venerdì 25 maggio 2012

Così Quel Prete Pedofilo Abusò di Me, Bambino di Soli Dodici Anni



Città del Vaticano - I fatti accaduti a Savona decenni fa sono lontani nel tempo ma il dolore è ancora di drammatica attualità. A distanza Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo, ricorda con un miscuglio di rabbia e sofferenza quando, ad appena 12 anni, fu abusato da don Nello Giraudo.

Giraudo ha recentemente patteggiato…
"Sì riconoscendo il male fatto. Ma la mia battaglia non si ferma: vorrei che si riflettesse sulla responsabilità dei vescovi che si sono avvicendati alla guida della diocesi savonese. Erano i diretti superiori di Giraudo ma non hanno prestato ascolto alle voci che da tempo circolavano con insistenza".

La Cei però ha appena approvato delle regole che assicurano alle vittime tutta l’assistenza psicologica possibile. In più devono attivarsi all’interno della Chiesa per fare giustizia e punirli.
"E' una buona cosa in linea di principio. Ma secondo me i vescovi dovrebbero non limitarsi ai processi canonici, penso che dovrebbero collaborare attivamente con i magistrati italiani, scambiare con loro le informazioni che hanno. I pedofili vanno mandati in galera, e non solo ridotti allo stato laicale (quando accade)".

La sua campagna dunque va avanti.
"Ci tengo a ricordare che l’8 maggio il gip di Savona, Fiorenza Giorgi, pur avendo archiviato per prescrizione del reato un procedimento contro l’ex vescovo di Savona, Dante Lanfranconi (ora a Cremona) ha riconosciuto che il prelato non ha vigilato abbastanza"

Cosa c’è scritto in quella ordinanza?
"Gliela leggo: ’la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini, dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose di Giraudo non fosse stata per nulla considerata. Da tali documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento assolutamente omissivo di Lanfranconi, risulta, è triste dirlo (è il magistrato a scriverlo) come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente per tale ragione l’allora vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli".

Parole pesanti quelle scritte dal magistrato.
"Eccome, ma aspetti che le leggo anche il seguito: ’è altrettanto triste osservare come, a fronte della preoccupazione per la fragilità e la solitudine di Giraudo e il sollievo che nulla è trapelato sui giornali, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti, a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue attenzioni".

A quanto risale questa ordinanza di archiviazione?
"All’8 maggio di quest’anno. Penso che sia importante sottolineare che per la prima volta un magistrato italiano, pur archiviando per prescrizione il caso, visto che i fatti si riferiscono a decenni addietro, affronta il problema della responsabilità del vescovo. Questo è il vero nodo sul quale si dovrebbe davvero riflettere, anche dal punto di vista giuridico".

L’anno scorso lei è arrivato in Vaticano per consegnare a Papa Ratzinger una lettera in cui oltre, a raccontargli la sua storia, chiedeva fosse introdotto l'obbligo da parte dei vescovi italiani di denunciare alla magistratura i casi di abusi di cui erano a conoscenza...
"Servirebbe ad impedire quello che ho provato sulla mia pelle".

Cosa è accaduto nel suo caso?
"Il sacerdote che mi ha abusato, Nello Giraudo, e che solo alcuni mesi fa ha patteggiato, ha ammesso tutto. Assieme a me c'erano altre vittime. Un caso orribile anche perché da anni giravano strane voci sul suo conto. Mi spiace dirlo ma quando leggo che la Chiesa sta facendo di tutto per combattere il fenomeno a me viene da ridere".

Guardi che la Chiesa di Papa Ratzinger è l’unica istituzione che sta facendo pulizia al suo interno, isolando le mele marce. Ha istituito tribunali, giudici, incoraggia indagini, ha inasprito le pene canoniche.
"Nel mio caso posso dire che la Chiesa savonese ha difettato nell’intervento.I magistrati lo sanno"

Secondo lei ci sarebbe stato stato un problema di scarsa vigilanza?
"Nel mio caso si è trattato di questo. Del resto non mi stupisce leggere sulle linee guida della Cei appena approvate che i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i casi ai magistrati, nè di consegnare loro le prove in possesso. Pensi che le perquisizioni che sono state fatte nei locali della curia di Savona hanno portato alla luce lettere e carteggi interni alle autorità ecclesiali che mostravano una gestione propensa più a salvaguardare il buon nome della Chiesa che non ad assicurare alla giustizia civile il prete pedofilo".

Può raccontare qualcosa della sua vicenda?
"E’ doloroso ma lo faccio volentieri se serve ad aprire gli occhi. Sono stato abusato da don Nello Giraudo agli inizi degli anni Ottanta. Avevo 12 anni. Ero affidato alle sue cure perché non avevo famiglia. Ero debole e indifeso".

Il sacerdote non venne isolato per evitare che potesse di nuovo molestare altri bambini?
"Non mi risulta".

E adesso?
"Mi resta la consolazione che don Giraudo ha patteggiato. Lui stesso, però, in aula ha parlato di vescovi che sono stati ciechi e sordi alle sue richieste di aiuto".

di Franca Giansoldati
giovedì 24 Maggio 2012

http://www.ilmessaggero.it

mercoledì 16 maggio 2012

Mago Zurlì e Topo Gigio alla Rai? Magari

Ciascuno, ci mancherebbe altro, la pensi come vuole sul nuovo programma di Fazio e Saviano. A me è piaciuto perchè ho risentito parole, temi, personaggi, altrove oscurati o cancellati del tutto, salvo ovviamente le solite consuete eccezioni.
Penso alla Cecenia, al massacro di Beslan, al dialogo tra Lerner e Travaglio, al monologo di Paolo Rossi, ai “ponti” di Erri De Luca, al freddo in fabbrica rievocato da Maurizio Landini e potrei continuare..
Di questi tempi non è poco. Basterebbe dare uno sguardo, di tanto in tanto, alla programmazione quotidiana per capire che comunque abbiamo avuto la possibilità di bere un po'di acqua pulita, per rubare le parole a Enzo Biagi.
Al di là di queste valutazioni, personalissime e contestabilissime, resta l’oltraggio consumato dai vertici della Rai nei confronti degli abbonati. Il programma è stato trasmesso da La7 perchè questa Rai non ha potuto e voluto confermare il programma di Fazio e Saviano. Non lo ha fatto perchè così era stato deciso dai mazzieri del conflitto di interessi, perché i due avevano infastidito Berlusconi e Bossi, perchè Saviano aveva osato parlare della “Mafia al nord“; per questo la Rai ha preferito perdere programma e ascolti, piuttosto che fare uno sgarbo al proprietario del polo Raiset.
Quanto ha perso la Rai per questa follia? La Corte dei Conti, che ha un suo rappresentante nel consiglio di amministrazione, chiederà di quantificare il “procurato danno erariale”?
Per queste ragioni, al di là dei giudici critici ed estetici sul programma, sarà davvero il caso di accompagnare alla porta i vertici della Rai. Noi, come Articolo21, ci ritroviamo nelle candidature di Santoro e di Freccero o comunque in proposte che abbiano requisiti simili.
Nelle scorse ore si è candidato alla presidenza il mago Zurlì, qualcuno ha proposto anche Topo Gigio per la direzione generale. Sicuramente il mago e il topo, essendo stati autorevoli protagonisti della Tv, non si sarebbero mai fatti scappare gli autori, i programmi, e le parole che aveva e che ora (non) ha più.

15-5-2012

Di Beppe Giulietti
http://www.ilfattoquotidiano.it

martedì 10 aprile 2012

"la Ragazza Rossa", Miriam Mafai

Quando se ne va una donna come Miriam Mafai non ci si può che sentire più sole: come giornaliste e, soprattutto, come donne.

Mi piaceva leggerla e mi piaceva ascoltarla; ne apprezzavo la severità mista alla capacità di lasciar sempre trasparire l’allegria del vivere.

Il suo impegno per le donne è stato instancabile e di grande importanza. Se ne sentirà la mancanza soprattutto in un momento di totale sbandamento come questo, in cui ci si muove fra rigurgiti neo conservatori che inneggiano a figure di donne sorridenti fra i fornelli di casa e la sempre più volgare mercificazione del corpo femminile che impera, dalla televisione alla politica, creando un vortice assolutamente riprovevole. Miriam Mafai era un punto di riferimento fondamentale per le donne e una paladina nella battaglia per il riconoscimento dei loro diritti.

Eppure il ricordo di lei più bello è arrivato da un uomo. Da Eugenio Scalfari che, dopo averne ricordato il carattere e il momento del suo arrivo a La Repubblica, si e’ lasciato prendere dalla commozione e ha concluso “e poi se n’è andata, ecco…. basta cosi’”

Basta così’. Perchè troppa commozione, almeno per come la “vedevo” io, non le sarebbe piaciuta. Ora se n’è andata. E non ci resta molto da aggiungere.

Di Angela Vitaliano
http://www.ilfattoquotidiano.it

domenica 1 aprile 2012

"Fede, Risparmiateci gli Infingimenti",Giorgio Simonelli

Anche se molti già sono intervenuti, autorevolmente e acutamente, sulle pagine del giornale, vorrei dire sull’argomento-Fede due cosette semplici semplici ma che mi sembra possano servire a correggere qualche stortura logica che è penetrata nei discorsi.

Prima cosa: l’onore delle armi invocato da molti. Ma l’onore delle armi si rende da parte dei nemici a coloro che dai nemici sono stati sconfitti, in una battaglia aperta. Il nostro eroe è stato sconfitto dai suoi amici, da una congiura, dice lui. Quindi l’onore delle armi c’entra poco o nulla e se mai dovrebbe venire dai suoi ex-amici diventati nemici. Chi l’ha considerato un avversario e l’ha combattuto apertamente è fuori da questo gioco un po’ scemo. A meno che non si sia un trucco: che alcuni che erano annoverati tra i suoi avversari non fossero in realtà amici camuffati da nemici e allora si sentono in dovere di rendergli onore.

Secondo: l’onore delle armi si rende a chi ha combattuto lealmente e infatti qualcuno degli “onoranti” sostiene che Fede agiva “senza infingimenti”. E le frasi lasciate a metà? E i cognomi sbagliati ad arte? E le boccucce, i sorrisini, le allusioni? Non sono forse letteralmente “infingimenti”? Prego consultare un buon vocabolario. E quella porcata della tangente Telecom, la bufala di Igor Marini, la commedia di rospo e cicogna in cui il nostro ha inzuppato per mesi il suo pane quotidiano, cos’era?

Scusate: ma ci sono già i morti verso cui dobbiamo usare l’ipocrisia, almeno con i trombati milionari potremmo evitare gli infingimenti?

Blog di Giorgio Simonelli 

giovedì 8 marzo 2012

Biografia di Frida Kahlo

Nata nel 1907 nella Casa Azul de Coyoacán, un sobborgo di città del Messico, Frida Kahlo rimase a lungo sconosciuta al grande pubblico, seminascosta dall’ombra del suo celebre marito, il pittore muralista Diego Rivera. Il riconoscimento che fin da subito le venne attribuito da artisti di fama internazionale non fu infatti sufficiente a far esplodere la “bomba Frida”, fenomeno (se così si può definire) per cui dovremo attendere gli anni ’90.

Tra i primi ammiratori di Frida Kahlo va ricordato Rivera stesso che, nel periodo della loro separazione (tra il 1935 e il 1940), dichiarò necessaria la rottura della coppia poiché a suo parere Frida era un’artista ormai completa che non aveva più bisogno del suo maestro-marito (il quale, con orgoglio, era solito mostrare una lettera in cui Picasso esprimeva la sua personale ammirazione per la pittrice e rivolgendosi a Rivera scriveva di lei: “Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”).

Altro celebre ammiratore di Frida fu André Breton, personaggio di spicco dell’avanguardia surrealista francese, che durante una visita in Messico fu letteralmente stregato dall’opera della Kahlo, tanto da convincerla ad allestire una mostra negli Stati Uniti nel 1938 ed una l’anno seguente a Parigi.

Frida non si mostrò entusiasta di questo sodalizio con il gruppo surrealista francese, che con il linguaggio colorito e un po’ volgare che la contraddistingueva era solita chiamare “questo mucchio di pazzi figli di puttana di surrealisti”. L’avversione nei confronti del gruppo avanguardista nasceva anche da un’incomprensione di fondo: Breton, non privo di una certa fascinazione per l’esotismo della pittrice, considerava Frida Kahlo una “surrealista naturale”, che pur non seguendo i metodi del manifesto surrealista (non perché non li conoscesse), era giunta a risultati simili a quelli dei pittori d’oltreoceano a lei contemporanei; ma nell’arte di Frida Kahlo non c’è nulla della dimensione onirica e dei simboli freudiani del surrealismo: “surrealismo” diceva Frida “è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri “sicuro” di trovare le camicie. (…) Uso il surrealismo come strumento per farmi gioco degli altri senza che loro se ne accorgano e per diventare amica di quelli che se ne rendono conto”, “pensavano che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà”.
Nulla di più vero. Ed è forse la realtà autobiografica che “trasuda” da ogni suo dipinto ad averla resa quasi oggetto di culto negli ultimi anni: per le strade di New York compaiono manifesti che riproducono le sue opere; ad Hollywood si girano film, per altro ben riusciti, sulla sua vita; i suoi quadri iniziano a fare il giro del mondo e ad essere esposti in mostre sempre visitatissime.

L’arte di Frida, con la sua carica di femminilità, di sensualità ed per il suo carattere fortemente personale, ha avvicinato soprattutto il pubblico femminile che più facilmente può ritrovarsi nelle sensazioni che l’artista ha tanto abilmente racchiuso nella tela. Per una donna, stare di fronte ad un’opera di Frida Kahlo equivale a ritrovarsi in intimità con se stessa, immersa nell’essenza più vera della femminilità.

Rapporto con il Messico (sua terra natale) e autobiografia sono due elementi da cui non si può prescindere per conoscere ed apprezzare le opere di Frida Kahlo. La sua vita fu infatti un susseguirsi di sofferenze che ebbero inizio, se non con la poliomielite avuta all’età di sei anni, quanto meno con il tragico incidente del 1925: lo scontro tra un tram e l’autobus su cui Frida viaggiava, che oltre a romperle la spina dorsale in tre punti, creò una cesura nella sua esistenza. Fu durante la lunga e dolorosa convalescenza, peraltro mai conclusa poiché le lesioni procuratesi nell’incidente le causarono gravi problemi per tutta la vita, che Frida iniziò a dipingere, trovando uno sfogo alla sua personale sensibilità.

La sofferenza ed il dolore sono elementi sempre presenti nella sua arte, ma sono affrontati con grandissimo coraggio ed associati ad una incontenibile “alegría”, creando una contraddizione che diventa punto di forza del fascino della Kahlo. Negli ultimi tempi, sul suo diario personale, accanto a frasi di giustificato sconforto come: “attendo la mia dipartita…e spero di non tornare mai più” ne compaiono altre sintetizzanti una gran forza d’animo: “piedi, a cosa mi servono se ho ali per volare?”.

mercoledì 7 marzo 2012

"The Big Bang Theory" - Quarta Stagione

Prima che la quinta stagione della serie cult della CBS creata da Chuck Lorre e Bill Prady approdi anche da noi in Italia ad Aprile, ripercorriamo alcuni momenti salienti dell’ultima spassosissima stagione di questo piccolo capolavoro a puntate della commedia statunitense. Alla fine della terza stagione di “The Big Bang Theory” avevamo lasciato i nostri amici nerd ancora scossi dalla fine della relazione tra Penny e Leonard.

I primi quattro episodi della quarta serie sono un concentrato di situazioni esilaranti e grottesche in puro stile TBBT che raggiungono l’apice in alcuni momenti “memorabili”, come quando Howard utilizza il braccio meccanico da lui stesso creato per l’autoerotismo o come quando Sheldon ne “L’alternativa del surrogato felino” (episodio 3), sopperisce alla mancanza di Amy con un gatto, il dott. Oppenheimer, che attirerà ben presto una colonia di felini in casa. Il malessere di Leonard per la separazione con Penny emerge nell’episodio “L’emanazione empirica dell’angoscia”, ma a far tornare il sorriso al dott. Hofstadter ci pensa la bellissima Priya, sorella di Raj, con la quale egli ha da subito un bel feeling.

A nulla, insomma, servono i giuramenti di “neutralità” fatti in precedenza a Raj riguardo al non provarci con sua sorella (ep. “La formulazione del pub irlandese”). La relazione tra Leonard e Priya torna anche in episodi successivi come “La formula della coabitazione”, e “La dissezione dell’accordo”, quando Sheldon sorprende i due sotto la doccia. Questo flirt provoca le ire di Penny che, segretamente invidiosa del suo ex, dichiara guerra a Priya e, ne “La ricombinazione della Lega della Giustizia”, decide di far ingelosire Leonard baciando il bellimbusto Zack, aggregatosi per l’occasione al gruppo della Justice League in abito da Superman. Parentesi: vedere questa “lega nerd” prepararsi e poi andare ad una festa nei panni di una confraternita di supereroi, resta una delle cose più spassose non solo di TBBT, ma della tv in senso lato.

Non solo Leonard, anche Howard si ritrova nel bel mezzo di un conflitto amoroso, appena la sua ragazza Bernadette scopre in rete un suo cyber-tradimento con Glissindra la Troll, all’interno di “World of Warcraft” (ep.4). Ma il celebre gioco di ruolo online è teatro anche di un altro intrigo, che vede stavolta coinvolto il folle dott. Cooper. Ne “L’incursione Zarnecki” (ep. 19), Sheldon decide di farsi giustizia di un hacker che lo ha derubato di tutti gli oggetti conquistati in oltre 3000 ore di gioco.

Il piano di Sheldon è quello di fargliela pagare cara, ma va in porto solo grazie all’intervento deciso di Penny. Tra l’altro, l’episodio appena menzionato e “Il dislocamento nell’auto dell’amore” sono gli unici due della serie non diretti da Mark Chendrowski. La comicità irresistibile e geniale dei dialoghi, punto di forza assoluto, non conosce cali in nessuno dei 24 episodi di questa quarta serie, ma dà il meglio di sé in quello dal titolo: “L’utilizzo dei pantaloni da autobus”. L’abnorme ego di Sheldon non può accettare che il progetto ideato da Leonard, ovvero creare un’app per smartphone che risolva le equazioni differenziali fotografandole, sia supervisionato dallo stesso Leonard nelle vesti di capo. Parte così la sua rappresaglia per sminuire ed ostacolare il lavoro dei suoi colleghi/ coinquilini coinvolti nel progetto.

Tra le partecipazioni a questa quarta serie, spiccano due special guests d’eccezione: Keith Carradine (Oscar per le musiche di Nashville di R. Altman) nei panni del padre di Penny e Steve Wozniak, uno dei padri di Apple, nell’episodio “L’esaltazione dei vegetali crociferi” (un riconoscimento a parte lo meriterebbero sempre i titoli degli episodi!). Nella stessa puntata, si assiste all’inaspettata quanto fallimentare “svolta salutista” di Sheldon, che decide di darsi allo sport e alla vita sana per allungarsi l’esistenza di qualche anno in modo da essere ancora vivo quando gli esseri umani potranno vivere in eterno grazie agli innesti cibernetici e alla scienza. Tipico di Sheldon.

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