E poi dicono gli Italiani...
Come ho già scritto Qui, la produzione in evidente economia di "Suits": si gira a Toronto, ma, in teoria, siamo a New York; il cast di sconosciuti, non emergenti ma affondanti, dato il livello medio dell'età; assenza di location esterne; regia e produzione condivise con due dei suddetti perfetti sconosciuti, ecc., ecc. Tenendo sempre presente il fattore ristrettezze, passiamo ad una delle più bieche forme di nepotismo seriale mai viste.
Ho già detto che Donna e Harvey sono vecchi compari, e credevo che lui avesse timidamente - dati i non eccelsi trascorsi professionali dell'amica (l'imperdibile comparsata in "Bones" in cui non ha dovuto neanche cambiare trucco e pettinatura per impersonare la volgare e grottesca rappresentante dell'agenzia immobiliare) - proposto il di lei nome, ma no! Leggo su www.serialcrush.com che Harvey l'avrebbe imposta, e che, addirittura, il suo personaggio non era neanche previsto! E, poiché, le ciofeche sono come le ciliegie, Donna si è portata dietro anche l'Olivier nero, Jeff Malone, lo stallone di GiAssica. Anche lui suo carISSIMO amico e compagnuccio di scuola.
Del padre di Gabriel Macht-Harvey ho già parlato. Speriamo che la ruffianata sia chiusa qui.
Avevo dimenticato la fidanzata di Mike, Troian Bellisario, che interpreta un suo remoto flirt (e alla quale spero non venga mai in mente di fare una capatina in Italia con quel nome!), nonché la moglie di Macht, Jacinda, che ha interpretato una quasi-storia del suddetto. Aaaah, e il fratello minore di Macht, noto musicista (ehm) va a farsi un po' di pubblicità gratis sul set.
Ora, il nepotismo è odioso ad ogni latitudine, ma, a volte, soprattutto quando si ha necessariamente il braccino corto, può e deve (o dovrebbe avere) un suo perché... Esempio. Fra i pochi attori conosciuti, Eric Roberts, che ha interpretato il ruolo di un arrogante e spregiudicato miliardario nemico giurato di Harvey.
Ora, se il fratello sfigato avesse convinto la ben più famosa sorella Julia (in calo da anni) a fare un'opera buona e a partecipare ad un paio di episodi al minimo sindacale, il tutto avrebbe avuto un senso, ma qui siamo nel delirio. Sconosciuti sfigati che assoldano disinvoltamente, parenti, fidanzati, amici, compagni di scuola ancòra più disperati di loro.... E i fan trepidanti che si chiedono se i quarantacinquenni del cuore infine si sposeranno ... Ma dico, dopo aver imposto la comare nel serial, addirittura creando un personaggio ad hoc, vogliamo credere nel ribaltone finale di una banalissima quanto del tutto inverosimile love story già scritta? E' che gli sfUnZ amano soffrire stringendosi l'uno all'altro per inventarsi un goccio di adrenalina.
Chicca finale: uno dei motivi del contendere tra il miliardario cattivo (Eric Roberts) e Harvey è una Aston Martin del '63 che Harvey ha soffiato al riccone.
Tanto per dare l'idea del lusso sfrenato al cartongesso.
Tipico della cialtronaggine della produzione: in una movimentata serata per la storia della serie, Harvey ritorna al galoppo allo studio cavalcando l'Aston Martin. Lo fanno credere, se ne è appena parlato! In realtà, viene inquadrata la nuca di Harvey, la chioma laccatissima di Harvey, il braccio di Harvey, il tutto a 25 cm dal suolo (per gli Americani, se un'auto non è una casa-mobile su 4 ruote deve essere necessariamente una scomodissima ma lussuosa e lussuriosa auto europea!), ma dell'Aston Martin manco un cartonato!
A presto con il post su Donna.
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giovedì 22 settembre 2016
lunedì 19 settembre 2016
Suits: Ode a GiAssica e alla sue Cavalcate per lo Studio
GiAssica (Jessica Pearson), ovvero Gina Torres, lascia temporaneamente (che ve lo dico a fare?) "Suits" a metà della sesta stagione. Incolmabile vuoto, luttuosa perdita. Come ho già avuto occasione di dire, trattasi di una serie a tratti piacevole, se non fosse costellata di occasioni mancate e di furbate. Una delle furbate è quella di essere una serie a basso budget che viene girata a Toronto fingendo di essere a New York, e che, per gettare fumo negli occhi, patina anche le suole delle scarpe dei protagonisti, protagonisti sconosciuti ai più, e, che, al massimo, hanno partecipato come comparse parlanti a serie chiuse dopo una stagione, o a lontane serie giovanilistiche, o a .... Xena- Principessa Guerriera ed Hercules come la nostra inestimabile quasi cinquantenne Gina Torres. Vabbé, il passato non conta. Ci sono attori, tutta la vita nell'ombra, che sono esplosi artisticamente da attempati. No, non è questo il caso. Nel senso che Gina Torres non è esplosa. Dovrebbe interpretare il socio fondatore e dirigente di uno degli studi legali più prestigiosi di New York. Una donna tosta, acuta, energica, che ha sacrificato la propria vita privata al lavoro, e che, oltre a dirigere lo studio con polso fermissimo, dovrebbe difenderne l'etica, oltre che i profitti, e l'armonia interna. Ma quando? Per cinque lunghissime stagioni, non la si vede mai con una fagottata di scartoffie sul tavolo, mai in un tribunale, mai scarmigliata, in pullover nero e ballerine, che fa nottata sulle carte di una transazione finanziaria, mai che si faccia un mazzo così per intervenire dove gli altri dello studio falliscono. Lei sfila e sculetta battendo ritmicamente il tacco 12, accompagnata o scortata dal pupillo-lecchino Harvey, con il quale intrattiene interessanti dialoghi sullo stato degli affari riflettendosi nelle interminabili e claustrofobiche vetrate degli uffici. Harvey si controlla la cravatta, lei se il didietro è strizzato a sufficienza negli improbabili "abitini" da avvocato e capo di uno studio. E fin qui, non è colpa sua: la disegnano così! Voglio dire, gli sceneggiatori non si sono sprecati affatto nel delineare il suo personaggio, nel cercare di renderlo verosimile. Oltre ad essere chiaramente lavativa, è arrogante e cafona q.b. - il che non è MAI sinonimo di "carattere" - ingiusta, parziale, doppiopesista, doppiogiochista, radicalmente ipocrita e sostanzialmente inutile. Più che agevolare l'armonia tra soci ed associati, passa il tempo a sfilare vestita come una escort o, forse, come una maitresse - data l'età - facendo ticchettanti blitz nello studio (rigorosamente privo di libri, fascicoli, cartelle, ecc) dell'uno e dell'altro per coccolarsi il suo bambino virtuale o tirargli teneramente le orecchie, e disprezzare, manipolare, per*ulare il socio più produttivo dello studio ma sfigato, senza mancare di dardeggiare occhiate contro tutto il materiale umano che le fa schifo. Oppure, convoca l'imputato di turno, spaparanzata sul divano in pelle umana, bicchiere in mano (guai a fumare una sigaretta, ma la cirrosi, la pancreatite e il cancro al fegato vanno benissimo!), il vestitino tirato sulle cosciazze, tutta spalla o schiena nuda, fra drappeggi e volant. Credibilissima. In cinque stagioni, si è infilata sì e no un paio di volte in un tailleurino femminile ma decente. E qui incominciano le sue responsabilità, perché persino nella catena di montaggio delle serie televisive, un'attrice protagonista può e deve pretendere di non ridicolizzare il proprio personaggio. Una attrice - se è brava - può risollevare le sorti persino di un personaggio pessimo, senza sfumature, spessore e qualità di scrittura. Ma questa non è manco un'attrice. L'infinita gamma delle sue espressioni:
Da sinistra a destra, dall'alto verso il basso:
1) GiAssica inca**ata.
2) GiAssica preoccupata
3) GiAssica pensierosa
4) GiAssica combattuta interiormente (ehm!)
GiAssica che dirime un caso spinoso indossando le prime quattro robe trovate nell'armadio: il vestitino sfoggiato al matrimonio cafonal della nipote una settimana prima.
Sempre in bianco e rosa (tipici colori da virginale cinquantenne), con plissettature, svolazzi e volant - per restare sul sobrio - in una tipica mattinata di duro lavoro nello studio di Harvey.
p.s.
Non vi allarmate. Quei "cosi" alle sue spalle non sono ponderosi libri di giurisprudenza, ma la collezione di vinili di Harvey.
Ed ecco la nostra GiAssica finalmente in un tailleur tipicamente da udienze o patteggiamenti mattutini. Giulia Bongiorno - mi dicono - ne ha uno uguale.
Da notare l'espressione "nuova" e intensa.
Qui ci ha ripensato. La spalla di fuori è più professionale. Ennesima sfaccettatura espressiva.
Poi, ho pensato: a parte il fatto che la produzione stringe la cinghia e si devono accontentare di una comparsa di Xena, non è che siamo, invece, nel politicamente corretto, nella quota minoranze etniche? Il dubbio si rafforza quando si affaccia il manzone afro, in vestiti translucidi e pagnottoni dei bicipiti che spaccano le cuciture sprizzando giurisprudenza da tutti i pori. Naturalmente, è giunta l'ora dell'accoppiamento di GiAssica. Non vi dico l'eletrizzante empatia che trasmettono con la loro intensa storia d'amore. Le espressioni di GiAssica scatenano un vortice di emozioni. Le dinamiche sono in misto del trattamento riservato al socio coccodizia e allo sfigato, più occasionali seratine. Manca la cravatta appesa alla maniglia, ma hanno provveduto con una finezza... Un paio di dvd che segnalano maliziosamente l'imminente accoppiamento.
Ma se fossimo in piena quota minoranze, perché non prendere, allora - un nome a caso - Jennifer Beals? Le mangia in testa a GiAssica. Più grande di qualche anno, sembra la sorellina minore di GiAssica e Donna, è molto più bella, molto meno spianata e stirata, molto più brava, molto più affascinante. l'ho appena rivista in Lie to Me, guarda il caso nei panni di un procuratore legale ed era splendida.
Dai, su, una raspatina al capello, e il cambio non è neanche da discutere. Ma è bravina, e la novità sconvolgerebbe il set.
Intanto, anche se durerà troppo poco, mi godo la dipartita della cavallona su tacco 12 e zero tituli....
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Da sinistra a destra, dall'alto verso il basso:
1) GiAssica inca**ata.
2) GiAssica preoccupata
3) GiAssica pensierosa
4) GiAssica combattuta interiormente (ehm!)
GiAssica che dirime un caso spinoso indossando le prime quattro robe trovate nell'armadio: il vestitino sfoggiato al matrimonio cafonal della nipote una settimana prima.
Sempre in bianco e rosa (tipici colori da virginale cinquantenne), con plissettature, svolazzi e volant - per restare sul sobrio - in una tipica mattinata di duro lavoro nello studio di Harvey.
p.s.
Non vi allarmate. Quei "cosi" alle sue spalle non sono ponderosi libri di giurisprudenza, ma la collezione di vinili di Harvey.
Ed ecco la nostra GiAssica finalmente in un tailleur tipicamente da udienze o patteggiamenti mattutini. Giulia Bongiorno - mi dicono - ne ha uno uguale.
Da notare l'espressione "nuova" e intensa.
Qui ci ha ripensato. La spalla di fuori è più professionale. Ennesima sfaccettatura espressiva.
Poi, ho pensato: a parte il fatto che la produzione stringe la cinghia e si devono accontentare di una comparsa di Xena, non è che siamo, invece, nel politicamente corretto, nella quota minoranze etniche? Il dubbio si rafforza quando si affaccia il manzone afro, in vestiti translucidi e pagnottoni dei bicipiti che spaccano le cuciture sprizzando giurisprudenza da tutti i pori. Naturalmente, è giunta l'ora dell'accoppiamento di GiAssica. Non vi dico l'eletrizzante empatia che trasmettono con la loro intensa storia d'amore. Le espressioni di GiAssica scatenano un vortice di emozioni. Le dinamiche sono in misto del trattamento riservato al socio coccodizia e allo sfigato, più occasionali seratine. Manca la cravatta appesa alla maniglia, ma hanno provveduto con una finezza... Un paio di dvd che segnalano maliziosamente l'imminente accoppiamento.
Ma se fossimo in piena quota minoranze, perché non prendere, allora - un nome a caso - Jennifer Beals? Le mangia in testa a GiAssica. Più grande di qualche anno, sembra la sorellina minore di GiAssica e Donna, è molto più bella, molto meno spianata e stirata, molto più brava, molto più affascinante. l'ho appena rivista in Lie to Me, guarda il caso nei panni di un procuratore legale ed era splendida.
Dai, su, una raspatina al capello, e il cambio non è neanche da discutere. Ma è bravina, e la novità sconvolgerebbe il set.
Intanto, anche se durerà troppo poco, mi godo la dipartita della cavallona su tacco 12 e zero tituli....
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giovedì 15 settembre 2016
Suits: l'Età è un'Opinione....
Pensavo di parlare di "Sherlock", ma, dopo il magnifico e plumbeo tuffo nella mia personale première di "Penny Dreadful", mi ha punto vaghezza di un sano ca**eggio. Dalla ambigua e inquietante Londra ricreata a Dublino di "Penny Dreadful" alla New York inventata a Toronto di "Suits". Doppio salto mortale carpiato... con spanzata. Una toccata e fuga. Non vorrei essere fraintesa: ho incominciato a seguire "Suits" (sempre saltabeccando di stagione in stagione), e se non ci trovassi qualcosa di buono e/o divertente non lo farei. Ma il salto è davvero mortale.
Poche precisazioni:
1) Non sono mai stata fanatica di niente e di nessuno, manco a dodici anni. Il che mi porta ad essere flagellata da chi è portato ad esserlo, ma mi consente una certa libertà di giudizio, e, credo, la possibilità di godermi una serie, un film, un telefilm in tutte le sue sfaccettature.
2) Tollero tutto, ma non la retorica e la stupidità (strettamente legate). Perfino nelle serie televisive.
3) Un piccolo Goya che è in me vede il grottesco anche in una semplice scivolata di gusto.
Ciò detto, e crollando dalle vette di "Penny Dreadful" agli scantinati (patinati) di "Suits" - che approfondirò in un altro momento - giochicchio un po'.
Passiamo da una serie lussuosa (e costosa), con un ottimo cast e una bella scrittura, ad una serie-fai-da-te. Tutto in economia. E si vede. Violata la regola aurea delle tre stagioni che avrebbe potuto salvarla, si avvia verso il destino triste e baro delle serie inutilmente e vacuamente prolisse, strizzate, allungate, sbrodolate. Massimo risultato (economico) con il minimo sforzo (produttivo e di scrittura). Né può contare sul materiale umano, ovvero, gli interpreti. Una mostra canina.
Voglio dire, GiAssica (Jessica, ovvero Gina Torres) l'imperdibile boss dello studio-show room idealmente collocato a New York viene da Xena - Principessa guerriera e Hercules. Per dire. Sfoggia due-espressioni-due da sei stagioni e una non appartiene al suo viso. Il massimo apporto alla serie sono le sue sfilate per gli irreali, infiniti corridoi di un uno studio irreale sculettando ritmicamente (destr-sinistr, sinistre-destr...). Un pezzone di carne su tacco 12 perennemente strizzata in vestitini assassini, che manco una escort a una cena "elegante". Credo sia sulla cinquantina, ma in questa serie in particolare (non è la sola, eh?) l'età, l'effettiva corrispondenza tra età dell'attore e quella del personaggio, e verosimglianza sono proprio opzionali. Con grottesche ricadute. Parliamone.
Le grottesche ricadute sono dovute, in gran parte, all'inutile (per lo spettatore, non per le tasche della produzione) allungamento della serie. E vi spiego perché.
Il "bello e impossibile" di "Suits", Harvey Specter, è Gabriel Macht. Chi è? Diranno i miei piccoli lettori. A saperlo! Un prestante giovanotto di belle speranze, mi son detta, dopo una prima occhiata. E' Nessuno. Ma proprio nessuno. E non è un giovanotto. E' sui quarantacinque. Figlio di un altro nessuno, uno che, per tutta la sua vita professionale, entrava e usciva, mai da protagonista, da episodi di Matlock, Colombo, e affini. (E, naturalmente, giacché il sangue non è acqua, gli hanno regalato una partecipazione anche a "Suits").
In realtà, Gabriel Macht interpreta - fatti due conti - il trentacinquenne, arrembante avvocato, socio del pregiato studiato Pearson, Specter&Litt. Lui di espressioni ne ha almeno tre (e il didietro non conta, nel suo caso), una seria, una seria ed inca**ata, una sorniona. Punto. Per essere completamente onesta, devo precisare che la sua voce e la conseguente interpretazione sono un po' meglio del doppiatore che gli hanno affibbiato, uno che, evidentemente, viene dal doppiaggio di manga e spot. Sui quarantacinque anni è anche la sua segretaria (ho già sulla punta delle dita un post su di lei), tale Donna (Sarah Rafferty). Roscia con una espressione. Ma non è colpa sua. Hanno tolto dieci anni anche a lei. E saranno andati giù di brutto con il botox perché ha il viso spianato come una camicia stirata con vaporella, dagli occhi al labbro superiore compreso è paralizzata (se è colpa di una qualche paresi di cui non ho notizia, chiedo scusa per la gaffe in buona fede). Purtroppo, la gola (da tacchino) è traditrice, così come le ciccette flaccide che si affacciano crudelmente dagli abitini strizzati (avete presente quelle piegoline frollate... ?) e le restituiscono i dieci anni più gli interessi. E non l'aiutano le solite sfilate a tacco battente per i soliti corridoi vestita come una clandestina cubana che ha fatto i soldi. Quando le levano ulteriori dieci anni per un flashback, se la cavano mettendole una frangia da badante rumena sulla fronte (con tutto il rispetto per le badanti rumene). Nè la salva il pedigree (in fondo, famose attrici del nostro teatro interpretavano "Scampolo" a sessant'anni). L'ultima imperdibile interpretazione di cui ho notizia è una comparsata con due battute in un episodio di "Bones", in cui, già sui quaranta, nei panni di una piazzista di case e con la solita còfana roscia cotonata, arricciolata e fissata con la fiamma ossidrica, allunga una bomboletta di lacca a Bones per evitare che una mano di cenere si dissolva. Ma è amica di Macht dai tempi della scuola (?) e, visto l'esempio di papi, mi sa che ha ricevuto la grazia. Intanto, il tempo passa, una stagione segue l'altra, e il povero Macht, color cremisi e sempre più imbolsito, rischia l'ictus con i colletti strizzati dei suoi completini ingessati da "giovanottone rampante".
Chi ha davvero trentacinque anni è Mike, Patrick J. Adams, il non-avvocatino co-protagonista. Naturalmente, sempre fatti i due soliti conticini, è sui venticinque nella serie. E anche a lui, la lunghezza dell'avventura non fa bene. Il faccino da ragazzino alla Frodo si sta intarchiando e la stempiatura avanza. Ed è un peccato, perché, insieme al mio amato Louis, Rick Hoffman (l'unico, vero motivo per seguire "Suits", il riscatto attoriale e di scrittura di "Suits"), ma a grande distanza, è l'unico che sfoggia una relativa padronanza sia del personaggio che della sua espressività.
Poi, non è colpa sua se "lo disegnano così". E, invece di sacrificarlo nella più insulsa relazione di tutti i tempi televisivi con l'insulsa Rachel (Meghan Markle, anche lei venticinquenne di trentacinque anni!), lo avrei visto benissimo in qualche stuzzicante sfida amoroso-giuridica con la sua coetanea Dana Scott (Abigail Spencer), l'unica penalizzata da queste sforbiciate generazionali.
Sì, perché a lei, e a lei soltanto, di fatto, hanno lasciato la sua vera età, e, di conseguenza, se la matematica non è un'opinione e tanto mi dà tanto, dieci anni glieli hanno aggiunti, facendole interpretare una collega di studi del quarantacinquenne Macht dei tempi di Harvard. Più o meno coetanea anche dell'attempata Donna, quindi. Burp!
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Poche precisazioni:
1) Non sono mai stata fanatica di niente e di nessuno, manco a dodici anni. Il che mi porta ad essere flagellata da chi è portato ad esserlo, ma mi consente una certa libertà di giudizio, e, credo, la possibilità di godermi una serie, un film, un telefilm in tutte le sue sfaccettature.
2) Tollero tutto, ma non la retorica e la stupidità (strettamente legate). Perfino nelle serie televisive.
3) Un piccolo Goya che è in me vede il grottesco anche in una semplice scivolata di gusto.
Ciò detto, e crollando dalle vette di "Penny Dreadful" agli scantinati (patinati) di "Suits" - che approfondirò in un altro momento - giochicchio un po'.
Passiamo da una serie lussuosa (e costosa), con un ottimo cast e una bella scrittura, ad una serie-fai-da-te. Tutto in economia. E si vede. Violata la regola aurea delle tre stagioni che avrebbe potuto salvarla, si avvia verso il destino triste e baro delle serie inutilmente e vacuamente prolisse, strizzate, allungate, sbrodolate. Massimo risultato (economico) con il minimo sforzo (produttivo e di scrittura). Né può contare sul materiale umano, ovvero, gli interpreti. Una mostra canina.
Voglio dire, GiAssica (Jessica, ovvero Gina Torres) l'imperdibile boss dello studio-show room idealmente collocato a New York viene da Xena - Principessa guerriera e Hercules. Per dire. Sfoggia due-espressioni-due da sei stagioni e una non appartiene al suo viso. Il massimo apporto alla serie sono le sue sfilate per gli irreali, infiniti corridoi di un uno studio irreale sculettando ritmicamente (destr-sinistr, sinistre-destr...). Un pezzone di carne su tacco 12 perennemente strizzata in vestitini assassini, che manco una escort a una cena "elegante". Credo sia sulla cinquantina, ma in questa serie in particolare (non è la sola, eh?) l'età, l'effettiva corrispondenza tra età dell'attore e quella del personaggio, e verosimglianza sono proprio opzionali. Con grottesche ricadute. Parliamone.
Le grottesche ricadute sono dovute, in gran parte, all'inutile (per lo spettatore, non per le tasche della produzione) allungamento della serie. E vi spiego perché.
Il "bello e impossibile" di "Suits", Harvey Specter, è Gabriel Macht. Chi è? Diranno i miei piccoli lettori. A saperlo! Un prestante giovanotto di belle speranze, mi son detta, dopo una prima occhiata. E' Nessuno. Ma proprio nessuno. E non è un giovanotto. E' sui quarantacinque. Figlio di un altro nessuno, uno che, per tutta la sua vita professionale, entrava e usciva, mai da protagonista, da episodi di Matlock, Colombo, e affini. (E, naturalmente, giacché il sangue non è acqua, gli hanno regalato una partecipazione anche a "Suits").
In realtà, Gabriel Macht interpreta - fatti due conti - il trentacinquenne, arrembante avvocato, socio del pregiato studiato Pearson, Specter&Litt. Lui di espressioni ne ha almeno tre (e il didietro non conta, nel suo caso), una seria, una seria ed inca**ata, una sorniona. Punto. Per essere completamente onesta, devo precisare che la sua voce e la conseguente interpretazione sono un po' meglio del doppiatore che gli hanno affibbiato, uno che, evidentemente, viene dal doppiaggio di manga e spot. Sui quarantacinque anni è anche la sua segretaria (ho già sulla punta delle dita un post su di lei), tale Donna (Sarah Rafferty). Roscia con una espressione. Ma non è colpa sua. Hanno tolto dieci anni anche a lei. E saranno andati giù di brutto con il botox perché ha il viso spianato come una camicia stirata con vaporella, dagli occhi al labbro superiore compreso è paralizzata (se è colpa di una qualche paresi di cui non ho notizia, chiedo scusa per la gaffe in buona fede). Purtroppo, la gola (da tacchino) è traditrice, così come le ciccette flaccide che si affacciano crudelmente dagli abitini strizzati (avete presente quelle piegoline frollate... ?) e le restituiscono i dieci anni più gli interessi. E non l'aiutano le solite sfilate a tacco battente per i soliti corridoi vestita come una clandestina cubana che ha fatto i soldi. Quando le levano ulteriori dieci anni per un flashback, se la cavano mettendole una frangia da badante rumena sulla fronte (con tutto il rispetto per le badanti rumene). Nè la salva il pedigree (in fondo, famose attrici del nostro teatro interpretavano "Scampolo" a sessant'anni). L'ultima imperdibile interpretazione di cui ho notizia è una comparsata con due battute in un episodio di "Bones", in cui, già sui quaranta, nei panni di una piazzista di case e con la solita còfana roscia cotonata, arricciolata e fissata con la fiamma ossidrica, allunga una bomboletta di lacca a Bones per evitare che una mano di cenere si dissolva. Ma è amica di Macht dai tempi della scuola (?) e, visto l'esempio di papi, mi sa che ha ricevuto la grazia. Intanto, il tempo passa, una stagione segue l'altra, e il povero Macht, color cremisi e sempre più imbolsito, rischia l'ictus con i colletti strizzati dei suoi completini ingessati da "giovanottone rampante".
Chi ha davvero trentacinque anni è Mike, Patrick J. Adams, il non-avvocatino co-protagonista. Naturalmente, sempre fatti i due soliti conticini, è sui venticinque nella serie. E anche a lui, la lunghezza dell'avventura non fa bene. Il faccino da ragazzino alla Frodo si sta intarchiando e la stempiatura avanza. Ed è un peccato, perché, insieme al mio amato Louis, Rick Hoffman (l'unico, vero motivo per seguire "Suits", il riscatto attoriale e di scrittura di "Suits"), ma a grande distanza, è l'unico che sfoggia una relativa padronanza sia del personaggio che della sua espressività.
Poi, non è colpa sua se "lo disegnano così". E, invece di sacrificarlo nella più insulsa relazione di tutti i tempi televisivi con l'insulsa Rachel (Meghan Markle, anche lei venticinquenne di trentacinque anni!), lo avrei visto benissimo in qualche stuzzicante sfida amoroso-giuridica con la sua coetanea Dana Scott (Abigail Spencer), l'unica penalizzata da queste sforbiciate generazionali.
Sì, perché a lei, e a lei soltanto, di fatto, hanno lasciato la sua vera età, e, di conseguenza, se la matematica non è un'opinione e tanto mi dà tanto, dieci anni glieli hanno aggiunti, facendole interpretare una collega di studi del quarantacinquenne Macht dei tempi di Harvard. Più o meno coetanea anche dell'attempata Donna, quindi. Burp!
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domenica 8 maggio 2011
Donne Senza Velo e l'Orco
Noi inventiamo gli orchi, i lupi, i mostri e le streghe.
Noi abbiamo "gli uomini che odiano le donne", una categoria comoda, ben definita, un contenitore per la raccolta differenziata in cui relegare come "altro da noi"ciò che fa parte di noi, della nostra società, ciò che è diventata una martellante quotidianità.
Ma scomodiamo i miei poveri Orchi, così remoti, amati e soli.
Noi abbiamo uomini normali che perseguitano, molestano, spiano, picchiano, devastano, violentano, uccidono donne senza velo...
Noi abbiamo i più normali di tutti, quelli che non superano i limiti, che non infrangono platealmente la legge, quelli che, magari meno pittorescamente che in un caravanserraglio, comprano le donne.
Noi abbiamo gli uomini che scelgono le femmine sui book - come sugli album Panini, che,sghignazzando - da quei miserrimi vecchi porci che erano, sono e saranno - si scambiano le figurine al telefono, ne raccomandano altezza al garrese, quarti posteriori, proporzioni e genuinità delle ghiandole mammarie e caratteristiche da brave manze volentorose nei servizi resi. Che, con la sordida grettezza di ex-adolescenti foruncolosi, sovrappeso, nasuti, forforosi, dediti per scelta altrui ad onanismo compulsivo, si fanno da paravento l'un l'altro, scambiandosi l'onere della marchetta: "A questa, una parte in una fiction (che non si nega a nessuno), a quest'altra, più sfigata, giusto un paio di passaggi in uno pseudo-varietà, (tre sgallettate che dondolano le protesi fra uno spot e l'altro, prese per il culo da un conduttore "sarcastico" made in china che il suo di culo lo ha svenduto da un pezzo)".
Ma noi abbiamo donne libere di scegliere. Marchiate alla nascita dalle tamarrissime madri con nomi tipo Jessica, Ylenia, Asia, Samantha... mentalmente stuprate a tre anni da "giochiamo-che-mi-trucco", rese madri a cinque di bamboline finto-romantiche, caricature in plastica glitterata delle porcelle tivvvvvù, avvolte in veli e diademi stile matrimonio Ely-Briatore, gettate in piscina, cerettate a 11 anni, palestrate a 12 (per la schiena!), primo interventino a 14 (Tenera! Ha risparmiato sulle paghette...), prima apparizione televisiva 6 mesi dopo (Azz ! Con il viso oscurato perché minorenne...) per raccontare davanti alle tette tirate fino alle clavicole di una D'Urso-Gong Li (effetto-lifting) la tragedia di aver affrontato 41 interventi per riparare i danni del primo. Ospite in studio: Babbo Natale, ovvero il generoso chirurgo di turno, ambasciatore Unicef, e, casualmente, fidanzato con una delle sgallettate che - ufficialmente - si stirano le rughe ingurgitando mele cotte ed ettolitri di yoghurt.
Ragazze che scelgono? Sì, non scelgono il velo, scelgono liberamente le veline, se l'Orco non se le mangia prima.
Mab
p.s.
Il "politicamente scorretta" si riferisce, oltre al senso generale del post, al fatto che lo scrissi in piena campagna pro-Sakineh, un tripudio di ipocrisia di rara intensità. Caratterialmente, mi viene spontaneo rispondere con altrettanta "intensità".
Noi abbiamo "gli uomini che odiano le donne", una categoria comoda, ben definita, un contenitore per la raccolta differenziata in cui relegare come "altro da noi"ciò che fa parte di noi, della nostra società, ciò che è diventata una martellante quotidianità.
Ma scomodiamo i miei poveri Orchi, così remoti, amati e soli.
Noi abbiamo uomini normali che perseguitano, molestano, spiano, picchiano, devastano, violentano, uccidono donne senza velo...
Noi abbiamo i più normali di tutti, quelli che non superano i limiti, che non infrangono platealmente la legge, quelli che, magari meno pittorescamente che in un caravanserraglio, comprano le donne.
Noi abbiamo gli uomini che scelgono le femmine sui book - come sugli album Panini, che,sghignazzando - da quei miserrimi vecchi porci che erano, sono e saranno - si scambiano le figurine al telefono, ne raccomandano altezza al garrese, quarti posteriori, proporzioni e genuinità delle ghiandole mammarie e caratteristiche da brave manze volentorose nei servizi resi. Che, con la sordida grettezza di ex-adolescenti foruncolosi, sovrappeso, nasuti, forforosi, dediti per scelta altrui ad onanismo compulsivo, si fanno da paravento l'un l'altro, scambiandosi l'onere della marchetta: "A questa, una parte in una fiction (che non si nega a nessuno), a quest'altra, più sfigata, giusto un paio di passaggi in uno pseudo-varietà, (tre sgallettate che dondolano le protesi fra uno spot e l'altro, prese per il culo da un conduttore "sarcastico" made in china che il suo di culo lo ha svenduto da un pezzo)".
Ma noi abbiamo donne libere di scegliere. Marchiate alla nascita dalle tamarrissime madri con nomi tipo Jessica, Ylenia, Asia, Samantha... mentalmente stuprate a tre anni da "giochiamo-che-mi-trucco", rese madri a cinque di bamboline finto-romantiche, caricature in plastica glitterata delle porcelle tivvvvvù, avvolte in veli e diademi stile matrimonio Ely-Briatore, gettate in piscina, cerettate a 11 anni, palestrate a 12 (per la schiena!), primo interventino a 14 (Tenera! Ha risparmiato sulle paghette...), prima apparizione televisiva 6 mesi dopo (Azz ! Con il viso oscurato perché minorenne...) per raccontare davanti alle tette tirate fino alle clavicole di una D'Urso-Gong Li (effetto-lifting) la tragedia di aver affrontato 41 interventi per riparare i danni del primo. Ospite in studio: Babbo Natale, ovvero il generoso chirurgo di turno, ambasciatore Unicef, e, casualmente, fidanzato con una delle sgallettate che - ufficialmente - si stirano le rughe ingurgitando mele cotte ed ettolitri di yoghurt.
Ragazze che scelgono? Sì, non scelgono il velo, scelgono liberamente le veline, se l'Orco non se le mangia prima.
Mab
Valls Dino
p.s.
Il "politicamente scorretta" si riferisce, oltre al senso generale del post, al fatto che lo scrissi in piena campagna pro-Sakineh, un tripudio di ipocrisia di rara intensità. Caratterialmente, mi viene spontaneo rispondere con altrettanta "intensità".
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