E.T.A. Hoffmann:
"Notturni", traduzione di Matteo Galli, Roma, L’Orma, 2013, "Le Omnie", n°1, 384 p.
"Gli elisir del diavolo", traduzione di Luca Crescenzi, Roma, L’Orma, 2013, “Le Omnie”, n°2, 400 p.
Chi, se non Hoffmann? Provate a immaginare una casa editrice che decide di aprire una collana di classici, anzi di pubblicare le opere complete di un autore classico e di partire con uno scrittore classico, guarda caso, proprio di lingua tedesca. Classico, nel senso di: indiscutibilmente nel canone. Classico, anche nel senso di: pre-novecentesco (autori con uno o due piedi nel ’900 presentano spesso insormontabili problemi di diritti d’autore…). E provate a scorrere gli autori canonici della letteratura tedesca dei due secoli in questione, il Diciottesimo e il Diciannovesimo (prima del 1750 impensabile parlare di testi classici nella letteratura tedesca), tenendo conto di una serie di fattori: le dimensioni dell’opera e dunque la fattibilità di un’omnia, la situazione nell’attuale mercato editoriale italiano, il genere letterario/i generi letterari nei quali quell’autore si è cimentato, la popolarità complessiva.
Partiamo dalla situazione nell’attuale mercato italiano (ciò che, evidentemente, ci dice qualcosa anche sulla popolarità complessiva), prendiamo una qualche libreria online a caso e vediamo la top five, in base ai volumi disponibili sul mercato, nel giugno del 2013. Al primo posto c’è Johann Wolfgang von Goethe con 121 titoli, di cui poco meno di metà distribuiti fra: 20 edizioni dei Dolori del giovane Werther, 14 edizioni delle Affinità elettive e 13 edizioni del Faust; al secondo posto i fratelli Grimm con 89 titoli, tutte edizioni – molte delle quali per l’infanzia – delle Fiabe. A moltissima distanza con 32 titoli Friedrich Schiller e Heinrich von Kleist, con 31 E. T. A. Hoffmann. Seguono poi, ulteriormente distanziati: Friedrich Hölderlin e Theodor Fontane con 21, Adalbert Stifter con 19. Sopra i dieci titoli, anche: Novalis, Heinrich Heine e Gotthold Ephraim Lessing. Gli autori sotto i dieci titoli sono scrittori che di fatto in Italia non hanno mai davvero sfondato: Keller, Grillparzer, Tieck, Storm etc etc, e dunque arrischiarsi a presentare le loro opere complete non avrebbe molto senso.
Impensabile pubblicare le opere complete di Goethe, un’impresa ciclopica. L’opera completa dei fratelli Grimm? Uno, massimo due volumi, poi sarebbe già finita. Valutiamo allora le posizioni successive. Un’edizione completa del teatro di Schiller manca nel mercato italiano dal 1975, quando ne uscì una in quattro volumi presso Newton Compton con l’introduzione di Paolo Chiarini. Da allora qualche edizione singola, con uno, talvolta due, in rari casi tre drammi nelle principali collane tascabili. Rifare, ritradurre tutto Schiller, l’opera di un autore che per lo più scrive teatro e, testi d’importanza almeno equivalente, saggi filosofico-estetici? Impresa meritoria e doverosa, ma destinata a un pubblico molto settoriale. Il focus dell’opera di finzione è sul teatro e Schiller, anche stando alla presenza nei palcoscenici italiani, non è Shakespeare, non è Molière. Nell’800, anche grazie a Verdi, le cose magari stavano diversamente, ma adesso (spiace dirlo) Schiller non è più nel canone letterario del pubblico colto dei lettori italiani, né è immaginabile che torni in tempi brevi ad esservi. Ex-aequo con Schiller, 32 presenze anche per Heinrich von Kleist, forse anche in considerazione del fatto che il 2011 è stato l’anno kleistiano, duecento anni dalla morte. E infatti nel 2011 Mondadori ha pubblicato un Meridiano Kleist, con alcune traduzioni nuove di zecca, che vanno ad aggiungersi a 4 impeccabili edizioni kleistiane (con testo a fronte) negli Elfi di Marsilio e alla gloriosa edizione Garzanti, tradotta da Andrea Casalegno e introdotta da Giuliano Baioni. Può bastare; inoltre vale – seppur in misura misura minore – anche per Kleist la “questione” teatro: più di metà dell’opera kleistiana è – seppur di altissimo livello – teatro. E sui palcoscenici italiani Kleist non è…
Veniamo al quinto, staccato di una sola lunghezza: E. T. A. Hoffmann, 31 titoli di cui, in realtà, una decina fuori commercio. Alla fine degli anni ’60 del Novecento Einaudi aveva pubblicato tre volumi nei "Millenni", qualcosa poi era uscito sempre nei Tascabili Einaudi e in altre edizioni pocket, un’opera fondamentale nella storia del romanzo ottocentesco come le Considerazioni del Gatto Murr risulta oggi introvabile, la terza raccolta di Hoffmann, Die Serapionsbrüder (I Confratelli di San Serapione), smembrata e sparpagliata in tante diverse sillogi. Edizioni annotate: praticamente nessuna. Eh sì, Hoffmann sembra proprio l’autore che fa al caso nostro. Perché ha scritto quasi esclusivamente prosa – romanzi, novelle, fiabe – che è e resta il genere che funziona meglio. Perché è forse il classico tedesco che presenta il più funzionante sistema di doppia codificazione in grado di soddisfare sia le esigenze del pubblico più raffinato, interessato alla complessa rete di relazioni intertestuali, intermediali e interdiscorsive, a profonde questioni esistenziali ed estetiche, sia le esigenze del pubblico interessato a plot ben costruiti, a certi ammiccamenti, alla – contiguità con la – letteratura di genere di allora e di oggi.
Chi, se non Hoffmann? E l’omnia va dunque a incominciare con due fra i testi che meglio esemplano questa doppia codificazione: i Notturni e Gli elisir del diavolo, una raccolta di novelle e un romanzo risalenti alla fase mediana della, in fondo, brevissima (dieci anni scarsi) parabola creativa di Hoffmann che nel 1809 con Il cavaliere Gluck approda alla scrittura tardi, a 32 anni, pubblica la sua prima raccolta nel 1813 a 37, e muore a 46 anni, in un’epoca – la Goethezeit – in cui, a partire da colui che al periodo ha dato il nome, si esordiva a poco più di 20, con opere che catapultavano gli scrittori immediatamente nell’Olimpo della fama: Goethe, Schiller, Tieck, Wackenroder, Friedrich Schlegel, Novalis, Hölderlin. E poi magari si moriva altrettanto presto, o si impazziva.
Matteo Galli
Dalla presentazione editoriale dei Notturni:
"Anticipatore del realismo borghese e del surrealismo, narratore scapigliato di avventure ottocentesche e analizzatore dell’inconscio, umorista trascendentale e sognatore delle fiabe, antesignano dell’angoscia moderna e della dissociazione della personalità, esponente dello slancio romantico e ironico superatore dei limiti ideologici del romanticismo. Lo sguardo nei piú cupi abissi dell’inconscio e la pura liberazione nella fiaba, il divertimento piú spassoso e un procedimento strutturale per ‘simboli’ di straordinaria attualità (Claudio Magris).
Otto racconti per esplorare le origini della follia e dell’ossessione contemporanea. Il lato oscuro dell’esistenza prende una forma classica ed esemplare in queste storie visionarie che hanno cambiato la sensibilità moderna e ispirato Freud e i surrealisti. Da L’uomo della sabbia al Maggiorasco, queste novelle aprono una dimensione irrevocabile e irrinunciabile di pensiero e di immaginazione che inaugura quella passione per l’inconscio da cui nasce tutta la letteratura fantastica."
Dalla presentazione editoriale degli Elisir:
"Hoffmann è il maestro senza rivali del perturbante nella letteratura. Il suo romanzo Gli elisir del diavolo contiene una gran mole di temi che si è tentati di riferire all’effetto perturbante nella narrativa, ma si tratta di un racconto troppo complesso e oscuro perché ci sentiamo di darne un riassunto. (Sigmund Freud).
Gli elisir del diavolo è il primo romanzo di E.T.A. Hoffmann, uscito per la prima volta nel 1815. Ispirato al romanzo di M.T. Lewis Il monaco, Gli elisir gode fin da subito di grande popolarità, esercitando impressione e infuenza, tra gli altri, su autori come Poe, Dostoevskij, Hugo, Maupassant e Baudelaire.
Heinrich Heine riferisce di uno studente di Lipsia impazzito dopo la lettura del libro, il cui contenuto a lungo fu ritenuto scandaloso. Oggi è considerato il romanzo capostipite del romanticismo nero che custodisce nel legame tra l’amore e le forze oscure il suo fascino a distanza di due secoli. Romanzo erotico e religioso assieme, Gli elisir del diavolo ripercorre il tortuoso cammino spirituale di tentazione e redenzione del frate Medardus, che al fne di recuperare le perdute capacità oratorie, beve da una misteriosa boccetta lasciata da Satana in tentazione a Sant’Antonio e fnisce preda di contraddittorie pulsioni. Inizia così la sua discesa agli inferi, accompagnata al desiderio violento per una donna che lo porta a inseguire una serie di avventure sempre più lontane dallo spirito e sempre più vicine al corpo, il suo e soprattutto quello degli altri."
Da: http://www.germanistica.net
sabato 30 agosto 2014
Antidoti: Il Vaso d'Oro, E.T.A Hoffmann
Momento: "Ritorno ai Classici". E dico "ritorno" perché sono illogicamente, quasi etilicamente (astemia, io) ottimista. Ma sono stanca di rivisitazioni. Ri-visitazioni? E cosa è successo, cosa hanno imparato nel corso dell'approfondita prima visita? Che massacrare è bello? Dissacrare può essere molto bello, se declinato da un genio, il resto è fuffa.
Così propongo la ri-lettura delle opere di E.T.A. Hoffmann. La scrittura non è particolarmente ricercata, sofisticata, originale... Eppure, questa banalità formale si trasforma in un pregio perché esalta ciò che dovrebbe essere un valore assoluto, ovvero, i contenuti: le invenzioni, i lampi e le saette, la fantasia delirante, magicamente imbrigliata in una trama coerente. Chi non l'avesse mai letto potrebbe avere un'impressione di déjà vu. Succede... quando si viene saccheggiati da contemporanei e posteri.
Mi rendo conto, volendo limitarmi ad una sola scelta, che proprio non ci riesco.
Intanto: Il Vaso d'Oro. Poi, Il Piccolo Zacchéo detto Cinabro e L'Uomo della Sabbia (a cui si ispirò Charles Nuitter per il libretto del balletto "Coppelia").
Il Vaso d'Oro è suddiviso in veglie, non in capitoli. Su Internet abbondano i riassunti, non voglio pensare né, tanto meno, sapere a che scopo.
Ho riassunto all'osso i riassunti delle prime tre veglie, tanto per...
Prima veglia
Dresda, primi dell’Ottocento - (Prima edizione: 1813, quindi, piena contemporaneità).
E' il giorno dell'Ascensione. Anselmus, un giovane studente (imbranato) esce per partecipare ai festeggiamenti, ma inciampa nel cestino di un'orribile vecchia: tutte le sue mele ruzzolano giù per la via. Anselmus svuota il borsellino (destinato ai suddetti festeggiamenti), ma non evita insulti e maledizioni ("Finirai nel Cristallo!").
Ormai senza più un quattrino, lo studente si apparta ai piedi di un sambuco, in riva all'Elba. E' il tramonto. Anselmus vive una visione, un invito della Natura e dell'Amore. Il suono di una campanella di cristallo: tra i rami si affacciano tre serpi, una ha gli occhi azzurri e Anselmus se ne innamora immediatamente.
Seconda veglia
Preso per un reduce dai festeggiamenti, Anselmus, confuso e imbarazzato, si convince di aver sognato. Incontra il vicepreside Paulmann che passeggia lungo il fiume insieme con sua figlia Veronica e con l’attuario Heerbrand. Accetta il loro invito e partecipa ad una gita in barca sull’Elba. Anselmus vede la serpe guizzare nell’acqua e tenta di raggiungerla, trattenuto dal barcaiolo. Anche questa volta, si convince d'aver sognato o di essere stato ingannato dai riflessi dei fuochi d'artificio sull'acqua.
A casa dei Paulmann, Veronica, che si è decisamente innamorata di Anselmus, canta per gli ospiti. La sua voce viene paragonata al suono argentino di una campanella di cristallo. Anselmus dissente vigorosamente: lui l'ha sentita davvero una voce che risuona come una campanella di cristallo.
Convinto, come gli altri, che il giovane sia in preda a vaneggiamenti a causa della precarietà in cui vive, Heerbrand gli propone un lavoro come copista presso l’archiviarius Lindhorst, un personaggio eccentrico, legato al mondo della magia e dell'alchimia. Il mattino dopo Anselmus, puntuale e ben vestito, si reca dall’archiviarius. Ma il picchiotto della porta di casa si trasforma prima nell'orribile vecchia delle mele che gli ripete la formula della maledizione, e, quindi, in un serpente bianco che si attorciglia intorno ad Anselmus. Lo studente perde i sensi.
Terza veglia
In un Caffé, l’archiviarius Lindhorst racconta il mito dell'Amarillide e del principe Phosphorus il cui amore trionfa contro un Drago custode dei metalli della terra.
Afferma però, che si tratta della vera storia dei suoi antenati.
Nel Caffé ci sono anche il preside Paulmann e Anselmus. Paulmann ripropone la candidatura di Anselmus al posto di copista, e Lindhorst accetta di assumerlo, sembrandone, però, contrariato.
L'Uomo della Sabbia è nella raccolta "Racconti Notturni".
Se Il Vaso d'Oro non è nel catalogo Einaudi, ripiegare sugli Oscar Mondadori. Mai, Garzanti. ("Il Piccolo Zacchéo detto Cinabro" è in genere fra "e altri racconti", sia con Il Vaso d'Oro che con Gli Elisir del Diavolo).
L'ideale sarebbe l'opera completa di E.T.A. Hoffmann nella collana "I Millenni", Einaudi.
Se l'alternativa è Garzanti, meglio in Inglese.
Da:
http://zerkalo-mitomania.blogspot.it/2014/08/antidoti-il-vaso-doro-eta-hoffmann.html
Così propongo la ri-lettura delle opere di E.T.A. Hoffmann. La scrittura non è particolarmente ricercata, sofisticata, originale... Eppure, questa banalità formale si trasforma in un pregio perché esalta ciò che dovrebbe essere un valore assoluto, ovvero, i contenuti: le invenzioni, i lampi e le saette, la fantasia delirante, magicamente imbrigliata in una trama coerente. Chi non l'avesse mai letto potrebbe avere un'impressione di déjà vu. Succede... quando si viene saccheggiati da contemporanei e posteri.
Mi rendo conto, volendo limitarmi ad una sola scelta, che proprio non ci riesco.
Intanto: Il Vaso d'Oro. Poi, Il Piccolo Zacchéo detto Cinabro e L'Uomo della Sabbia (a cui si ispirò Charles Nuitter per il libretto del balletto "Coppelia").
Il Vaso d'Oro è suddiviso in veglie, non in capitoli. Su Internet abbondano i riassunti, non voglio pensare né, tanto meno, sapere a che scopo.
Ho riassunto all'osso i riassunti delle prime tre veglie, tanto per...
Prima veglia
Dresda, primi dell’Ottocento - (Prima edizione: 1813, quindi, piena contemporaneità).
E' il giorno dell'Ascensione. Anselmus, un giovane studente (imbranato) esce per partecipare ai festeggiamenti, ma inciampa nel cestino di un'orribile vecchia: tutte le sue mele ruzzolano giù per la via. Anselmus svuota il borsellino (destinato ai suddetti festeggiamenti), ma non evita insulti e maledizioni ("Finirai nel Cristallo!").
Ormai senza più un quattrino, lo studente si apparta ai piedi di un sambuco, in riva all'Elba. E' il tramonto. Anselmus vive una visione, un invito della Natura e dell'Amore. Il suono di una campanella di cristallo: tra i rami si affacciano tre serpi, una ha gli occhi azzurri e Anselmus se ne innamora immediatamente.
Preso per un reduce dai festeggiamenti, Anselmus, confuso e imbarazzato, si convince di aver sognato. Incontra il vicepreside Paulmann che passeggia lungo il fiume insieme con sua figlia Veronica e con l’attuario Heerbrand. Accetta il loro invito e partecipa ad una gita in barca sull’Elba. Anselmus vede la serpe guizzare nell’acqua e tenta di raggiungerla, trattenuto dal barcaiolo. Anche questa volta, si convince d'aver sognato o di essere stato ingannato dai riflessi dei fuochi d'artificio sull'acqua.
A casa dei Paulmann, Veronica, che si è decisamente innamorata di Anselmus, canta per gli ospiti. La sua voce viene paragonata al suono argentino di una campanella di cristallo. Anselmus dissente vigorosamente: lui l'ha sentita davvero una voce che risuona come una campanella di cristallo.
Convinto, come gli altri, che il giovane sia in preda a vaneggiamenti a causa della precarietà in cui vive, Heerbrand gli propone un lavoro come copista presso l’archiviarius Lindhorst, un personaggio eccentrico, legato al mondo della magia e dell'alchimia. Il mattino dopo Anselmus, puntuale e ben vestito, si reca dall’archiviarius. Ma il picchiotto della porta di casa si trasforma prima nell'orribile vecchia delle mele che gli ripete la formula della maledizione, e, quindi, in un serpente bianco che si attorciglia intorno ad Anselmus. Lo studente perde i sensi.
Terza veglia
In un Caffé, l’archiviarius Lindhorst racconta il mito dell'Amarillide e del principe Phosphorus il cui amore trionfa contro un Drago custode dei metalli della terra.
Afferma però, che si tratta della vera storia dei suoi antenati.
Nel Caffé ci sono anche il preside Paulmann e Anselmus. Paulmann ripropone la candidatura di Anselmus al posto di copista, e Lindhorst accetta di assumerlo, sembrandone, però, contrariato.
L'Uomo della Sabbia è nella raccolta "Racconti Notturni".
Se Il Vaso d'Oro non è nel catalogo Einaudi, ripiegare sugli Oscar Mondadori. Mai, Garzanti. ("Il Piccolo Zacchéo detto Cinabro" è in genere fra "e altri racconti", sia con Il Vaso d'Oro che con Gli Elisir del Diavolo).
L'ideale sarebbe l'opera completa di E.T.A. Hoffmann nella collana "I Millenni", Einaudi.
Se l'alternativa è Garzanti, meglio in Inglese.
Da:
http://zerkalo-mitomania.blogspot.it/2014/08/antidoti-il-vaso-doro-eta-hoffmann.html
mercoledì 27 agosto 2014
Nicole (Dogs Never Bite Me. Just Humans. - Marilyn Monroe)
Si era fatta chiamare Nicole, era il nome che aveva scelto per rivendicare la sua indole femminile, ma era nata con le fattezze di un uomo e con i vestiti di un uomo è stata sepolta. È accaduto ad Avenza, nei pressi di Massa Carrara. Nicole è morta a 36 anni dopo una lunga malattia, da vent’anni era transessuale, eppure i genitori non hanno resistito al desiderio di ricondurla nell’immagine che conservavano in cuore, quella di un bambino, il figlio che hanno amato senza mai riuscire ad accettare le sue scelte di adulto. Una debolezza comprensibile - nella vita vera i costumi sociali cambiano meno rapidamente che nelle fiction televisive - ma certo è stato un duro colpo per le amiche e gli amici di Nicole vederla nella bara in giacca e cravatta, privata della sua identità, questa volta sì travestita. E sarebbe stato ancora più duro per Nicole, che da ragazza avrà lottato come tutti i transessuali per affermare se stessa, trovarsi addosso, e per sempre, i panni di un uomo. icole era ciò che aveva deciso di essere Come se il suo fosse stato uno sbaglio e quello di adesso un ravvedimento estremo.
Ma Nicole era ciò che aveva deciso di essere, perché al di là delle apparenze non è la natura a stabilire chi siamo: è il nostro percorso sulla terra, il nostro modo di stare in mezzo agli altri, la nostra vocazione. Come ogni altro essere umano, anch’io ho una conformazione anatomica e dei tratti somatici dettati dalla genetica, ma non sono mai solo il mio corpo, io sono essenzialmente i miei atti, le mie parole, i miei gesti, i miei comportamenti, le mie maschere, tutto ciò che produco nel contesto sociale, ovvero ciò attraverso cui gli altri mi riconoscono. Se ha un senso l’esortazione di Nietzsche "Diventa ciò che sei" ce l’ha nel senso che già le dava Pindaro: "Diventa ciò che hai appreso di essere".
A differenza degli altri animali, la persona non trova già determinata la propria identità, ma la scopre nella relazione col mondo, facendone esperienza - un’esperienza intima quanto più condivisa - e al contempo affermandola. Non si possono certo biasimare le madri e i padri che affrontano il dolore idealizzando l’album dei ricordi, ma il loro amore sarà davvero compiuto quando accetteranno la separazione, l’autonomia, le volontà di chi hanno cresciuto.
Di Mauro Covacich
www.corriere.it
L'Associazione consultorio transgenere, Mit (Movimento Identita' Transessuale), Associazione Mondo Arcobaleno, Lgbt scrivono:
"Essere trans le ha dato quella dignità che sentiva essere sua. Per tutti era Nicole, la sua semplicità e il suo sorriso davano consiglio a chi non aveva ancora intrapreso il percorso. La famiglia, da sempre al corrente, non è stata in grado nemmeno nel momento doloroso del trapasso di rispettarla per quello che era, per quello che da sempre attraverso il suo modo di vivere, di riconoscere che il suo essere coerentemente donna giorno per giorno non era legato a un capriccio ma era più grande di lei e apparteneva al suo genere. Sentirsi imprigionata in un corpo che non ti appartiene è da sempre una battaglia che le persone transessuali vivono da subito. Lo stigma sociale che spesso le porta a vivere ai margini della società per Nicole non è stato certo più semplice, ma era riuscita attraverso la sua determinazione a imporsi. A nulla è valso! La famiglia era certamente al corrente del suo percorso. All'età di 37 anni lei viveva la sua identità di genere alla luce del sole. Il suo essere donna non era certo un capriccio ma una priorità da sempre. Siamo mortificati, delusi, imbarazzati nel venire a conoscenza che nemmeno da morti venga rispettata la nostra volontà. Vedere Nicole vestita da uomo nella triste bara con la giacca e la cravatta che la porteranno verso un'altra vita ci rammarica fortemente. Siamo certi che verrà ripagata della sofferenza e del martirio che a causa della colpa e dell'ignoranza siamo costrette a vivere in quanto persone transessuali. Riteniamo questo atto una mancanza di rispetto ed un insulto alla sua intelligenza, certi del fatto che se giustizia esiste le sarà resa".
Etichette:
Articoli,
Bevitori di Assenzio,
I Casi,
Uomini e Topi
martedì 26 agosto 2014
sabato 23 agosto 2014
23 Agosto 1927: Assassinati Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti
Il 23 agosto 1927, Nicola Sacco, anarchico e calzolaio, e Bartolomeo Vanzetti, anarchico e pescivendolo, muoiono sulla sedia elettrica, assassinati dal pregiudizio, dal razzismo, dall'intolleranza politica e dalla Giustizia americana.
A seguire, le ultime parole pronunciate da Bartolomeo Vanzetti in tribunale, trascritte, e nell'interpretazione di Gian Maria Volontè ("Sacco e Vanzetti", film del 1971 diretto da Giuliano Montaldo). Riccardo Cucciolla nel ruolo di Nicola Sacco.
"Sí. Ho da dire che sono innocente. In tutta la mia vita non ho mai rubato, non ho mai ammazzato. Non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto, primo fra tutti: lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.
E se c'è una ragione per la quale sono qui è questa e nessun'altra. Una frase... Una frase mi torna sempre alla mente:
"Lei, signor Vanzetti, è venuto qui, nel paese di Bengodi, per arricchire!". Una frase che mi dà allegria. Io non ho mai pensato di arricchire: non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando. Sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso. Sto soffrendo e pagando perché sono anarchico, e mi sun anarchic; perché sono italiano, e io sono italiano, ma sono così convinto di essere nel giusto che, se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e io per due volte potessi rinascerere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto. Nicola Sacco. Il mio compagno Nicola! Sì, può darsi che a parlare io vada meglio di lui, ma quante volte, quante volte - guardandolo, pensando a lui, a quest'uomo che voi giudicate ladro e assassino e che ammazzerete... Quando le sue ossa, signor Thayer, non saranno che polvere, e i vostri nomi, le vostre istituzioni, non saranno che il ricordo di un passato maledetto, il suo nome - il nome di Nicola Sacco - sarà ancora vivo nel cuore della gente. Noi dobbiamo ringraziarvi. Senza di Loro noi saremmo morti come due poveri sfruttati: un buon calzolaio, un bravo pescivendolo... E mai, in tutta la nostra vita, avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini... Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati!"
A seguire, le ultime parole pronunciate da Bartolomeo Vanzetti in tribunale, trascritte, e nell'interpretazione di Gian Maria Volontè ("Sacco e Vanzetti", film del 1971 diretto da Giuliano Montaldo). Riccardo Cucciolla nel ruolo di Nicola Sacco.
"Sí. Ho da dire che sono innocente. In tutta la mia vita non ho mai rubato, non ho mai ammazzato. Non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto, primo fra tutti: lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.
E se c'è una ragione per la quale sono qui è questa e nessun'altra. Una frase... Una frase mi torna sempre alla mente:
"Lei, signor Vanzetti, è venuto qui, nel paese di Bengodi, per arricchire!". Una frase che mi dà allegria. Io non ho mai pensato di arricchire: non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando. Sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso. Sto soffrendo e pagando perché sono anarchico, e mi sun anarchic; perché sono italiano, e io sono italiano, ma sono così convinto di essere nel giusto che, se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e io per due volte potessi rinascerere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto. Nicola Sacco. Il mio compagno Nicola! Sì, può darsi che a parlare io vada meglio di lui, ma quante volte, quante volte - guardandolo, pensando a lui, a quest'uomo che voi giudicate ladro e assassino e che ammazzerete... Quando le sue ossa, signor Thayer, non saranno che polvere, e i vostri nomi, le vostre istituzioni, non saranno che il ricordo di un passato maledetto, il suo nome - il nome di Nicola Sacco - sarà ancora vivo nel cuore della gente. Noi dobbiamo ringraziarvi. Senza di Loro noi saremmo morti come due poveri sfruttati: un buon calzolaio, un bravo pescivendolo... E mai, in tutta la nostra vita, avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini... Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati!"
Rodolfo e Valentino
Rodolfo Guglielmi, in arte e nella leggenda Rudy Valentino, morì di peritonite il 23 agosto del 1926, al Polyclinic Hospital di New York, dopo otto giorni di dolorosa agonia. Tutto: dalle sue origini, alle inclinazioni sessuali, fino alle circostanze della morte, tutto ciò che lo riguardò risulta in qualche modo sfuggente, alterato inevitabilmente dalla leggenda o proditoriamente da chi aveva interesse ad alimentare la leggenda. Trentuno anni, solo sei anni di carriera cinematografica, un pugno di film mediocri, due mogli, due divorzi, un'amante famosa e nessuno prima di lui, nessuno dopo di lui, è mai stato oggetto di un amore virtuale più fanatico, talmente banale nella sua essenza da rasentare il Sublime.
http://www.fondazionevalentino.it
http://gaetanolopresti.wordpress.com
Il confine tra come amava rappresentarsi, o come gli conveniva rappresentarsi, e come la Leggenda lo plasmò e tramandò fino ai nostri giorni è esilissimo. Tenebroso e languido amante latino dalle improbabili origini aristocratiche o contadino pugliese analfabeta ed emigrante per fame atavica. In realtà, nasceva da una famiglia borghese, ebbe una buona educazione, di cui non approfittò, e la sua condizione, all'epoca piuttosto privilegiata, precipitò in seguito alla morte prematura del padre. Era sicuramente ambizioso e sicuramente insofferente degli orizzonti limitati che la Puglia prima, l'Italia poi, avevano da offrirgli.
La condanna di nascere borghese e continuare ad esserlo malgrado tutto, di vivere, lui ordinario, una situazione straordinaria deve aver avuto un effetto straniante e, per molti versi, frustrante. Era attratto da chi riteneva fuori dall'ordinario, forse sperando di diventare - per contagio - il protagonista ideale della propria incredibile vita.
"Mentre il cadavere di Valentino era esposto solennemente alla Campbell Funeral Home, le strade di New York diventarono la scena di un delirio collettivo mai verificatosi prima: una folla di centomila persone faceva furiosamente a pugni per arrivare a dare l’ultimo sguardo al Grande Amante.Da:
Quando le sue spoglie mortali furono trasferite per essere sepolte nella Corte degli Apostoli del Memorial Park Cemetery di Hollywood, Rudy Vallee*, un cantante dell’epoca, sussurrava una canzone commemorativa da tutte le radio degli Stati Uniti: "C'è una nuova stella in cielo questa sera, Rudy Valentino". Valentino l'attore, una leggenda vivente, era morto. Ed ecco che cominciarono a proliferare le leggende post-mortem. I pellegrini fecero della sua tomba una seconda Mecca; una tomba che è tuttora sempre adorna di omaggi floreali.
In occasione dell'anniversario della sua morte compariva una processione di donne in lutto e la famosa Dama in nero. Nel De Longre Park fu innalzata in suo onore una statua (unica eretta ad Hollywood ad un divo del cinema) chiamata "Aspirazione".
http://www.fondazionevalentino.it
"Fu con la sua morte che nacque l’inedito fenomeno di necrofilia divistica che esplose nel corso delle onoranze funebri più sensazionali mai viste a New York. Il passaggio dell’immensa folla nella camera ardente, allestita alla Campbell Funeral Home, provocò lo sfondamento delle vetrate con cento feriti e attimi di terrore. Proprio per evitare che il cadavere fosse vittima di atti di fanatismo, sembra che nella bara scoperchiata, in cui il divo giaceva perfettamente truccato e vestito e coi capelli impomatati, ci fosse solo una copia in cera del suo corpo. Fu, invece, una trovata pubblicitaria di un press-agent dell’impresa di pompe funebri il piantonamento del feretro da parte di un uomo in camicia nera sull’attenti, vicino a una corona di fiori fasulla con la scritta 'Da Benito (Mussolini)'.
Occorsero, poi, innumerevoli carri per sgombrare la zona da quintali di fiori spediti da ogni angolo del pianeta (4000 rose rosse le aveva fatte portare Pola Negri, la sua ultima fidanzata), mentre un aereo sparse petali di rosa lungo il tragitto funebre. Per la morte di Rudy, si disse, trentacinque donne si tolsero la vita, quaranta si dichiararono incinte e un fattorino dell’ascensore del Ritz di Parigi fu trovato morto su un letto coperto d’immagini dell’attore. E anche quando la salma fu trasportata in treno a Los Angeles ad ogni sosta esplosero manifestazioni d’isteria collettiva. Durante il servizio funebre solenne, prima della tumulazione all’Hollywood Memorial Park Cemetery, il lavoro in ogni studio cinematografico della California fu interrotto per due minuti di raccoglimento. L’omaggio che, forse, Rodolfo avrebbe gradito maggiormente, visto che era stato proprio grazie al cinema che, oltre al successo ed alla ricchezza, era riuscito a rendere universale la sua voglia di piacere a tutti".Da:
http://gaetanolopresti.wordpress.com
Il confine tra come amava rappresentarsi, o come gli conveniva rappresentarsi, e come la Leggenda lo plasmò e tramandò fino ai nostri giorni è esilissimo. Tenebroso e languido amante latino dalle improbabili origini aristocratiche o contadino pugliese analfabeta ed emigrante per fame atavica. In realtà, nasceva da una famiglia borghese, ebbe una buona educazione, di cui non approfittò, e la sua condizione, all'epoca piuttosto privilegiata, precipitò in seguito alla morte prematura del padre. Era sicuramente ambizioso e sicuramente insofferente degli orizzonti limitati che la Puglia prima, l'Italia poi, avevano da offrirgli.
"Rodolfo Pier Filiberto Raffaello Guglielmi, in arte Rudolph Valentino, nacque a Castellaneta in via Commercio 34, (oggi via Roma 116) il 6 maggio 1895 da Giovanni Guglielmi, dottore in veterinaria ed ex capitano di cavalleria, e dalla gentil donna Maria Berta Gabriella Barbin, figlia di un medico francese e dama di compagnia della marchesa Giovinazzi.
I tanti nomi rivelano alcuni ingredienti di pretesa nobiltà che si mescolarono poi nel suo personaggio: derivò il cognome Valentino da un asserito casato "di Valentina d’Antonguolla" che fondeva un vecchio titolo papale con diritti di proprietà rivendicati dai Guglielmi sui terreni confiscati vicino a Martina Franca, luogo d’origine della famiglia.
Rodolfo Guglielmi visse fino a nove anni a Castellaneta, qui frequentò le prime tre classi elementari avendo come maestri Nicola D’Alagni, Francesco Miraglia - Quero; completò le scuole elementari, con mediocri risultati, a Taranto dove il padre dovette trasferirsi per esercitare la sua professione.
Aveva undici anni quando morì il padre, perciò, in seguito, ebbe la possibilità di frequentare il Collegio - convitto per gli orfani sanitari italiani a Perugia.
A Perugia non fu un allievo modello, anzi venne radiato per indisciplina. Tentò allora di entrare nell’Accademia di Marina a Venezia, ma fu dichiarato inabile al servizio della Regia Marina per insufficienza toracica e scarsità visiva; decise, infine, di studiare tecnica agraria e ottenne a diciassette anni il diploma di agente rurale a S. Ilario di Nervi, in provincia di Genova.
Però Valentino, spirito ribelle e cittadino del mondo, non aveva alcuna intenzione di tornare in Puglia per dedicarsi all'agricoltura (ritornerà a Castellaneta ormai attore famoso, una sola volta nel 1923).
Nel 1913 volle allora andare a Parigi dove apprese l'arte del tango. Non volendo tornare indietro, "l’Italia è troppo piccola per me" disse ad Alberto, suo fratello, s’imbarcò nel dicembre 1913 sul piroscafo tedesco "Cleveland", diretto in America per la sua grande avventura."
La condanna di nascere borghese e continuare ad esserlo malgrado tutto, di vivere, lui ordinario, una situazione straordinaria deve aver avuto un effetto straniante e, per molti versi, frustrante. Era attratto da chi riteneva fuori dall'ordinario, forse sperando di diventare - per contagio - il protagonista ideale della propria incredibile vita.
"Great lover", grande amante sullo schermo, amante fedele, non proprio irresistibile, invece, nella vita privata, per alcuni addirittura omosessuale. La verità è che in Valentino era ben sviluppato il desiderio mediterraneo di un andamento domestico ordinato e comodo. Con gran dispiacere dei cronisti mondani, Valentino non frequentava molto le feste; non era un ubriacone, non era un effeminato, nonostante l'accusa di essere "un piumino da cipria rosa". La sua vita fu priva di quegli scandali sensazionali di cui furono protagonisti, altri divi. Scoppiò solo uno scandalo: dopo un breve matrimonio, con l'attrice Jean Acker, si innamorò di Natacha Rambova, (pseudonimo di Winnifred Shaughnessy, figliastra di un magnate dell’industria dei cosmetici, ballerina e scenografa di raro talento) e la sposò nel maggio 1922, prima di aver concluso formalmente il divorzio con la sua ex moglie, perciò fu accusato infondatamente di bigamia. La Rambova ebbe un’influenza notevole su Valentino: disprezzando il mondo finto di Hollywood e il cinema popolare americano, lo spinse a litigare con diversi studi cinematografici; lo obbligò a vivere nel modo stravagante che per lei sembrava appropriato ad una stella del cinema; incoraggiò il suo interesse per lo spiritismo, tanto che Valentino pubblicò un libro di poesie dettate dall’aldilà dal suo spirito guida, il pellerossa Penna Nera.
Da
http://www.fondazionevalentino.it
Valentino e la Rambova
Etichette:
Bellezza,
Biografie,
Cinema,
Eventi,
Good Old Times - Good Old Movies,
Uomini e Dei
venerdì 22 agosto 2014
Frances Farmer: La Vera "Storia Vera" - Quinta e Ultima Parte
"Sono stata violentata da inservienti, morsa da topi e avvelenata con cibo guasto. Sono stata incatenata in celle imbottite, immobilizzata con camicie di forza e semiannegata in bagni ghiacciati".
"Le condizioni di vita erano intollerabili: criminali e ritardati mentali erano stipati nelle stesse celle, il cibo veniva gettato sul pavimento lurido e i reclusi dovevano lottare tra loro per entrarne in possesso. La Farmer fu nuovamente sottoposta a elettroshock continui e regolari. Inoltre fu prostituita ai soldati della base militare locale, violentata e maltrattata dagli inservienti. 'Uno dei ricordi più vividi di alcuni veterani della clinica era la vista di Frances Farmer immobilizzata dagli inservienti e violentata da bande di militari ubriachi.' Infine veniva usata come cavia per la sperimentazione di farmaci quali torazina, stelazina, mellaril e prolixin."
Negli anni '40, nel Western State Hospital erano ricoverati 2500 pazienti, 500 in più delle capacità massime di accoglienza. La manutenzione degli edifici dell'ospedale, fatiscenti costruzioni risalenti all'inizio del secolo, era nulla.
Nel '47, un incendio ne aveva devastato un'ala e due pazienti erano morti.
Le precarie strutture tirate su alla bell'e meglio nel momento della massima emergenza divennero permanenti: due anni più tardi erano ancora in funzione.
Il personale era costituito in tutto da 15 infermieri, assistiti da 23 allieve-infermiere: 107 era il numero di operatori considerato appena sufficiente dall'Istituto Superiore di Sanità .
Sulla base di questi presupposti, non stupisce che gli amministratori del Western State Hospital fossero aperti alla sperimentazione di qualsiasi innovativa tecnica chirurgica che permettesse di svuotare rapidamente le corsie, promettendo un tranquillo ritorno dei pazienti in seno alle rispettive famiglie.
Come non accogliere a braccia aperte il buon Dr. G. Freeman, neurologo e psichiatra di Washington D.C., inventore della lobotomia transorbitale, il cui motto era: "La lobotomia li manda a casa" ?
Il 19 agosto del '47, operò 13 pazienti del Western State Hospital. Evidentemente euforici per il buon risultato delle sue pratiche, i vertici della struttura manicomiale lo invitarono nuovamente nel '49. Questa volta, il Dr. Freeman si occupò di un nutrito numero di pazienti. Non solo. Convinse della bontà del suo metodo diversi medici ai quali insegnò la sua tecnica.
In che cosa consisteva? In fondo, era molto semplice: si introduceva sotto la palpebra del fortunato paziente uno strumento sottilissimo, simile ad un rompighiaccio, fino a raggiungere il lobo frontale del cervello, dove, secondo la sua teoria, era sufficiente troncare il collegamento a quei nervi il cui malfunzionamento si riteneva fosse responsabile di gravi disturbi psicologici.
Un reporter del Seattle Post-Intelligencer scattò quella che divenne la foto sulla lobotomia transorbitale più famosa e riprodotta del mondo; certo, l'interesse che esercitava ed esercita non fu diminuito dalla confessione in punto di morte con cui, nel 1972, il Dr. Freeman salutò il figlio Frank, prima di partire per il paradiso dei bisturi ultrasottili e dei lobotomizzati superfortunati: la donna ritratta nella foto mentre veniva sottoposta all'intervento di lobotomia era Frances Farmer . Circostanza confermata da William Arnold, autore del libro "Shadowland" su cui, in larga parte, si basa il film "Frances", del 1982, interpretato da Jessica Lange.*
Come non accogliere a braccia aperte il buon Dr. G. Freeman, neurologo e psichiatra di Washington D.C., inventore della lobotomia transorbitale, il cui motto era: "La lobotomia li manda a casa" ?
Il 19 agosto del '47, operò 13 pazienti del Western State Hospital. Evidentemente euforici per il buon risultato delle sue pratiche, i vertici della struttura manicomiale lo invitarono nuovamente nel '49. Questa volta, il Dr. Freeman si occupò di un nutrito numero di pazienti. Non solo. Convinse della bontà del suo metodo diversi medici ai quali insegnò la sua tecnica.
In che cosa consisteva? In fondo, era molto semplice: si introduceva sotto la palpebra del fortunato paziente uno strumento sottilissimo, simile ad un rompighiaccio, fino a raggiungere il lobo frontale del cervello, dove, secondo la sua teoria, era sufficiente troncare il collegamento a quei nervi il cui malfunzionamento si riteneva fosse responsabile di gravi disturbi psicologici.
Un reporter del Seattle Post-Intelligencer scattò quella che divenne la foto sulla lobotomia transorbitale più famosa e riprodotta del mondo; certo, l'interesse che esercitava ed esercita non fu diminuito dalla confessione in punto di morte con cui, nel 1972, il Dr. Freeman salutò il figlio Frank, prima di partire per il paradiso dei bisturi ultrasottili e dei lobotomizzati superfortunati: la donna ritratta nella foto mentre veniva sottoposta all'intervento di lobotomia era Frances Farmer . Circostanza confermata da William Arnold, autore del libro "Shadowland" su cui, in larga parte, si basa il film "Frances", del 1982, interpretato da Jessica Lange.*
Ma pochi credono alla confessione del Dr. Freeman. E' stato sufficiente un esame scrupoloso dell'immagine per concludere che quella sfortunata paziente non poteva essere Frances. Il che, tuttavia, non ne diminuisce affatto l'impatto e la drammaticità, né esclude l'ipotesi che Frances sia effettivamente stata lobotomizzata.
C'è da dire che i parenti di Frances hanno sempre negato di aver autorizzato i medici del Western State Hospital a sottoporla a questo genere di intervento; in un memoriale pubblicato nel 1978, Edith, sorella di Frances, affermò che i dirigenti del manicomio avevano vivamente sollecitato la sua famiglia perché concedesse l'autorizzazione all'operazione, ma che tale pressante invito era stato restituito al mittente, in particolare dal padre di Frances che si diceva inorridito da tali pratiche. Anzi, oltre ad opporsi decisamente alla lobotomia, l'ottimo genitore avrebbe minacciato di azioni legali l'ospedale nel caso la sfortunata figlia fosse stata oggetto di uno dei loro esperimenti chirurgici "guinea pig".
La stessa Frances, nel corso di un'intervista registrata nel '68, dichiarò che molte donne ricoverate con lei avevano pregato di essere lobotomizzate perché era stato detto loro che sarebbe bastata la recisione di un piccolo nervo per ottenere guarigione e fine delle sofferenze. Ma affermò di non aver mai subìto tale intervento. In seguito, anche tre ex-infermiere del Western State Hospital smentirono Freeman.
Comunque, per ragioni che rimarranno nel novero dei grandi misteri esistenziali, il 23 marzo 1950, Frances fu improvvisamente rilasciata sulla parola e affidata alla custodia della tenera madre. Secondo alcune fonti, il padre ottenne il suo rilascio dichiarando solennemente che la presenza della figlia era necessaria in famiglia: sia la sua salute che quella della ex-moglie, reduce da un colpo apoplettico, declinavano rapidamente. Non credo sia un pettegolezzo, né mi sorprende o scandalizza minimamente, che Frances sia rimasta profondamente amareggiata all'idea di essere liberata al solo scopo di accudire coloro che l'avevano spedita all'inferno.
Liberata nel '50, riottenne pienamente tutti i diritti civili solo nel '53, e solo dopo aver fatto ricorso alla Corte Suprema. Andò a vivere all'Olympic Hotel (proprio quello in cui i "pezzi grossi" avevano festeggiato la loro "Cinderella-girl"!), ma non come ospite: lavorava nella lavanderia dell'albergo.
Nel '54 si risposò... e, sei mesi più tardi, mollò marito e genitori e si stabilì in California, ad Eureka. Perché proprio Eureka? "Perché era il posto più lontano da Seattle che le sue magre finanze le permisero di raggiungere!"
Si fece chiamare Frances Anderson e visse - si presume - tranquillamente per tre anni, lavorando come segretaria.
Non ebbe più alcun rapporto con i genitori, che morirono ad un anno di distanza l'uno dall'altra. Sua madre l'aveva nominata unica erede: giusto il tempo di vendere la casa di famiglia per 5.500 dollari e abbandonò Seattle definitivamente.
Meglio Eureka.
Nel '57, conobbe una curiosa razza di "consulente per la televisione e la radio", Leland C. Mikesell, una sorta di lelemoriano-fabri-crown, che fiutò l'affare...
E, qualche tempo dopo, ad un fortunato giornalista di San Francisco, magari aiutato da una disinteressata spifferata, capitò di scoprire che l'infelice, affascinante Frances Farmer , la "nuova Garbo", lavorava come receptionist in un albergo della città. Ai giornalisti raccontò che aveva abbandonato l'alcol e incontrato Dio: "Non accuso nessuno per la mia caduta in disgrazia - affermò nobilmente - Credo di aver vinto la mia battaglia per l'autocontrollo".
La adorarono. Gli Americani adorano le americanate. E niente li fa star meglio di un povero disgraziato (giusto un cincinino più sfigato di loro) che si umilia pubblicamente, proclamando il proprio ritorno da figliuol prodigo in seno alla società e alla fede (una a caso, va bene).
Ed Sullivan la invitò per ben due volte al suo show.
Si mostrarono magnanimi: le perdonarono la sua infelicità.
E, dopo 15 anni, Frances tornò a recitare in teatro, nel ruolo di una donna che tentava di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo 15 anni di esilio.
L'anno successivo, lavorò in originali televisivi, e in produzioni teatrali estive. Girò un unico film, l'ultimo, "The Party Crashers". E si risposò... con Leland C. Mikesell, of course. Un'unione che non durò più delle precedenti. Già verso la fine del '58, capì che il "nuovo inizio" della sua carriera era già terminato: non era più una novità, una curiosa attrazione, e le proposte di lavoro svanirono.
Una televisione locale di Indianapolis le offrì di condurre un programma pomeridiano sul cinema, "Frances Farmer Presents": avrebbe introdotto il film del giorno ed intervistato celebri attori. Accettò la proposta e si trasferì a Indianapolis.
Aveva trovato una "cuccia"? Uno show, modesto ma tutto suo, che le permetteva di muoversi, comunque, nel suo ambiente, che le garantiva una stabilità economica, un reddito dignitoso, ed un ruolo sociale di un certo prestigio: era richiestissima come speaker in convegni e conferenze e collaborava attivamente con la Filodrammatica della Pardue University. Poi, pian piano, crepa dopo crepa, tutto le crollò nuovamente addosso.
Liberata nel '50, riottenne pienamente tutti i diritti civili solo nel '53, e solo dopo aver fatto ricorso alla Corte Suprema. Andò a vivere all'Olympic Hotel (proprio quello in cui i "pezzi grossi" avevano festeggiato la loro "Cinderella-girl"!), ma non come ospite: lavorava nella lavanderia dell'albergo.
Nel '54 si risposò... e, sei mesi più tardi, mollò marito e genitori e si stabilì in California, ad Eureka. Perché proprio Eureka? "Perché era il posto più lontano da Seattle che le sue magre finanze le permisero di raggiungere!"
Si fece chiamare Frances Anderson e visse - si presume - tranquillamente per tre anni, lavorando come segretaria.
Non ebbe più alcun rapporto con i genitori, che morirono ad un anno di distanza l'uno dall'altra. Sua madre l'aveva nominata unica erede: giusto il tempo di vendere la casa di famiglia per 5.500 dollari e abbandonò Seattle definitivamente.
Meglio Eureka.
Nel '57, conobbe una curiosa razza di "consulente per la televisione e la radio", Leland C. Mikesell, una sorta di lelemoriano-fabri-crown, che fiutò l'affare...
E, qualche tempo dopo, ad un fortunato giornalista di San Francisco, magari aiutato da una disinteressata spifferata, capitò di scoprire che l'infelice, affascinante Frances Farmer , la "nuova Garbo", lavorava come receptionist in un albergo della città. Ai giornalisti raccontò che aveva abbandonato l'alcol e incontrato Dio: "Non accuso nessuno per la mia caduta in disgrazia - affermò nobilmente - Credo di aver vinto la mia battaglia per l'autocontrollo".
La adorarono. Gli Americani adorano le americanate. E niente li fa star meglio di un povero disgraziato (giusto un cincinino più sfigato di loro) che si umilia pubblicamente, proclamando il proprio ritorno da figliuol prodigo in seno alla società e alla fede (una a caso, va bene).
Ed Sullivan la invitò per ben due volte al suo show.
Si mostrarono magnanimi: le perdonarono la sua infelicità.
E, dopo 15 anni, Frances tornò a recitare in teatro, nel ruolo di una donna che tentava di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo 15 anni di esilio.
L'anno successivo, lavorò in originali televisivi, e in produzioni teatrali estive. Girò un unico film, l'ultimo, "The Party Crashers". E si risposò... con Leland C. Mikesell, of course. Un'unione che non durò più delle precedenti. Già verso la fine del '58, capì che il "nuovo inizio" della sua carriera era già terminato: non era più una novità, una curiosa attrazione, e le proposte di lavoro svanirono.
Una televisione locale di Indianapolis le offrì di condurre un programma pomeridiano sul cinema, "Frances Farmer Presents": avrebbe introdotto il film del giorno ed intervistato celebri attori. Accettò la proposta e si trasferì a Indianapolis.
Aveva trovato una "cuccia"? Uno show, modesto ma tutto suo, che le permetteva di muoversi, comunque, nel suo ambiente, che le garantiva una stabilità economica, un reddito dignitoso, ed un ruolo sociale di un certo prestigio: era richiestissima come speaker in convegni e conferenze e collaborava attivamente con la Filodrammatica della Pardue University. Poi, pian piano, crepa dopo crepa, tutto le crollò nuovamente addosso.
Divenne sempre più volubile e caratteriale, con repentini sbalzi d'umore.
"All'improvviso, senza una ragione apparente, Frances iniziava ad imprecare come una camionista ", dichiarò un ex-collega di lavoro.
"Quell'amabile, affascinante, sensibile, elegante signora inveiva contro il regista o qualcun altro, e se ne andava via..." (Indianapolis Star).
Venne licenziata nell'aprile del '64. Riassunta due mesi più tardi, fu nuovamente licenziata alla fine dell'estate. Tuttavia, durante l'estate, lavorò ancora con la Filodrammatica universitaria interpretando un ruolo in "Look Homeward, Angel"
Arrestata in stato di ebbrezza, non tornò mai più in un teatro.
Tentò di mettersi in affari un paio di volte con altrettanti amici-soci, ma fu un fiasco. Nuovo arresto in stato di ebbrezza, e ritiro per un anno della patente.
Nel '68, incominciò a lavorare alla sua autobiografia, ma non la completò. Morì per un cancro all'esofago il 1 agosto del 1970, poche settimane prima del suo cinquantasettesimo compleanno. Fu seppellita ad Indianapolis, sei amiche portarono la sua bara.
Il pensiero seattliano, ufficioso ed ufficiale, è che, se non avesse avuto una vita così disgraziata e tumultuosa, e se il cinema non si fosse innamorato della sua storia, nessuno ricorderebbe la pur bellissima attrice di un solo grande successo. Si tende anche a minimizzare, o a rendere meno drammatico, il suo trascorso da internata. Si allude, insomma, ad una sorta di leggenda metropolitana, rimbalzata dalla cronaca alla narrativa, dalla narrativa al cinema...
Chisssssenefrega!
Kurt Cobain da Seattle la amò, le dedicò una canzone e chiamò la propria figlia Frances in suo onore.
*William Arnold , "Shadowland"
Ricordo, ancora una volta, che su questo libro fu largamente basato il film "Frances", del 1982, di Graeme, con Jessica Lange, Sam Shepard, Kim Stanley.
Frances Farmer e Jean Ratcliffe , "Will There Really Be a Morning ?"
Frances Farmer e Jean Ratcliffe , "Will There Really Be a Morning ?"
Mab's Copyright
Etichette:
Bevitori di Assenzio,
Biografie,
Frances Farmer,
No Barbie Please
Iscriviti a:
Post (Atom)