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lunedì 19 settembre 2016

Emmy Awards 2016

Personalmente, esulto per l'ennesimo riconoscimento a Maggie Smith e a Sherlock: l'Abominevole Sposa. Mi accontento di poco. Ho qualche rimpianto, ma Game of Thrones è un gigante cannibale che fagocita la qualsiasi...
Incazzata nera per le mancate candidature a "Penny Dreadful". Per dure.

Dall'articolo di Diego Castelli su serialminds.com:

MIGLIOR DRAMA

The Americans
Better Call Saul
Downton Abbey
Game of Thrones 
Homeland
House of Cards
Mr. Robot

Per quanto Game of Thrones, come tutti i fenomeni culturali di massa, abbia tanti estimatori quanto detrattori, è difficile negare che al momento sia la cosa televisiva più vicina al cinema (nel senso più ampio e nobile del termine) che i nostri piccoli schermi possano ricevere. La sua vittoria in questo senso era scontata, non fa notizia, specie visto che rispetto all’anno scorso non c’era nemmeno la concorrenza di un altro fenomeno al tramonto come Mad Men (e vinse comunque GoT). Onestamente non so quali altri dei candidati potessero sperare di vincere.

MIGLIOR COMEDY

Black-ish
Master of None
Modern Family
Silicon Valley
Transparent
Unbreakable Kimmy Schmidt
Veep 

Noi speravmo nella vittoria di Master Of None, ma Veep è una corazzata inossidabile che già aveva vinto l’anno scorso e che pare non conoscere ostacoli. Peraltro non le puoi nemmeno dire granché povera bestia.

ATTORE PROTAGONISTA IN UN DRAMA

Kyle Chandler, Bloodline
Rami Malek, Mr. Robot
Bob Odenkirk, Better Call
Saul Matthew Rhys, The Americans
Liev Schreiber, Ray Donovan
Kevin Spacey, House of Cards

A luglio, commentando le nomination e parlando del possibile Emmy a Rami Malek, dissi “dateglielo e basta”. E così è stato, non certo su mio suggerimento (per quanto mi piacerebbe) ma semplicemente perché il buon Malek se lo merita alla grande, e vederlo perdere l’anno scorso mentre vinceva Christian Slater nella stessa serie aveva fatto un po’ male al cuore. Ora tutto è sistemato.





ATTRICE PROTAGONISTA IN UN DRAMA
Claire Danes, Homeland
Viola Davis, How to Get Away with Murder
Taraji P. Henson, Empire
Tatiana Maslany, Orphan Black
Keri Russell, The Americans
Robin Wright, House of Cards

Eccolo qui l’altro sassolino (sassolone) che ci siamo tolti dalle scarpe. L’anno scorso vinse Viola Davis senza alcun motivo valido, se non forse un trattamento di favore per le minoranze, del tutto ipocrita. Questa volta finalmente si torna ai veri valori: Tatiana Maslany recita in una serie in cui interpreta una decina di personaggi e paradossalmente sembra quasi che Orphan Black le stia stretta, che sceneggiatura e regia non siano all’altezza di quello che la sua protagonista può dare. Emmy meritato e pure tardivo.




ATTORE NON PROTAGONISTA IN UN DRAMA

Jonathan Banks, Better Call Saul
Peter Dinklage, Game of Thrones
Michael Kelly, House of Cards
Kit Harington, Game of Thrones
Ben Mendelsohn, Bloodline
Jon Voight, Ray Donovan

Qui a Serial Minds Bloodline l’abbiamo proprio persa di vista (non si riesce a vedere tutto…) quindi non mi sento di fare chissà che commento pro o contro. Mi sarebbe piaciuto veder vincere Jon Voight, ma amen, quello è già una leggenda di Hollywood, emmy più, emmy meno non è che cambia tanto… 


ATTRICE NON PROTAGONISTA IN UN DRAMA

Emilia Clarke, Game of Thrones
Lena Headey, Game of Thrones
Maggie Smith, Downton Abbey
Maura Tierney, The Affair
Maisie Williams, Game of Thrones
Constance Zimmer, UnREAL

Fa uno strano effetto vedere vincere Downton Abbey, che sembra essere finita una vita fa. Eppure, complice le date della messa in onda americana (noi di solito tenevamo d’occhio quella inglese), è potuta rientrare in gara ancora una volta, garantendo il terzo emmy a Maggie Smith. A cui non puoi dire nulla a prescindere.


MINISERIE

American Crime
Fargo
The Night Manager
The People v. O.J. Simpson: American Crime Story 
Roots

Eccolo qui il primo degli attesi e pretesi Emmy per American Crime Story. Li volevamo, sono arrivati, e ora si gioisce.


TV MOVIE

A Very Murray Christmas
All the Way
Confirmation
Luther
Sherlock: The Abominable Bride

Qualcuno l’ha bocciato considerandolo una mezza presa per il culo (per il suo essere uno speciale vittoriano ma anche un effettivo gancio alla serie regolare), fatto sta che però con Abominable Bride Sherlock ci ha tenuto incollati alla poltrona e ci ha fatto discutere per giorni. E poi se vince Sherlock va bene e basta.

ATTORE PROTAGONISTA IN UNA MINISERIE

Bryan Cranston, All the Way
Benedict Cumberbatch, Sherlock: The Abominable Bride
Idris Elba, Luther
Cuba Gooding Jr., The People v. O.J. Simpson: American Crime Story
Tom Hiddleston, The Night Manager
Courtney B. Vance, The People v. O.J. Simpson: American Crime Story

E via con la girandola di attori vincenti per American Crime Story. Comincia Vance con il suo Johnnie Cochran, difensore del probabile assassino e capace di sconfinare dall’avvocato al predicatore mistico. Applausi.


ATTRICE PROTAGONISTA IN UNA MINISERIE

Kirsten Dunst, Fargo
Felicity Huffman, American Crime
Audra McDonald, Lady Day at Emersons Bar and Grill
Sarah Paulson, The People v. O.J. Simpson: American Crime Story
Lili Taylor, American Crime
Kerry Washington, Confirmation

Dopo essere stata nominata tante volte per American Horror Story, Sarah Paulson DOVEVA vincere questo emmy (in una serie dal nome molto simile). La sua Marcia Clark (che la Paulson s’è pure portata in sala!) è semplicemente un’altra categoria, un perfetto miscuglio di competenza e fragilità, a restituire i drammi interiori di una donna che credeva di avere la vittoria in pugno e se l’è vista scivolare fra le dita. Bravissima, meritatissimo.





MIGLIOR SCENEGGIATURA PER UNA MINISERIE, TV MOVIE O SPECIALE

Fargo (“Loplop”), Bob DeLaurentis
Fargo (“Palindrome”), Noah Hawley
The Night Manager, David Farr
The People v. O.J. Simpson: American Crime Story (“From the Ashes of Tragedy), Scott Alexander and Larry Karaszewski
The People v. O.J. Simpson: American Crime Story (“Marcia, Marcia, Marcia”), D.V. DeVincentis 
The People v. O.J. Simpson: American Crime Story (“The Race Card”), Joe Robert Cole

Ed eccoci all’ultimo emmy per American Crime Story, probabilmente la vincitrice più evidente della serata, col maggior numero di premi e l’impressione di aver proprio spaccato. Il premio alla sceneggiatura è peraltro doveroso, per una serie capace di raccontare un fatto di cronaca conosciutissimo a tutto il pubblico, riuscendo comunque a garantire la suspense del miglior thriller, unita a una rara capacità di coordinare un numero davvero elevato di personaggi, ognuno in grado di svettare e brillare a modo suo (e non a caso sono arrivati gli altri emmy). Qui a Serial Minds avevamo sperato fin da subito in questo trionfo, e quindi applaudiamo senza riserve. Quest’anno ci è andata proprio bene.

L'articolo integrale è Qui.

domenica 11 settembre 2016

Emmy Award 2016: Penny Dreadful, Billions, Bates Motel e Tutti i Grandi Esclusi dalle Nomination

Le nomination agli Emmy 2016 annunciate oggi da Anthony Anderson e Lauren Graham avranno sicuramente diviso pubblico e critica, perchè si sa, quando si tratta di premi, tifo e votazioni, ciascuno di noi ha i propri beniamini e qualcuno da supportare e per forza c'è chi resta deluso. Possiamo però dire che sono le nomination più equilibrate e corrette degli ultimi anni, in grado di bilanciare cable, broadcast e streaming.
Nomination che testimoniano un piccolo, parziale declino della HBO, scesa sotto le 100 nomination fermandosi a 96 (di cui ben 23 arrivano da Game of Thrones) contro le 126 dello scorso anno. Un declino esemplificato dal fallimento di Vinyl cancellato dopo una stagione non esaltante nonostante i nomi coinvolti e la lunga lavorazione e non in grado di ottenere nemmeno una nomination in vista della premiazione del prossimo 18 settembre. Considerando che tra due anni Game of Thrones potrebbe non esserci più è arrivato il momento per il canale di correre ai ripari.
Se c'è un canale che ha lavorato bene dal punto di vista, anche, diplomatico è FX che cresce a 56 nomination dalle 38 dello scorso anno e ottiene il successo di portare dopo 4 anni in nomination The Americans compresi i suoi due attori protagonisti: la loro assenza negli ultimi anni gridava vendetta e finalmente è stata ottenuta. Oltre ad incassare le ovvie nomination per American Horror Story e American Crime Story e Fargo. Aumenta il suo peso specifico anche Netflix che arriva a 54 soprattutto grazie ad House of Cards e Bloodline di cui sono molto amati dai giudici gli attori, mentre snobbato il mondo Marvel così come è stata dimentica Orange is The New Black il cui giusto spostamento tra i drama ha penalizzato cast e show. Probabilmente ci vorrà ancora qualche anno perchè i membri della giuria possano superare il pregiudizio verso i superpoteri, basta guardare quanto è ancora forte quella verso gli zombie di The Walking Dead, nonostante almeno il cast si meritasse un riconoscimento, ma anche quanto ci è voluto per far entrare Game of Thrones tra i nominati.





Non riescono a far breccia nel cuore dei giurati nemmeno Showtime e AMC, il cui apporto al mondo Emmy si limita a i consolidati Homeland, Ray Donovan e Better Call Saul, con The Affair di cui è amata solo Maura Tierney e William H. Macy per Shameless.

Grande esclusa Penny Dreadful e la sua maestosa regina Eva Green costantemente e inspiegabilmente ignorata dagli Emmy. Evidentemente i giurati non devono amare gli horror o le atmosfere un pò troppo cupe visto che anche Bates Motel è stata ignorata. Soprattutto non aver inserito Vera Famiga e Freddie Highmore nell'anno della loro migliore interpretazione in una stagione complessa e stratificata, è un peccato che prima o poi i giurati dovranno espiare.

Non sono le uniche esclusioni che fanno rumore. Personalmente trovo molto sorprendente il mancato inserimento di The Leftovers se non era possibile inserirlo tra i Best drama, almeno un posticino per Justin Theroux andava trovato, anche perchè vale lo stesso discorso fatto per Eva Green: se non li inserisci per questi ruoli quando potranno mai sperare di ottenere una nomination? Altri due assenti spiccano particolarmente: Paul Giamatti e Daniel Lewis mattatori di Billions, uno confronto/scontro tra titani inspiegabilmente ignorato dai membri dell'Accademy. Il sospetto che non abbiano voluto dare troppi riconoscimenti a Showtime (o che il canale non sia riuscito a promuovere al meglio i propri prodotti) inizia a farsi strada.





L'assenza di The Good Wife e di Julianna Marguiles desta meno stupore di quanto dovrebbe. Sebbene tutti l'avremmo inserita in quanto stagione conclusiva, bisogna riconoscere che non è stata l'annata migliore della serie e l'inserimento di Carrie Preston e Michael J. Fox come guest star è stata la decisione più corretta. Allo stesso modo potrà aver sorpreso i fan ma l'assenza di The Big Bang Theory e del suo cast è giusta considerando la stagione appena conclusa e la decisione di premiare una comicità più variegata inserendo Master of None, Black-ish, Silicon Valley, Unbreakable Kimmy Schimdt e Grace and Frankie è decisamente più apprezzabile (anche se sarebbe dovuta uscire dai nominati anche Modern Family).

Grande sorpresa è l'ingresso tra i nominati di Constance Zimmer per UnReal, che avrebbe meritato una categoria a parte o un premio alla carriera come Miglior Str0nza della tv, come riescono a lei questi ruoli probabilmente a nessun altro. Se bisognava riconoscere qualcosa a UnReal e a Lifetime probabilmente inserire il suo nome era l'unica scelta possibile.




I media americani, infine, sottolineano come questo sia l'anno della diversità tra attori di origine indiana e l'alto numero di nominati afro americani come Cuba Gooding Jr per American Crime Story o Viola Davis per How To Get Away With Murder e Taraji P. Henson per Empire, Anthony Anderson e Tracee Ellis Ross per Black-ish, ma anche Kerry Washington per il film tv di HBO Confirmation. Insomma dopo anni di critiche l'accademy si è aperta anche a i non bianchi. Dopo queste prime opinioni sulle nomination appena rivelate è già tempo di preparare le magliette e i post sui social per sostenere i propri show preferiti, in attesa delle premiazioni del 18 settembre con la cerimonia che sarà presentata da Jimmy Kimmel e trasmessa dalla ABC.

Articolo di Riccardo Cristilli da ww.tvblog.it

sabato 23 agosto 2014

23 Agosto 1927: Assassinati Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

Il 23 agosto 1927, Nicola Sacco, anarchico e calzolaio, e Bartolomeo Vanzetti, anarchico e pescivendolo, muoiono sulla sedia elettrica, assassinati dal pregiudizio, dal razzismo, dall'intolleranza politica e dalla Giustizia americana.




A seguire, le ultime parole pronunciate da Bartolomeo Vanzetti in tribunale, trascritte, e nell'interpretazione di Gian Maria Volontè ("Sacco e Vanzetti", film del 1971 diretto da Giuliano Montaldo). Riccardo Cucciolla nel ruolo di Nicola Sacco.

"Sí. Ho da dire che sono innocente. In tutta la mia vita non ho mai rubato, non ho mai ammazzato. Non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto, primo fra tutti: lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.
E se c'è una ragione per la quale sono qui è questa e nessun'altra. Una frase... Una frase mi torna sempre alla mente:
"Lei, signor Vanzetti, è venuto qui, nel paese di Bengodi, per arricchire!". Una frase che mi dà allegria. Io non ho mai pensato di arricchire: non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando. Sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso. Sto soffrendo e pagando perché sono anarchico, e mi sun anarchic; perché sono italiano, e io sono italiano, ma sono così convinto di essere nel giusto che, se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e io per due volte potessi rinascerere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto. Nicola Sacco. Il mio compagno Nicola! Sì, può darsi che a parlare io vada meglio di lui, ma quante volte, quante volte - guardandolo, pensando a lui, a quest'uomo che voi giudicate ladro e assassino e che ammazzerete... Quando le sue ossa, signor Thayer, non saranno che polvere, e i vostri nomi, le vostre istituzioni, non saranno che il ricordo di un passato maledetto, il suo nome - il nome di Nicola Sacco - sarà ancora vivo nel cuore della gente. Noi dobbiamo ringraziarvi. Senza di Loro noi saremmo morti come due poveri sfruttati: un buon calzolaio, un bravo pescivendolo... E mai, in tutta la nostra vita, avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini... Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati!"





Rodolfo e Valentino

Rodolfo Guglielmi, in arte e nella leggenda  Rudy Valentino, morì di peritonite il 23 agosto del 1926, al  Polyclinic Hospital di New York, dopo otto giorni di dolorosa agonia. Tutto: dalle sue origini, alle inclinazioni sessuali, fino alle circostanze della morte, tutto ciò che lo riguardò risulta in qualche modo sfuggente, alterato inevitabilmente dalla leggenda o proditoriamente da chi aveva interesse ad alimentare la leggenda. Trentuno anni, solo sei anni di carriera cinematografica, un pugno di film mediocri, due mogli, due divorzi, un'amante famosa e nessuno prima di lui, nessuno dopo di lui, è mai stato oggetto di un amore virtuale più fanatico, talmente banale nella sua essenza da rasentare il Sublime. 
"Mentre il cadavere di Valentino era esposto solennemente alla Campbell Funeral Home, le strade di New York diventarono la scena di un delirio collettivo mai verificatosi prima: una folla di centomila persone faceva furiosamente a pugni per arrivare a dare l’ultimo sguardo al Grande Amante.
Quando le sue spoglie mortali furono trasferite per essere sepolte nella Corte degli Apostoli del Memorial Park Cemetery di Hollywood, Rudy Vallee*, un cantante dell’epoca, sussurrava una canzone commemorativa da tutte le radio degli Stati Uniti: "C'è una nuova stella in cielo questa sera, Rudy Valentino". Valentino l'attore, una leggenda vivente, era morto. Ed ecco che cominciarono a proliferare le leggende post-mortem. I pellegrini fecero della sua tomba una seconda Mecca; una tomba che è tuttora sempre adorna di omaggi floreali.
In occasione dell'anniversario della sua morte compariva una processione di donne in lutto e la famosa Dama in nero. Nel De Longre Park fu innalzata in suo onore una statua (unica eretta ad Hollywood ad un divo del cinema) chiamata "Aspirazione".
Da:
http://www.fondazionevalentino.it



"Fu con la sua morte che nacque l’inedito fenomeno di necrofilia divistica che esplose nel corso delle onoranze funebri più sensazionali mai viste a New York. Il passaggio dell’immensa folla nella camera ardente, allestita alla Campbell Funeral Home, provocò lo sfondamento delle vetrate con cento feriti e attimi di terrore. Proprio per evitare che il cadavere fosse vittima di atti di fanatismo, sembra che nella bara scoperchiata, in cui il divo giaceva perfettamente truccato e vestito e coi capelli impomatati, ci fosse solo una copia in cera del suo corpo. Fu, invece, una trovata pubblicitaria di un press-agent dell’impresa di pompe funebri il piantonamento del feretro da parte di un uomo in camicia nera sull’attenti, vicino a una corona di fiori fasulla con la scritta 'Da Benito (Mussolini)'. 



 Occorsero, poi, innumerevoli carri per sgombrare la zona da quintali di fiori spediti da ogni angolo del pianeta (4000 rose rosse le aveva fatte portare Pola Negri, la sua ultima fidanzata), mentre un aereo sparse petali di rosa lungo il tragitto funebre. Per la morte di Rudy, si disse, trentacinque donne si tolsero la vita, quaranta si dichiararono incinte e un fattorino dell’ascensore del Ritz di Parigi fu trovato morto su un letto coperto d’immagini dell’attore. E anche quando la salma fu trasportata in treno a Los Angeles ad ogni sosta esplosero manifestazioni d’isteria collettiva. Durante il servizio funebre solenne, prima della tumulazione all’Hollywood Memorial Park Cemetery, il lavoro in ogni studio cinematografico della California fu interrotto per due minuti di raccoglimento. L’omaggio che, forse, Rodolfo avrebbe gradito maggiormente, visto che era stato proprio grazie al cinema che, oltre al successo ed alla ricchezza, era riuscito a rendere universale la sua voglia di piacere a tutti".
Da:
http://gaetanolopresti.wordpress.com

Il confine tra come amava rappresentarsi, o come gli conveniva rappresentarsi, e come la Leggenda lo plasmò e tramandò fino ai nostri giorni è esilissimo. Tenebroso e languido amante latino dalle improbabili origini aristocratiche o contadino pugliese analfabeta ed emigrante per fame atavica. In realtà, nasceva da una famiglia borghese, ebbe una buona educazione, di cui non approfittò, e la sua condizione, all'epoca piuttosto privilegiata, precipitò in seguito alla morte prematura del padre. Era sicuramente ambizioso e sicuramente insofferente degli orizzonti limitati che la Puglia prima, l'Italia poi, avevano da offrirgli.
"Rodolfo Pier Filiberto Raffaello Guglielmi, in arte Rudolph Valentino, nacque a Castellaneta in via Commercio 34, (oggi via Roma 116) il 6 maggio 1895 da Giovanni Guglielmi, dottore in veterinaria ed ex capitano di cavalleria, e dalla gentil donna Maria Berta Gabriella Barbin, figlia di un medico francese e dama di compagnia della marchesa Giovinazzi.
I tanti nomi rivelano alcuni ingredienti di pretesa nobiltà che si mescolarono poi nel suo personaggio: derivò il cognome Valentino da un asserito casato "di Valentina d’Antonguolla" che fondeva un vecchio titolo papale con diritti di proprietà rivendicati dai Guglielmi sui terreni confiscati vicino a Martina Franca, luogo d’origine della famiglia.
Rodolfo Guglielmi visse fino a nove anni a Castellaneta, qui frequentò le prime tre classi elementari avendo come maestri Nicola D’Alagni, Francesco Miraglia - Quero; completò le scuole elementari, con mediocri risultati, a Taranto dove il padre dovette trasferirsi per esercitare la sua professione.
Aveva undici anni quando morì il padre, perciò, in seguito, ebbe la possibilità di frequentare il Collegio - convitto per gli orfani sanitari italiani a Perugia.
A Perugia non fu un allievo modello, anzi venne radiato per indisciplina. Tentò allora di entrare nell’Accademia di Marina a Venezia, ma fu dichiarato inabile al servizio della Regia Marina per insufficienza toracica e scarsità visiva; decise, infine, di studiare tecnica agraria e ottenne a diciassette anni il diploma di agente rurale a S. Ilario di Nervi, in provincia di Genova.
Però Valentino, spirito ribelle e cittadino del mondo, non aveva alcuna intenzione di tornare in Puglia per dedicarsi all'agricoltura (ritornerà a Castellaneta ormai attore famoso, una sola volta nel 1923).
Nel 1913 volle allora andare a Parigi dove apprese l'arte del tango. Non volendo tornare indietro, "l’Italia è troppo piccola per me" disse ad Alberto, suo fratello, s’imbarcò nel dicembre 1913 sul piroscafo tedesco "Cleveland", diretto in America per la sua grande avventura."




La condanna di nascere borghese e continuare ad esserlo malgrado tutto, di vivere, lui  ordinario, una situazione  straordinaria deve aver avuto un effetto straniante e, per molti versi, frustrante. Era attratto da chi riteneva  fuori dall'ordinario, forse sperando di diventare - per contagio - il protagonista ideale della propria incredibile vita.
"Great lover", grande amante sullo schermo, amante fedele, non proprio irresistibile, invece, nella vita privata, per alcuni addirittura omosessuale. La verità è che in Valentino era ben sviluppato il desiderio mediterraneo di un andamento domestico ordinato e comodo. Con gran dispiacere dei cronisti mondani, Valentino non frequentava molto le feste; non era un ubriacone, non era un effeminato, nonostante l'accusa di essere "un piumino da cipria rosa". La sua vita fu priva di quegli scandali sensazionali di cui furono protagonisti, altri divi. Scoppiò solo uno scandalo: dopo un breve matrimonio, con l'attrice Jean Acker, si innamorò di Natacha Rambova, (pseudonimo di Winnifred Shaughnessy, figliastra di un magnate dell’industria dei cosmetici, ballerina e scenografa di raro talento) e la sposò nel maggio 1922, prima di aver concluso formalmente il divorzio con la sua ex moglie, perciò fu accusato infondatamente di bigamia. La Rambova ebbe un’influenza notevole su Valentino: disprezzando il mondo finto di Hollywood e il cinema popolare americano, lo spinse a litigare con diversi studi cinematografici; lo obbligò a vivere nel modo stravagante che per lei sembrava appropriato ad una stella del cinema; incoraggiò il suo interesse per lo spiritismo, tanto che Valentino pubblicò un libro di poesie dettate dall’aldilà dal suo spirito guida, il pellerossa Penna Nera.
Da
http://www.fondazionevalentino.it

 Valentino e la Rambova


martedì 10 aprile 2012

"la Ragazza Rossa", Miriam Mafai

Quando se ne va una donna come Miriam Mafai non ci si può che sentire più sole: come giornaliste e, soprattutto, come donne.

Mi piaceva leggerla e mi piaceva ascoltarla; ne apprezzavo la severità mista alla capacità di lasciar sempre trasparire l’allegria del vivere.

Il suo impegno per le donne è stato instancabile e di grande importanza. Se ne sentirà la mancanza soprattutto in un momento di totale sbandamento come questo, in cui ci si muove fra rigurgiti neo conservatori che inneggiano a figure di donne sorridenti fra i fornelli di casa e la sempre più volgare mercificazione del corpo femminile che impera, dalla televisione alla politica, creando un vortice assolutamente riprovevole. Miriam Mafai era un punto di riferimento fondamentale per le donne e una paladina nella battaglia per il riconoscimento dei loro diritti.

Eppure il ricordo di lei più bello è arrivato da un uomo. Da Eugenio Scalfari che, dopo averne ricordato il carattere e il momento del suo arrivo a La Repubblica, si e’ lasciato prendere dalla commozione e ha concluso “e poi se n’è andata, ecco…. basta cosi’”

Basta così’. Perchè troppa commozione, almeno per come la “vedevo” io, non le sarebbe piaciuta. Ora se n’è andata. E non ci resta molto da aggiungere.

Di Angela Vitaliano
http://www.ilfattoquotidiano.it

lunedì 25 luglio 2011

"Amy: 27 Anni Vissuti Liberi"

di Federico Mello






Morta Amy Winehouse. È la prima volta che risulta prevedibile” scrive Frankie Hi Nrg su Twitter. Ha ragione Frankie, l’originalità di Amy lascia un vuoto enorme nella musica contemporanea.

Quella della sua morte è una notizia che, in un afoso sabato d’estate, arriva come un fulmine e si propaga in ogni anfratto dell’infosfera tramite i social network.

Molti su Twitter ricordano come sia morta a 27 anni. La stessa età in cui ci hanno lasciato, in epoche diverse – anche dal punto di vista musicale – Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Kurt Cobain. Tutte icone del rock, tutti miti delle loro generazione (e non solo) e decisi a vivere da persone libere, come volevano, come se ogni giorno fosse l’ultimo.

Alcuni, anche online, dicono che era una notizia prevedibile: “Se l’è cercata”; “E’ stata semplice selezione naturale”, “Un talento e una vita buttati nel cesso”, scrivono anche alcuni dei nostri lettori su questo sito. Eppure, c’è chi fa un passo in avanti: “Un esempio da imitare per tutti i disperati. Che voce… che talento…” scrive Waldemar sempre nei commenti.

Ecco, io la penso proprio così. Di Amy straordinaria era la forza delle sue canzoni e dei suoi testi, la passione che buttava in ogni nota, in ogni acuto. Mi chiedo: avrebbe avuto la stessa passione con una vita regolare? Avrebbe avuto la stessa sensualità distruttiva e irresistibile senza decidere di consumare tutta la sua vita in una potentissima fiammata fuori da ogni consuetudine e ogni imposizione?

Spesso l’esistenza di noi umani è diversa da quella che immagina Giovanardi. E ognuno deve essere libero di vivere come vuole. Se poi una disperazione straziante regala emozioni a uomini e donne di tutto il mondo come ha fatto Winehouse, non c’è nulla da aggiungere. Parlano solo le canzoni di una grande artista vissuta giusto il tempo di lasciare un segno prima di tornare Back to black. Rest in peace."


In morte di Amy Winehouse, impossibile “mettersi in riga”

di Domenico Naso


Nessuno si aspetti di leggere, in queste righe, espressioni del tipo “voce graffiante” o “talento sopraffino”. Non lo diremo semplicemente perché la grandezza vocale e musicale di Amy Winehouse era così fottutamente evidente da non aver bisogno di approvazioni critiche o elogi standard buoni per tutte le stagioni. E non troverete nemmeno tirate moralistiche sul suo stile di vita, sulla sua tendenza all’autodistruzione. Una delle regole più importanti (e a volte più dolorose) dell’esistenza umana è, o almeno dovrebbe essere, quella secondo la quale ognuno fa della propria vita quello che vuole, anche consumarla velocemente come fosse una birra ghiacciata in una giornata afosa d’estate, da tracannare tutta d’un fiato prima che si riscaldi troppo.

Amy Winehouse era così. Non poteva, o non voleva, “mettersi in riga”. Era alcolizzata, drogata, persa in un mondo tutto suo fatto di gorgheggi per lei perfetti nella loro imperfezione anche sotto l’effetto di sostante stupefacenti, di liti con il pubblico, di storie d’amore maledette e di fughe per tentare di salvarsi l’anima. Ma nessuno può permettersi di giudicare, di puntare il dito, di dire, sospirando e arricciando il naso: “Che vita buttata, che talento sprecato”. Certo, assistere alla morte a 27 anni della migliore voce degli ultimi tempi fa rabbia, soprattutto a chi la musica la ama e cerca quotidianamente un’oasi di qualità nel desolante deserto della mediocrità conformista dell’industria discografica. Ma il sentimento di rabbia e frustrazione si ferma di fronte all’individuo e alla sua assoluta libertà di sbagliare e di farsi del male, almeno fino a quando non danneggia anche gli altri.

E allora doliamoci della morte di Amy Winehouse ma non commettiamo i due tipici errori in cui si incappa in casi del genere: non la bolliamo come eccessiva e stupida milionaria viziata dedita all’alcool e alle droghe; non ne facciamo un’icona da venerare, un modello di vita da seguire. Non era un modello, la bruttina ma talentuosa Amy. Lo sapeva e ne era persino fiera. La sua vita alcolica e tossica non la rendeva orgogliosa né la abbatteva. Era la sua vita, punto. Ci sono cose che non si possono cambiare, ci sono sentieri accidentati lungo i quali siamo obbligati a camminare, magari sperando in cuor nostro che prima o poi si spalanchi davanti ai nostri occhi un largo e confortevole viale alberato. Per Amy non è stato così. Il sentiero si è interrotto e il viaggio è finito. Non dipendeva da lei. Tantomeno da noi.

In queste righe abbiamo tentato, sperando di esserci riusciti, di non essere patetici o scontati. Non per una narcisistica ricercatezza e originalità, per carità. Ma semplicemente perché Amy Winehouse era tutto fuorché banale, tutto fuorché conforme alle “regole” della società. Era semplicemente Amy Winehouse, la cantante che ha fatto la sua fortuna gracchiando talentuosamente al mondo che non voleva andare in “rehab “ e che sapeva perfettamente di non essere buona (“You know, I’m no good”). Era lei, prendere o lasciare. Noi, come milioni di altri fan in giro per il mondo, avevamo deciso di prenderla così com’era e di apprezzarne il talento, sopportando le snervanti scenate sui palchi di mezzo pianeta. Ma lei, che di farsi prendere non ne aveva nessuna fottutissima voglia, ci è sfuggita di mano per l’ultima volta. E forse è quello che voleva più di ogni altra cosa. Rest in peace, Amy."



Da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/


Jean-Francois Dupuis

mercoledì 9 marzo 2011

Yuval Avital A Milano dal 22 Marzo

In scena al Teatro Parenti dal 22 marzo il monologo di Vitaliano Trevisan con Alessandro Haber. ldeatore, compositore e regista della scenografia sonora, il direttore israeliano già noto in Italia per "Samaritani". Tre giorni per registrare la sua composizione "per un organico corale e strumentale di massa".


Tre giorni di prove e registrazioni, 93 coristi, una soprano, una trentina di fisarmonicisti, due bassi tuba, un clarinetto, un didgeridoo, una pietra sonora, quattro direttori. E, sopra tutto e tutti, lui: Yuval Avital, 33 anni, l’ideatore, compositore e regista della stupefacente scenografia sonora di un monologo che andrà in scena al Teatro Parenti dal 22 marzo prossimo : "Una notte in Tunisia", di Vitaliano Trevisan, con Alessandro Haber, per la regia di Andrèe Ruth Shammah. Nessun riferimento al celebre standard jazz, molti a Bettino Craxi e al suo esilio (o, se si preferisce, latitanza) in quel di Hammamet, Tunisia, appunto.

Ma che cosa può interessare a un trentatreenne originario di un Paese, Israele, che già ha i suoi bei problemi, di Bettino e della sua solitudine tunisina? Non molto. Infatti la scenografia sonora di Avital è del tutto indipendente dal testo teatrale e ha anche un diverso titolo: Mise en abîme (il riferimento è a una tecnica artistica nella quale un’immagine contiene una piccola copia di se stessa, ripetendo la sequenza apparentemente all’infinito). Moltissimo, invece, importa al giovane compositore conosciuto in Italia per Samaritani (opera andata in scena a settembre per MITO) di poter registrare la sua composizione «per un organico corale e strumentale di massa» con le strumentazioni più moderne e sofisticate messe a disposizione dalla Rai di Milano. Con, in più, un gruppo di importanti musicisti (uno su tutti Massimo Gorli, fra i massimi direttori d’orchestra europei) e una pletora di perfetti sconosciuti (i coristi), nella stragrande maggioranza digiuni di tecnica vocale se non palesemente stonati.

Questo è appunto ciò che è avvenuto nelle tre giornate dal 28 febbraio al 2 marzo nello studio 3 della Rai di corso Sempione, Milano, quello di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, per intenderci, dove tutto l’ensemble si è autorecluso per tre giorni, con il solo conforto di bottigliette d’acqua e macchinette del caffè, senza percepire un centesimo (i musicisti, alcuni dei quali venivano da lontano, solo un rimborso spese).

Un’esperienza da raccontare un domani ai nipoti. O almeno, oggi, agli amici più stretti. Un evento che ha incuriosito i dipendenti Rai che sbirciavano sconcertati quella torma di studenti, pensionati, disoccupati e liberi professionisti intenti a sussurrare, soffiare, ululare, fischiare e rarissimamente intonare qualche nota, secondo le indicazioni dei direttori di coro e dello stesso Avital. Il tutto al cospetto di un’entità ‘mitica’, la sonda Ambisonic, un mega microfono ideato e brevettato dal Centro di ricerche Rai di Torino in collaborazione con l’Università di Parma: in pratica un sofisticatissimo microfono in forma di sfera, dotato di 32 capsule in grado di captare con precisione millimetrica ogni suono emesso a 360 gradi.

Il risultato è una registrazione di 100 minuti dove l’abisso del titolo è il suono prodotto da voci e strumenti secondo una partitura (per le voci) del tutto inusuale: una sequenza di grafici colorati che invitano a riprodurre di volta in volta il «ricordo di uno stormo di uccelli», un «suono di mare», un «suono di vento», oltre a fonemi intercalati da parole, o frasi (dal senso non compiuto) sussurrate o gridate, per non parlare dei mantra da recitare con voce grave le donne, acuta i maschi, con risultati irresistibili.

Ma perché Avital ha scelto proprio questa forma espressiva? Perché coinvolgere tante persone comuni, digiune di quella musica contemporanea così ostica per orecchie non educate? «La mia è una scelta insieme etica e ideologica» spiega Avital. «Desideravo uscire dalla gabbia del pentagramma e riferirmi alla tradizione popolare europea ed extraeuropea. Volevo una gestualità e una sonorità libere da qualunque costrizione. Soprattutto, intendevo abbattere la barriera fra esecutore e spettatore e riunificarli in un’unica entità». Ecco la chiave: lo spettatore diventa esecutore, addirittura autore, comunque parte essenziale dell’opera. E, finalmente, la capisce. Quel ricordo di uno stormo d’uccelli è il suo. Il mare che sgorga dai soffi vocali è quello che sta nel suo cuore e nella sua memoria. E l’alba che infine sorge dopo l’abisso della notte, è la prima luce che illumina di speranza la sua vita.