fargliela pagare cara, ma va in porto solo grazie all’intervento deciso di Penny. Tra l’altro, l’episodio appena menzionato e “Il dislocamento nell’auto dell’amore” sono gli unici due della serie non diretti da Mark Chendrowski. La comicità irresistibile e geniale dei dialoghi, punto di forza assoluto, non conosce cali in nessuno dei 24 episodi di questa quarta serie, ma dà il meglio di sé in quello dal titolo: “L’utilizzo dei pantaloni da autobus”. L’abnorme ego di Sheldon non può accettare che il progetto ideato da Leonard, ovvero creare un’app per smartphone che risolva le equazioni differenziali fotografandole, sia supervisionato dallo stesso Leonard nelle vesti di capo. Parte così la sua rappresaglia per sminuire ed ostacolare il lavoro dei suoi colleghi/ coinquilini coinvolti nel progetto.

Tra le partecipazioni a questa quarta serie, spiccano due special guests d’eccezione: Keith Carradine (Oscar per le musiche di Nashville di R. Altman) nei panni del padre di Penny e Steve Wozniak, uno dei padri di Apple, nell’episodio “L’esaltazione dei vegetali crociferi” (un riconoscimento a parte lo meriterebbero sempre i titoli degli episodi!). Nella stessa puntata, si assiste all’inaspettata quanto fallimentare “svolta salutista” di Sheldon, che decide di darsi allo sport e alla vita sana per allungarsi l’esistenza di qualche anno in modo da essere ancora vivo quando gli esseri umani potranno vivere in eterno grazie agli innesti cibernetici e alla scienza. Tipico di Sheldon.

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giovedì 1 marzo 2012

"I 5 Titoli di Film Più Travisati dalla Traduzione in Italiano"

Spesso resti basito di fronte alla logica che si nasconde dietro alle traduzioni dei titoli dei film stranieri una volta che arrivano in Italia.

Di chi è la colpa di queste storpiature? Certo, c’è lo zampino dei produttori nostrani che vogliono attirare in sala più gente possibile facendo leva su titoli nazionalpopolari. BANALIZZARE, IN ITALIA, FUNZIONA! Significa che un film straniero, per andare bene da noi, deve avere un titolo che suoni confortante, “già sentito”, anche se questo significa mistificare l’anima della pellicola. E’ pur vero che certe volte il nome del film non subisce variazioni dall’originale, prendi The Aviator, Taxi Driver ecc ecc. e che altre volte il lavoro di traduzione è accettabile e fedele all’originale. D’accordo, non è facile “italianizzare” la cultura statunitense e rendere “nostre” certe situazioni imbottite di cultura a stelle e strisce ma spesso produttori e addetti ai lavori creano volontariamente degli aborti che poi finiscono per caratterizzare il film e per diventare la sua immagine da noi. Vuoi vedere che c’è una profonda connessione tra questo fenomeno SOLO ITALIANO e il fatto che viviamo in un paese talmente integralista, bigotto e radicato nelle sue consuetudini che tendiamo a scartare a priori tutto ciò che suona nuovo e sconosciuto? Non è grave ciò? Risposta: Sì.

Ecco la mia personalissima “Worst Five”:



1- ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND       SE MI LASCI TI CANCELLO
L’apoteosi della banalizzazione. Ovvero “Come far apparire uno dei film più complessi e profondi mai realizzati in una commediola di serie B. Mandiamo al cinema più gente possibile prima che circoli la voce che è un film difficile e che Jim Carrey qui è “drammatico”.

2- THE DESCENDANTS         PARADISO AMARO

3- BLACK GOLD                     IL PRINCIPE DEL DESERTO

4- TOTAL RECALL                 ATTO DI FORZA

5- THE TEXAS MASSACRE           NON APRITE QUELLA PORTA

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giovedì 4 agosto 2011

"Quale Libro Non Avete Mai Finito di Leggere?"

Confessateci quale scrittore avete piantato in asso, quale romanzo non avete mai terminato, quale bestseller avete chiuso perché annoiati o disgustati, intristiti oppure perplessi...

A quanti di noi è capitato di non riuscire a terminare la lettura di un romanzo famoso, classico o contemporaneo? Sull’argomento abbiamo provato a sondare dieci personalità del mondo della cultura, del giornalismo e dello spettacolo: Eva Cantarella, Philippe Daverio, Giulio Ferroni, Massimo Fini, Milena Gabanelli, Giulio Giorello, Diego Marani, Edoardo Nesi, Aldo Nove e Ottavia Piccolo. Le loro risposte nelle pagine centrali di “Saturno”, in edicola oggi, venerdì 29 luglio: lʼultimo numero prima della pausa estiva (“Saturno” tornerà in edicola venerdì 2 settembre).

Tra gli autori “dimezzati” spiccano giganti come Alessandro Manzoni, Alexandre Dumas, Robert Musil, Lev Tolstoj e Louis-Ferdinand Céline. Ma anche scrittori viventi e bestseller pluripremiati come Jonathan Littell, Paolo Giordano, Jonathan Franzen e Umberto Eco.

Adesso la parola passa a lettrici e lettori di “Saturno” e del “Fatto Quotidiano”. Da oggi potete partecipare al nostro gioco dellʼestate, intervenendo con i vostri commenti e suggerimenti di libri interrotti: quale scrittore avete piantato in asso? Quale romanzo avete chiuso prima di arrivare alla fine? Perché avete smesso di leggerlo?

Nel primo numero di “Saturno” dopo la pausa estiva, in edicola il 2 settembre, troverete pubblicata la lista aggiornata dei “libri interrotti” con i suggerimenti dei lettori.

Buone vacanze da “Saturno”!

COMMENTI

Antonio Angarola
lo zahir- paulo coelho
a suo tempo l’ho interrotto perchè mi risultava noioso, meno coinvolgente rispetto ai precedenti romanzi………mi sono ripromessa di riprenderlo!!!!!!nulla va lasciato a metà

Stefania B.
Con grande rammarico ho interrotto (tentando più volte di riprenderli, senza altro risultato se non una nuova interruzione) i due capolavori di Celine: Morte a credito e Viaggio al termine della notte. E la cosa peggiore è che non so neanche il perché…

Rob Pupsik
Ho interrotto e non ho alcuna intenzione di leggere in futuro “Salambò” di Flaubert e “Dona Flor e i suoi due mariti” di Amado. Grazie ad Amado ed al pesantissimo Guimaraes Rosa ho deciso di evitare in futuro la letteratura sudamericana, peccato!
A suo tempo ho interrotto, ma poi fortunatamente ripreso con interesse e piacere “Le Bostoniane” di James.
Ho recentemente interrotto ma di sicuro riprenderò “I demoni” di Dostojevskij.

carip
“Se una notte d’ inverno un viaggiatore…” da allora I. Calvino è stato radiato dalla categoria scrittori e dalle mie letture.

max
Non c’è niente da fare, siamo bestiole strane, un metaromanzo, anzi il metaromanzo di Calvino, indicato come libro illeggibile, un capolavoro d’avanguardia con autoreferenzialità spinta, ovvero il post moderno che emerge, e carip non lo legge, non c’è niente da fare, capisco e m’adeguo, mi spiace tanto per te e la cattiva pubblicità che hai fatto a Calvino quanto a quest’opera omnia.

anna.fandy
Anche io non sono riuscita a finire “Cent’anni di solitudine”. Inoltre avevo iniziato “Il maestro e Margherita”: non son mai riuscita a finirlo perchè l’ho trovato noioso. Ho iniziato da poco a leggere “La classe” di Erich Segal ma lo restituirò a breve senza finirlo alla biblioteca dove l’ho preso in prestito: è scritto bene e non in maniera pesante ma non è assolutamente il genere di libri che mi piace e che mi appassiona. Alla lista aggiungo “Isole nella corrente” di Hemingway: troppo cinico e si perde troppo a descrivere nel minimo dettaglio (secondo me spesso inutilmente) ciò che accade ai personaggi.

Mario Monti
E’ possibile che tutti siano riusciti a finire “La montagna incantata” di T.Mann? Comunque mi sono promesso che entro fine dell’anno ci riproverò….

max
Mai letto… per saperti dire se lo leggerei devo prima assaggiarlo in libreria, se non mi piace l’assaggio io non li compro i libri che non superano quel test=non li leggo.

ANARCA
daccordo con max....forse è il motivo per cui non ne ho finiti solo due!!

mau51
Ti consiglio di riprovarci. Per quel che mi riguarda la lettura della Montagna Incantata ha rappresentato una delle avventure più importanti.

gianmix
ahime’, non so perche’ ma ho cominciato un tre o quattro volte “cent’anni di solitudine” del colombiano Gabriel G. Marquez e non son mai riuscito a finirlo, eppure mi piaceva, ma poi verso la fine ho sempre lasciato, senza volere…Marquez rimane un grande.

max
una palla mostruosa quel libro…. l’unico che ho letto di lui, 1 così basta e avanza

Bruno Teghille
Mi sembra impossibile che dopo centinaia di commenti nessuno abbia menzionato gli inutilissimi, recenti romanzi pseudostorici di Giampaolo Pansa. Provvedo immediatamente pur riconoscendo che sono comunque giunto alla fine di due di essi, ma questo è un mio demerito perchè, pur sapendo che vi sono sicuramente altri libri meravigliosi da leggere, quando inizio un libro lo leggo in ogni caso.
Sconsiglio comunque questo approccio perchè porta inevitabilmente ad escludere titoli e autori senza tentarne una conoscenza diretta, accontentandosi di recensioni lette sui quotidiani o pareri di amici.

Cristian Palmas
Forse perché la maggior parte degli utenti che hanno commentato, fanno esattamente come me: mi guardo bene dal leggere Pansa.

max
sì sì (peccato che non c’è l’emoticon che fa sì sì con la testina e le corna rivolte verso l’alto).

PeaceFrog
Tanti, tanti tioli e senza alcuna remora!!!
Ultimamente ho piantato li “The cider house rules” di John Irving, uno dei miei autori preferiti in assoluto, che leggo volentieri in originale…ahò quando un libro è palloso è palloso….
Concordo con Daniel Pennac che anni fa scriveva dei diritti dei lettori, tra cui spiccavano il diritto a non finire un libro e il diritto a “saltare”….da allora non mi sento più in colpa se abbandono un libro!!!
Va anche detto che ultimamente trovo INTOLLERABILI gli errori di grammatica e sintassi nei libri tradotti (uno stupro vero e proprio ai danni del povero autore) e devo dire che spesso è anche quello che mi ha fatto abbandonare varie letture

Marcello Cimino
Può sembrare strano, ma l’unico libro che non ho finito di leggere, pur avendolo iniziato in tempi non sospetti, quando cioè era appena uscito e ancora nessuno l’aveva letto, è GOMORRA. Al di là dell’impegno sociale e del valore morale del libro, asoslutamente indiscutibili, l’ho trovato noioso, mal scritto, incapace di emozionarmi, esattamente come il film che ne hanno tratto. Ho grandissima stima di Saviano come giornalista, e leggo regolarmente i suoi articoli su Repubblica e l’Espresso. Non credo che abbia il respiro del romanziere.

Cristian Palmas
Accidenti, posso capire che uno abbandoni Gomorra per la durezza dell’argomento, per la rabbia che suscitano i fatti narrati o anche per la densità di argomenti trattati che possono fiaccare la più ferrea volontà, ma affermare che sia anche scritto male… La capacità di sintesi dimostrata da Saviano dovrebbe essere presa come esempio nelle scuole.
Poi, va be’, de gustibus non disputandum.
Per quanto mi riguarda, aggiungo un titolo che non avevo citato tra le mie letture interrotte: Il libro nero del comunismo. Un mattone che fin dall’inizio partiva con un elenco di fatti e documenti manipolati per dimostrare la tesi secondo la quale, siccome l’applicazione del comunismo primordiale è sempre sfociato in dittature, allora i suoi principi sono abominevoli.

michelangelo1
Hai ragione, è come mettere sullo stesso piano gli insegnamenti di Gesù di Nazareth con la sanguinaria inquisizione cattolica e non

x-15
Mi vergono!
“La Divina Commedia” (che Benigni abbia pietà di me)!?
“I Promessi Sposi” “Iliade/Odissea”"Il Gattopardo”"Ulisse”
“Il Capitale” “Mein Kampf” “Il bel Antonio” “Guerra e Pace” “Dr.Zivago” “Il nome della Rosa”…Ma ho Letto 2 volte “Il Pendolo di Foucoult” in italiano 1 volta in tedesco e 2 volte “Il Cimitero di Praga”. Ed infine quello che non riuscirò mai ha leggere ….è “Il Giornale”

yasee
“Fuori da un evidente destino”, il terzo di Faletti. Ho letto i primi due, ma dalle prime pagine del terzo in poi, niente più. Ne ha scritti altri due, ho saputo.

mau51
sono d’accordo; quello di Faletti è un successo editoriale, a mio giudizio, ingiustificato



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Oh, my God! L'idea del "libro interrotto" mi gira in testa da sempre. Quando è capitato, ho sempre sentito un orrido senso di colpa, da lettrice onnivora e colma di sacro rispetto per la parola scritta. Ma i commenti mi hanno ucciso. Ho preso una paginata a caso, ne ho saltati due o tre solo perché repliche di quelli che trovano indigeribile G.G.Marquez! Io lo amo, lo venero, invidio perdutamente la sua fantasia e la capacità di assimilare e di far riemergere dal suo vissuto, dalla sua terra,  storie, leggende, simboli, aneddoti fantastici per poi renderli suoi, in un racconto infinito e circolare. Realismo magico è un'espressione coniata su di lui e per lui. Gli altri che si sono accodati come il paguro Bernardo sono zero.

Mab


"La Lettrice" di Faruffini


lunedì 25 luglio 2011

Lost, al Comic-Con Cuse e Lindelof Presentano una (ironica) Scena Inedita (video sottotitolato)

Possibile, a più di un anno di distanza, che “Lost” raccolga ancora una folla di fan pronta ad accogliere nuove rivelazioni su qualche mistero, anche se in chiave evidentemente parodistica? Certo che è possibile, se ci si mettono di mezzo il Comic-Con (che si sta svolgendo in questi giorni a San Diego) e Cartlon Cuse e Damon Lindelof.
Era un anno che non si parlava di “Lost” (almeno con un panel dedicato appositamente) al Comic-con, la convention che ogni anno raggruppa i fan di fumetti e (sempre di più) diventa l’occasione per presentare le nuove serie televisive della prossima stagione. E siccome i panel dedicati a “Lost” sono stati, negli anni precedenti, tra i più frequentati, si è tenuta ieri la convention commemorativa intitolata “Entertainment Weekly Presents… Totally ‘Lost’: One Year Later”, moderata dall’esperto Doc Jensen.
Un’occasione per discutere dello show ad un anno di distanza ma, soprattutto, per attendersi qualche sorpresa. Come è accaduto, dal momento che tra il pubblico si sono palesati i due autori della serie, Carlton Cuse (travestito da soldato) e Damon Lindelof (con una tuta della Dharma Initiative), che hanno inscenato una lite basata su una scena mai trasmessa della serie risalente alla prima stagione.
Tutto è “iniziato” con una serie di repliche che i due autori si sono mandati tramite Twitter: Cuse aveva sognato Nikki e Paulo (personaggi minori dello show) che gli dicevano “Non importa, non farlo”. Il riferimento era alla pubblicazione di un video in cui viene dimostrato che i due hanno sempre saputo dove andare a parare. Se per Cuse la rivelazione del video non era indispensabile (“Lo show parla da sè”), per Lindelof si trattava di qualcosa di necessario (“Abbiamo sempre saputo come avremmo finito la serie, e possiamo provarlo”). Il risultato? La decisione è stata messa ai voti, ed i fan hanno, ovviamente, chiesto di vedere la scena.
Si tratta di un frammento relativo ad “Exodus”, finale della prima stagione in cui, durante un colloquio tra Jack (Matthew Fox) e Locke (Terry O’ Quinn), nascosti nella giungla si trovano Jacob e l’Uomo in Nero, personaggi allora non ancora presentati. Loro due sono i protagonisti di questa scena, che si rivela una simpatica azione autoironica verso lo show stesso, accusato da molti di aver lasciato molte domande in sospeso, tra cui quella sul vero nome dell’Uomo in Nero che se, stando al copione originale, si sarebbe dovuto chiamare Samuel (ma poi non è mai stato rivelato), ora viene chiamato con un altro nome (che vi lasciamo scoprire).
Per realizzarla, sono tornati in scena Mark Pellegrino e Titus Welliver, mentre Jack Bender (regista anche del finale) ha diretto i pochi secondi, girati negli studi della Disney con le piante usate fino a poco fa per girare “Brothers and sisters”.
Il pubblico ha apprezzato, e ne ha approfittato per fare qualche domanda ai due autori, che hanno risposto e regalato i poster di “Lost” in stile “Star Wars” (foto). Un altro modo per ironizzare su una serie che manca a molti.





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giovedì 26 maggio 2011

Bob Dylan, 70 anni. E Non Per Caso.

AllPosters.it

24 maggio, 2011
di Emiliano Liuzzi

Settant’anni. Un traguardo. Soprattutto se ti chiami Bob Dylan e hai scritto Like a Rolling Stone, All Along The Watchtower, Blowin’ in The Wind, Forever Young, Hurricane. Settant’anni vuol dire almeno tre generazioni. Il vento della sua musica ha soffiato sul vento di continenti, è riuscito ad accomunare milioni di persone con quella forza dirompente che solo la musica e la letteratura riescono a emanare.

Di celebrazioni, in questi giorni, ce ne sono state anche troppe. In fondo è solo un traguardo. Mi sono andato a leggere i giornali in giro per il mondo, la solita nenia. Se volete sapere qualcosa di Bob Dylan fate come feci io a quattordici anni, quando mi comprai la biografia scritta da Anthony Scaduto, lì dentro capirete chi è davvero quel poeta che a vent’anni partì dal Minnesota, Duluth, la provincia gelida di un’America che i fratelli Cohen hanno raccontato in maniera magistrale in Fargo, e arrivò in un ospedale di New York dove il suo idolo, Woody Guthrie, stava per tirare le cuoia e lui fece in tempo a fargli ascoltare solo quei pochi pezzi che aveva già scritto su pezzi di carta.

A New York Robert Allen Zimmerman sarebbe rimasto, e al Greenwich Village – quello degli anni Sessanta, non il quartiere di oggi – sarebbe diventato Bob Dylan.

Mi ero promesso, io che sono dylaniano da quando ero fanciullo, che non avrei mai scritto di Dylan, soprattutto in ricorrenze come queste. Dylan l’ho ascoltato a New York, Londra, Modena e Livorno. Mi è bastato, anche se l’abilità con la quale dal vivo stravolge le canzoni non piace quasi mai. Evito ogni tipo di ipocrisia, e confesso candidamente che forse solo al concerto di New York ho rivissuto la magia trovata nelle pagine del libro di Scaduto: le altre volte l’attesa e l’emozione hanno sempre giocato a mio sfavore.

Non ne avrei scritto, dicevo. Ma è stato un professore di giornalismo della Columbia University a farmi aprire gli occhi. A spiegarmi perché 70 anni, nella musica, sono un traguardo importante.

La lezione di David Hajdu è molto semplice e basata sui numeri, non sulle parole. 70 anni compie Bob Dylan, 70 ne avrebbe compiuti John Lennon lo scorso ottobre. Joan Baez ha festeggiato a gennaio, Paul Simon raggiungerà il traguardo entro la fine dell’anno. Il prossimo anno, il club dei settantenni pop leggendario crescerà fino a includere Paul McCartney, Aretha Franklin, Carole King, Brian Wilson e Lou Reed. Jimi Hendrix e Jerry Garcia sarebbero stati anche loro settantenni nel 2012.

Coincidenza? Niente affatto, secondo Hajdu.

Tutti questi signori hanno compiuto 14 anni intorno al 1955 e il 1956, quando il rock ‘n’ roll per la prima volta eruttò come un vulcano impazzito.

Quattordici è un età formativa per quello che sarà il pop.  A 14 anni si affrontano le tirannie del sesso e l’età adulta, quella che non ti lascia più le briciole sul percorso per trovare il ritorno. A 14 anni lotti per capire che tipo di adulto ti piacerebbe essere.

“Quattordici è una sorta di età magica per lo sviluppo di gusti musicali”, spiega Daniel J. Levitin, professore di psicologia e direttore del Laboratorio di Musica Perception, Cognition and Expertise della McGill University. ”Sono gli ormoni della crescita puberale i maggiori responsabili. E a 14 anni i gusti musicali ti creano un distintivo di identità”.

Il rock ‘n roll e quell’eruzione che ricorda il professor Hajdu hanno un nome e gnognome: Elvis Presley, il re che l’America non ha mai avuto. Lo disse Bob Dylan stesso a Anthony Scaduto: “La prima volta che sentii Elvis fu come fuggire dalla prigione”.

Lo stesso Sir Paul McCartney ha sempre avuto una venerazione per Elvis. Ma non è questo il punto, non è solo il rock ‘n roll. Sono i 14 anni. Non sappiamo se Robert Zimmerman sarebbe mai diventato Bob Dylan se avesse compiuto i suoi 14 anni un decennio prima. Non lo potremo mai sapere. Sappiamo però che quando i Beatles sbarcarono negli Stati Uniti, all’Ed Sullivan Show, avevano 14 anni di età Bruce Springsteen, Stevie Wonder, Gene Simmons e Billy Joel. E forse anche per questo, musicalmente parlando e in modi termini diversi tra loro, sono diventati quello che sono oggi. Forse per sapere chi sarà il genio dei prossimi anni faremmo bene ad andare a spiare negli armadietti dei ragazzi che frequentano la terza media. Probabilmente faremmo bene a spiare i 140 caratteri che i social network impongono come limite per capire i sonetti che segneranno a modo loro un’epoca.

E’ probabile che coloro che saranno celebrati nel 2067 hanno 14 anni oggi, nel 2011.
Da:
http://www.ilfattoquotidiano.it/

domenica 20 marzo 2011

da "Ondarock"

Horror rock - La musica delle tenebre

di Luigi Milani
Autori: Eduardo Vitolo e Alessio Lazzati
Titolo: Horror Rock
Editore: Arcana Edizioni
Pagine: 460
Prezzo: 24 euro


Eduardo Vitolo e Alessio Lazzati firmano un libro che è riduttivo definire saggio. "Horror Rock" (Arcana Edizioni, 2010) può infatti essere considerato la "summa suprema" di un genere che nel corso degli anni ha assunto connotati sempre più universali. Dagli originari ambiti letterari, cinematografici e fumettistici è infatti presto tracimato nel rock, forma artistica ed espressiva per sua stessa natura adatta a veicolare determinati contenuti e suggestioni.
Organizzata nella forma del reportage, l'opera affronta i vari ambiti nei quali si declina l'horror rock; gli artisti e le band citati, anzi raccontati con grande dovizia di particolari, sono numerosissimi. Non possono mancare ovviamente all'appello i Black Sabbath, con e senza quel simpatico, furbo pazzoide di Ozzy Osbourne, né titani del calibro dei Led Zeppelin, che specialmente agli inizi si richiamavano ad atmosfere oscure e inquietanti.

Ma la carrellata di "artisti horror" è davvero sterminata, in grado di mettere alla prova anche il fan più appassionato e competente: compaiono, tra gli altri, nomi quali Serial Killers, Sepultura, Keith Emerson, gli inevitabili Rolling Stones, ai quali, come si ricorderà, stava decisamente simpatica una certa divinità cornuta, Quorthon, Trent Reznor, Rage Against the Machine.
Molto interessante la parte dedicata all'horror punk, che, sia pur ancora legato, almeno agli inizi, all'heavy metal, anticipa le atmosfere che saranno proprie del goth-rock. È il turno dei Damned di Dave Vanian e dei Misfits di Glenn Danzig, che in seguito influenzeranno nomi come Slayer, AFI e naturalmente Marilyn Manson. È proprio a Manson - artista tra i più discussi degli ultimi anni - che il saggio riserva un'attenta disamina. Prescindendo dalla dimensione spettacolare del personaggio, ne analizza a fondo il reale valore artistico-musicale. Ciò che ne emerge - al di là delle varie incarnazioni più o meno provocatorie -  è il ritratto di un abile professionista dello show-biz.
Tra le curiosità, non manca una sfiziosa intervista a uno dei personaggi più bizzarri del metal italiano "cristiano", quel Fratello Metallo che dichiara di ispirarsi alle nomi storici come Metallica e Megadeth.

Il ponderoso volume - quasi 500 pagine - non tralascia di affrontare temi anche scomodi, come l'influsso, reale o presunto, dell'horror nel mondo reale, le censure, le distorsioni e le forzature interpretative, le critiche ingrate, ma anche gli episodi, quelli sì, reali che tingono spesso di nero la quotidianità.
Colpisce l'approccio filologico adoperato dalla coppia di autori, che li ha condotti a passare al setaccio riviste e fanzine d'annata, testi e copertine di dischi spesso introvabili, rinvenendo così una messe di informazioni e notizie tanto interessante quanto sterminata.
A differenza di testi analoghi, il saggio ha inoltre il pregio di cogliere ed evidenziare con completezza le vaste, talora inaspettate, contaminazioni esistenti tra l'ambito letterario tout court e quello musicale. Non a caso vengono evocati veri e propri numi tutelari quali H.P. Lovecraft ed Edgar Allan Poe, così come troviamo citato il nome di un giornalista e scrittore che ha spesso prestato la sua opera a certo rock, Danilo Arona. Né è un caso che la prefazione sia firmata da Alan D. Altieri, che di horror e musica "demoniaca" ne mastica da anni...

Del resto, credo possa ben essere questa la cifra interpretativa di un universo espressivo tanto sconfinato: la sua innata trasversalità, che lo porta a ricomprendere generi, sottogeneri e linguaggi all'apparenza dissonanti, ma in realtà accomunati da motivi e ispirazioni che ormai sono patrimonio comune della cultura moderna.
Un plauso dunque agli autori di questa lunga cavalcata nel versante più oscuro della musica moderna.

Da: Ondarock.it

martedì 8 marzo 2011

Patti Smith

La sacerdotessa della new wave

di Claudio Fabretti


Con la sua voce, dolente e febbrile, ha segnato la storia del rock.
 E ha ancora tanta "energia positiva" da regalare ai fan.
Viaggio nel mito di Patti Smith, sacerdotessa "maudit" del rock




Con la sua voce, rabbiosa, febbrile, dolente, Patti Smith ha incarnato una delle figure femminili più dirompenti della storia del rock. I suoi primi lavori, con la mente proiettata nella avanguardie free-form e nelle improvvisazoni jazz e i piedi ben piantati in un primitivismo rock'n'roll, hanno gettato le basi per la nascente new wave. E la sua figura, a metà tra una oscura sacerdotessa e una pasionaria politica, è emersa come una delle più carismatiche del rock al femminile (e non solo). "Non ho mai pensato di essere una politica - dice - ma ho sempre voluto comunicare qualcosa. Sono americana e amo i principi su cui si fonda il mio Paese. Abbiamo la libertà, ma sento di avere una grande responsabilità per questo verso il resto del mondo". Non era lei, d'altronde, a cantare "Sono un'artista americana e non ho colpe"? E sulla sua parabola artistico-politica, ha recentemente osservato: "Ho avuto il privilegio di crescere in un periodo di rivoluzione culturale. E la musica ne è stata una componente. Forse non sono stata altro che una pedina, ma sono contenta, comunque, di aver contribuito a cambiare qualcosa".

Patti Smith è sempre stata pervasa dallo spirito dei grandi maudit del rock, da Jim Morrison a Lou Reed, da Janis Joplin a Bob Dylan . Quasi surreale il primo incontro con quest'ultimo, in camerino, dopo un concerto all'Other End. "Ci sono poeti da queste parti?", chiede Dylan. "Non mi piace più la poesia, la poesia fa schifo", lo gela la Smith. Ma il giorno dopo la copertina del "Village Voice" li ritrae abbracciati. E da quel giorno Patti trova in Dylan un amico, oltre che un maestro. Oggi l'esile e ossuta cantautrice americana porta addosso i segni di una vita turbolenta. I suoi capelli corvini si sono imbiancati e incorniciano un viso sempre più spigoloso e vivo, ma meno spiritato di un tempo. Come se i due figli e il dolore per la perdita del marito Fred "Sonic" Smith e del miglior amico, il fotografo Robert Mapplethorpe, avessero lenito il suo fervore allucinato. Quel fervore che segnò il suo esordio nelle cantine di New York dove Patricia Lee Smith, originaria di Chicago ma cresciuta a Pitman (New Jersey), approdò nel 1967.

Era già ragazza madre e scriveva poesie. Viveva anche con cinque dollari al giorno, dormendo in metropolitana o sulle scale esterne degli edifici. Per anni si barcamenò come commessa in un negozio di libri, critica di una rivista musicale, drammaturga. Quindi riuscì a entrare nel giro dell'intellighenzia newyorkese, da Andy Warhol a Sam Shepard, da Lou Reed a Bob Dylan. "Da bambina - racconta - non pensavo di diventare una rockstar. Sognavo di essere una cantante d'opera. Piangevo ascoltando Maria Callas e volevo diventare come le. Ma ero troppo magra...". Eppure la malia del rock l'aveva già presa quando, ragazzina, ebbe la sua prima eccitazione sessuale vedendo uno show dei Rolling Stones.



La Grande Mela la stregherà per sempre, tanto da indurla a tornarvi di recente, dopo la lunga parentesi di Detroit seguita al ritiro dalle scene nel 1980. "New York mi affascina. Con me è sempre stata amichevole. Ho dormito nei parchi, nelle strade, e nessuno mi ha mai fatto del male. Vivere lì è come stare in una grande comunità". E a New York Patti Smith fa la sua prima apparizione in pubblico nel 1969 (nei panni di un uomo) nella commedia "Femme fatale". Poi, scrive testi per i Blue Oyster Cult del suo compagno Allen Lanier, ha una relazione con Tom Verlaine dei Television di cui si invaghisce follemente (il rapporto "a tre" con Lanier e Verlaine sarà descritto nel 1979 nel brano "We Three") e compone le musiche per le proprie recitazioni libere, una tradizione di New York che in lei trova un'interprete suggestiva, sostenuta dalle chitarre inquietanti di Lanny Kaye. Ed è nei templi underground newyorkesi, come Cbgb's e Other End, che Patti Smith spopola insieme ai futuri compagni di strada: Television, Talking Heads, Ramones, Blondie. Il suo primo singolo, "Hey Joe/ Piss factory", segna l'anno zero della new wave americana. Sarà Lou Reed in persona a metterla in contatto con Clive Davis, presidente dell'Arista, che diventerà la sua etichetta storica.

Agli albori del punk arriva così il primo album Horses (prodotto da John Cale) che le vale subito un'enorme fama nel circuito underground americano. E' il disco che porta nella storia del rock un nuovo linguaggio musicale: una sorta di commistione tra recitazione "free form" e musica, in cui il testo diventa il punto di partenza, ma mai un limite; anzi, è spesso il veicolo che permette ai brani di espandersi e dilatarsi costantemente. Apre "Gloria", cover dei Them di Van Morrison. Una poesia inedita viene incastonata nell’originale blues. La voce è bella e potente, ma al massimo ringhia. Il credo cristiano trova nella Smith una dissacrante interprete: "Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, non per i miei" e "I miei peccati sono solo miei: mi appartengono". "Redondo Beach" è invece un testo malinconico (si narra il suicidio di una ragazza), su un ritmo reggae, con il Group che si produce in delicati coretti. I nove minuti di "Birdland" scoprono le carte. Il testo viene improvvisato in studio sulla base di un racconto di Peter Reich: il bambino vede a bordo di una astronave il padre morto da tempo, e piange a lungo implorando di essere portato con via, ma non gli resta che coricarsi sull’erba. Canta solo la Smith, la chitarra solista resta rispettosamente da parte. "Free Money", frenetico boogie sul rapporto tra amore e denaro, è un'altra cavalcata sfibrante, con Kaye che macina chilometri di rock’n’roll, e la Smith che, con il suo canto febbrile e gutturale, non fa altro che confermarsi una delle migliori interpreti rock di sempre. "Kimberly" è una ballata tipicamente new wave, condita di ghignetti vari e frasi d'organo, con echi sparsi dei Velvet Underground . In "Break It Up" c’è e si sente ululare la chitarra di Tom Verlaine. Da apprezzare, sullo sfondo, il lavoro di Sohl. "Land" è ulteriormente divisa in tre: "Horses", un crescendo isterico per voce e sezione ritmica, "Land Of Thousand Ballads", puro rock sognante, e "La mer(de)" continuazione sussurrata a tratti. Per altri nove minuti un certo Johnny, preso in prestito da William Burroughs, viene prima ucciso brutalmente, poi vive strane avventure. In "Elegie" compare anche Allen Lanier alla chitarra, che importa un certo clima solenne e melodico.

Disco d'intensità sconvolgente, Horses è il meno elettrico dei lavori di Smith negli anni 70, ma anche il più convulso, originale e punk, nonché il più "avanti" per attitudine. Tra gli altri meriti, avrà anche quello di folgorare sulla strada del rock Michael Stipe, futuro leader degli Rem : "Avevo delle schifose cuffiette graffianti dei miei genitori e un cesto di ciliegie davanti a me. Rimasi tutta la notte ad ascoltarlo. Era come la prima volta che uno si tuffa nell'Oceano e viene travolto da un'onda. Mi fece a pezzi. Capii da allora che volevo diventare un cantante e devo molto a Patti anche come performer". Già, perché dal palco Patti Smith è sempre riuscita a magnetizzare il pubblico. "È capace di generare più intensità con un solo movimento della mano di quella che la maggior parte degli artisti rock saprebbero produrre nel corso di un intero concerto", scrisse Charles Shaar Murray su "New Musical Express". "Le sue performance sono una battaglia cosmica tra demoni e angeli", aggiunse John Rockwell sul "New York Times". Un altro critico le paragonò alle doglie e al parto.



I riferimenti prediletti della Smith sono i cantici di Allen Ginsberg, la recitazione jazz di Jack Kerouac, le liriche di Williams Burroughs. Ma il suo vero maestro maudit è Arthur Rimbaud, "il primo poeta punk". A lui è dedicato il secondo album, il vibrante Radio Ethiopia, perché l'Etiopia fu la seconda patria di Rimbaud. Se Horses era il suo disco più ruvido e dirompente, Radio Ethiopia è forse quello che amalgama al meglio le sue due anime, quella "punk", feroce e straziata, e quella più cupa e "solenne", che trova espressione in ballate d'intensità quasi liturgica. Due anime che spesso si rincorrono e si uniscono anche all'interno di uno stesso brano.
La chitarra di Lanny Kaye e la voce gutturale e lancinante della Smith marchiano a fuoco "Ask The Angels", un'ode (post?)punk che lascerà più di un'impronta su moltitudini di future new wave band. Il brano dimostra anche come, adifferenza di molti suoi discepoli, Patti sappia anche irretire l'ascoltatore con ritornelli contagiosi e immortali. "Redondo Beach", poi, si butta su sonorità quasi reggae. Quando Smith pigia sull'acceleratore, però, nascono boogie indiavolati, come "Pumping My Heart", o sarabande allucinate, dense di umori psichedelici, come la title track, immersa in un nugolo di distorsioni. Il genere di cantilena free-form lanciato nell'album d'esordio torna soprattutto nella cupa e struggente "Ain't It Strange", intonata in quel suo registro dannatamente oscuro e seducente, o nella più quieta e composta "Distant Fingers". Il climax "mistico" del disco, comunque, sono i quasi cinque minuti di "Pissing In A River": a dispetto del titolo, è un'elegia cupa e solenne, che si snoda su una bella apertura melodica, prima che entrino minacciosi e i cori e gli assoli di Kaye a sfregiarne i contorni.

La ballata "Because The Night" (scritta insieme a Bruce Springsteen ) è il singolo-trainante di Easter (1978), terzo centro consecutivo per la cantautrice di Chicago. Nonostante Patti l'abbia in seguito quasi rinnegata come "commerciale" (secondo i maligni, a causa del fatto che veniva identificato quasi solo come un brano di Sprigsteen), è invece una canzone possente e magnetica, che unisce al meglio vena melodica e fervore rock. Altra ballata commovente del disco è la mesmerica "Ghost Dance", incentrata sul dramma e sulla "resurrezione" dei nativi american: "We shall live again", canta la Smith su uno sfondo sonoro onirico e straniante. La produzione di Jimmy Jovine (in seguito al fianco dello stesso Springsteen e di Tom Petty) contribuisce a smussare alcune asprezze del suo sound, rendendolo più "musicale" e comunicativo, anche se, inevitabilmente, meno selvaggio. Esempio di questo nuovo corso sono due pezzi di quasi hard-rock classico, come "Till Victory" e "Space Monkey". Ma il tipico rock'n'roll anfetaminico della Smith torna a trionfare nella impetuosa cavalcata chitarristica di "Rock 'n' Roll Nigger". All'interno del disco, spiccano la foto di una bandiera americana (che desterà polemiche) e l'immagine da bambino di Arthur Rimbaud, eterno ispiratore dell'arte di Patti. Easter ha il solo torto di essere stato preceduto da altri due capolavori come Horses e Radio Ethiopia, giacché possiede intatte le stimmate di un talento fuori dal comune. Se qualche critico comincerà a storcere il naso, il pubblico, invece, tributerà un enorme consenso all'album, consacrando definitivamente la Smith come rockstar e non più (solo) autrice di culto.

Il trionfo viene bissato solo in parte un anno dopo con Wave, album leggermente inferiore, ma pur sempre forte della psichedelica "Dancing Barefoot" (ripresa anche dagli U2) e dell'intensa ballata di "Frederick", dedicata a Fred "Sonic", il marito della Smith, che morirà non molto tempo dopo. Suggestiva anche la cover al cardiopalmo di "So You Want To Be (A Rock 'n' Roll Star)" dei Byrds. In fase di produzione, l'album si avvale di un'altra vecchia volpe degli studios, il geniale cantautore Todd Rundgren.

Lo stile di Patti Smith ha segnato un solco profondo nella storia del rock. I suoi ululati da belva in gabbia, i suoi acuti dirompenti, i suoi lamenti da moribonda in preda agli ultimi spasmi hanno affondato definitivamente la tradizione del "bel canto", dei voli epici di una Grace Slick , aprendo la strada a una nuova interpretazione, ruvidamente "punk" del ruolo di cantante. Ma è proprio questa la sua forza, la forza di una sciamana selvaggia che riesce a elevare le parole oltre il linguaggio, grazie al potere visionario della musica. Il suo messaggio, in realtà, è stato spesso confuso. Ha dichiarato che i suoi tre poeti americani preferiti erano Jim Carroll, Bernadette Mayer e Mohammed Alì. Ha proclamato migliori performer di tutti i tempi Mick Jagger, Cristo e Hitler, per la loro capacità di trascinare le masse. Ha cercato conforto nel Cristianesimo post-Concilio Vaticano II (Papa Luciani, il suo preferito, appariva all'interno di Wave) e nel Buddhismo. Ha predicato a lungo il rock come "forma di comunicazione delle anime". E ha lanciato inni populisti, un po' demagogici, ma pur sempre efficaci, come "People Have The Power", l'hit-single estratto dal modesto Dream Of Life, con cui tornò sulle scene nel 1988.

Oggi Patti Smith prega per il Dalai Lama (all'invasione cinese in Tibet ha dedicato "1959", nel suo penultimo album Peace And Noise). Dice che la "crocefissione di Bill Clinton" per il caso Lewinski è stata la crocefissione della sua generazione, quella della liberazione sessuale. E ha scelto una filosofia positiva: "Da bambina ero così debole e malata che non pensavo di riuscire a vivere a lungo. Oggi la mia vita è buona, malgrado i dolori che ho dovuto superare. È stata una gran vita e sono ancora qui!".



La sua produzione degli anni Novanta, tuttavia, non ha più alcun legame con i suoi grandi capolavori del passato. E se Dream Of Life provava almeno con una ballata come "Paths That Cross" a risvegliare i fantasmi del passato, i successivi album sono stati quasi uniformemente all'insegna di un mesto declino, aggravato dalla pervicacia nel voler ripetere in eterno lo stesso canovaccio. Gone Again (1996) prova ancora a imbroccare una ballata doc con "My Madrigal", riuscendovi solo in parte, mentre quando sceglie le corde dell'hard-rock (la title track o "Summer Cannibals") affoga in una banalità imbarazzante. Quello che stupisce, semmai, è la rinnovata forma di Patti Smith come interprete, testimoniata anche da alcune sue brillanti performance dal vivo. Oltre alla già citata e convincente "1959" (che riesce a strappare anche una nomination ai Grammy), però, non resta molto da salvare neanche sul successivo Peace And Noise (1997): il tono elegiaco, accentuato dalla predilezione per le ballate pianistiche, non è più supportato dalla vena poetica degli anni d'oro, la scrittura è piatta e scialba, e gli oltre dieci minuti di "Memento Mori" sono una minaccia quasi più dello stesso titolo.

Nonostante i flop dei suoi ultimi dischi, Patti Smith non demorde e torna di prepotenza nel 2000 al grido di Gung Ho. "È una espressione cinese, che indica proprio la voglia di continuare a combattere con entusiasmo. È lo spirito dell'album: voglio chiudere questo secolo e affrontare il nuovo con un'energia positiva". Ma "Ho" è anche un omaggio a Ho Chi Minh; mentre il ricordo del padre, Grant Smith, è affidato alla foto di copertina, che lo ritrae soldato durante la Seconda guerra mondiale. "Gung Ho" viaggia nel solco di un rock classico. E vibra, a tratti, di echi degli anni d'oro, grazie anche alle chitarre virtuose di Tom Verlaine (ex-leader dei Television) e Lenny Kaye (colonna storica del Patti Smith Group). "One Voice" (in memoria di Madre Teresa), la struggente "China Bird" e "Glitter In Their eyes" (con Michael Stipe al controcanto) i pezzi più suggestivi di un disco che comunque non resterà certo tra i lasciti più memorabili della poetessa del rock.

Arrivata alla veneranda età di 56 anni, Patti Smith pubblica anche la sua prima raccolta di successi, una antologia di tracce, inediti, classici del suo repertorio, demo, pezzi live e altre rarità, ribattezzata Land - 1975-2002 . Un’opera ad ampio respiro, che raccoglie brani ormai leggendari del repertorio della "sacerdotessa del rock", da "Gloria" a "Ghost Dance", da "Pissing in a river" a "Dancing Barefoot", da "Ask the angels" a "Because the night", per approdare fino ai successi più recenti: "People have the power", "1959" e "Glitter In Their Eyes". Chiude il primo cd l'inedita cover di "When Doves Cry" di Prince.

La pasionaria di Chicago, però, è testarda e non vuole proprio fare i conti con l'età e con la fine di un'epoca, di cui è stata indubbia protagonista. Le undici tracce di Trampin' (2004), debutto per la nuova etichetta Sony/Columbia, scorrono via senza lasciare segni, come un'innocua selezione di Adult Oriented Rock trasmessa da una qualsiasi stazione Fm americana. Il fido chitarrista Lenny Kaye e il batterista Jay Dee Daugherty, più Tony Shanahan al basso e alle tastiere e Oliver Ray sempre alla chitarra, formano senz'altro una line-up di qualità, cui si aggiunge un accurato lavoro in sala di registrazione. Musica ben suonata e ben prodotta, dunque. Ma senza sussulti. I momenti più godibili sono forse quelli in cui la signora Smith tenta di rinverdire le radici più pure del rock seventies: l'iniziale "Jubilee", anthem politico in cui la celebrazione del Giubileo diventa sinonimo di ricordo e protesta al contempo, la ballatona di "Mother Rose", rievocazione dell'adolescenza al suono di un nostalgico hammond, il country ombroso di "My Blakean Year", il quasi hard-rock di "Stride Of The Mind", con un riff ossessivo di zeppeliniana memoria che s'insinua tra farfisa e armonica. E a voler essere un po' sentimentali ci si può anche lasciar emozionare dal duetto di Patti con la figlia Jesse Paris Smith, che l'accompagna al pianoforte nella title track "Trampin'", un sommesso spiritual reso famoso dalla contralto americana Marian Anderson.

Ma troppe ballate folk ("Peaceable Kingdom", "Cartwheels", "Trespasses") rischiano di appesantire le palpebre dell'ascoltatore, troppe parti spoken sfociano in logorrea (l'ode accorata di "Gandhi") o affogano nel mare della retorica (i 12 minuti di "Radio Baghdad"). Ascoltando Trampin', sembra quasi di vedere un'ex sibilla che ipnotizzava le folle con le sue profezie in trance voler tentare di riproporre l'esperimento quando la trance è finita e tutti sono andati via.

Il 12 marzo 2007 Patti Smith è stata annoverata tra le celebrità della Rock and Roll Hall of Fame, mentre nel mese successivo ha pubblicato il nuovo album di cover, dal titolo Twelve, in cui si è riappropriata di 12 leggendarie canzoni tratte da repertori di mostri sacri quali Jimi Hendrix, Nirvana, Rolling Stones, Jefferson Airplane, Bob Dylan, Neil Young e Stevie Wonder. Si tratta comunque di un episodio trascurabile nella sua discografia, che soffre ormai da diversi anni la mancanza di un nuovo gioiello.

Nel 2008 Patti Smith torna a far parlare di sé in veste di "lettrice" dei propri versi. Merito di The Coral Sea, sensibile requiem postumo per l'amico, Robert Mapplethorpe. Straziante opera di rimpianto e nostalgia, nel solco della grande poesia americana post-beat generation, questo lungo poema scritto dalla Smith è diventato nel 2005 una performance, rappresentata dalla cantautrice americana assieme a Kevin Shields dei My Bloody Valentine, che ha musicato con chitarra e tastiere la lettura del testo. Il doppio cd raccoglie queste performance in due edizioni, la prima del 2005 e la seconda l’anno successivo, alla Queen Elizabeth Hall di Londra, ottenendo cinque stelle dal prestigioso critico del "The Guardian", che definì le esibizioni dei due "magical".
The Coral Sea descrive gli ultimi giorni di sofferenza della malattia di Mapplethorpe con visioni, urla, confessioni, riflessioni escatologiche recitate, rivissute sopra oceani di layer sonori con i quali vengono raggiunti singolari climax emotivi sui quali la voce sembra navigare a vela, in simbiosi con venti e marosi.

Contributi di Massimo Marchini ("The Coral Sea")

Da: Ondarock.it